Prima di noi

·

Capitolo V — Il giorno in cui doveva partire

Tommaso non rispose subito.

Rimase seduto con il telefono nella mano destra e il libro aperto sulle ginocchia.

Sul display, le parole di Viola continuavano a essere esattamente quelle di pochi secondi prima.

Che oggi non fosse la seconda volta che passeggiavamo insieme.

Guardò la fotografia del 1961.

L’uomo.

La donna.

Il portico.

Poi tornò al messaggio.

Scrisse:

Perché?

Cancellò.

Cosa hai ricordato?

Cancellò anche quello.

Alla fine inviò soltanto:

Nemmeno io.

Viola visualizzò immediatamente.

Nessuna risposta.

Un minuto.

Due.

Tommaso posò il telefono sul tavolo.

Lo riprese.

Niente.

— Molto maturo.

Lo lasciò nuovamente.

Questa volta riuscì a resistere quasi trenta secondi.

Il telefono vibrò.

Domani parti davvero?

Tommaso lesse.

La domanda non aveva niente di misterioso.

Nessuna fotografia.

Nessuna donna morta.

Nessuna lettera.

Ed era proprio per questo che gli sembrò improvvisamente più difficile di tutte le altre.

Guardò la valigia ancora chiusa accanto alla parete.

Dovrei.

Viola rispose:

Non era quello che ti ho chiesto.

Tommaso sorrise.

Cominciava a riconoscere quel modo di fare.

Viola non permetteva alle persone di nascondersi dietro le parole quando le parole diventavano comode.

Non lo so.

Questa volta la risposta tardò.

Poi:

Meglio.

Tommaso aggrottò la fronte.

Meglio cosa?

Niente.

Aspettò.

Viola non scrisse più.


Dormì poco.

Non per la fotografia.

Non per Tomaso.

Nemmeno per la frase trovata a matita nel libro.

Dormì poco perché alle quattro e tredici del mattino si svegliò pensando che Viola avesse scritto meglio.

Questa cosa lo irritò profondamente.

A quarant’anni un uomo dovrebbe possedere una certa dignità notturna.

Tommaso apparentemente l’aveva perduta in meno di tre giorni.

Si alzò.

Andò in cucina.

Bevve acqua.

Passando davanti allo scrittoio vide la scatola delle lettere.

Non accese la lampada.

— Domani.

Poi si corresse.

— Oggi.

Tornò a letto.

Alle sei e venti dormiva ancora.

Alle sei e ventuno qualcuno bussò alla porta.

Tre colpi.

Tommaso aprì gli occhi.

Aspettò.

Altri tre.

Si alzò.

Attraversò il corridoio senza accendere la luce.

— Chi è?

Nessuna risposta.

Guardò dallo spioncino.

Pianerottolo vuoto.

Il sonno scomparve.

Aprì lentamente.

Nessuno.

Abbassò gli occhi.

Nessuna busta.

Niente.

Stava per richiudere quando sentì un rumore.

Un piccolo scatto metallico.

Proveniva dalla parete.

Tommaso si voltò.

La vide.

La nicchia.

Non apparve.

Era semplicemente lì.

Come se lo fosse sempre stata.

Alta forse quaranta centimetri, scavata nel muro a poco più di un metro dal pavimento. Dentro, una piccola Madonna di gesso teneva le mani raccolte sul petto.

Mancava un dito.

Tommaso non si mosse.

Non pensò.

Ci sono momenti nei quali il cervello rinuncia temporaneamente al proprio mestiere.

Fece un passo.

Poi un altro.

Toccò il bordo.

Intonaco.

Polvere.

Passò un dito sulla superficie interna.

Vera.

Abbassò gli occhi sulla statuetta.

Accanto ai suoi piedi c’era qualcosa.

Una biglia.

Verde.

Con una spirale bianca al centro.

Tommaso infilò immediatamente la mano nella tasca dei pantaloni che aveva indossato la sera prima e lasciato sulla sedia.

Vuota.

Corse in soggiorno.

Sul tavolo, dove ricordava di averla posata prima di andare a dormire, la biglia non c’era.

Tornò sul pianerottolo.

La prese.

Fredda.

Identica.

La porta dell’appartamento al piano superiore si aprì.

La signora del giorno precedente uscì.

Vide Tommaso.

— Buongiorno.

Poi guardò la nicchia.

Non ebbe alcuna reazione.

Tommaso la fissò.

— Signora.

— Sì?

Indicò la parete.

— Quella.

La donna guardò.

— Cosa?

— La nicchia.

Lei sembrò confusa.

— Quale nicchia?

Tommaso sentì il cuore rallentare invece di accelerare.

Era peggio.

Indicò nuovamente.

— Questa.

La donna guardò esattamente nel punto in cui si trovava la Madonna.

Poi Tommaso.

— Si sente bene?

Lui non rispose.

La signora scese.

Tommaso rimase solo.

Guardò la nicchia.

Era ancora lì.

Entrò in casa.

Prese il telefono.

Tornò fuori.

Scattò una fotografia.

Sul display apparve la parete.

Liscia.

Vuota.

Tommaso abbassò il telefono.

La Madonna era davanti a lui.

La guardò.

Guardò lo schermo.

Parete.

Guardò nuovamente la Madonna.

Poi chiuse gli occhi.

Contò fino a cinque.

Li riaprì.

La nicchia non c’era più.

Tommaso rimase immobile.

La biglia, però, era ancora nella sua mano.


Alle otto e quarantacinque chiamò Viola.

— Pronto?

La voce era impastata dal sonno.

— Dormivi.

— È una delle cose che faccio alle otto e quarantacinque quando posso.

— Ho visto la nicchia.

Silenzio.

Il sonno scomparve anche dalla voce di Viola.

— Cosa?

— Quella che ricordavi.

— Dove?

— Dove avevi detto.

— Tommaso…

— C’era la Madonna. Mancava un dito. La biglia era dentro.

Viola non parlò.

— Ho provato a fotografarla.

— E?

— Nella fotografia non c’era.

Altro silenzio.

Tommaso appoggiò una mano alla finestra.

Fuori Mantova cominciava lentamente il giorno.

— Dimmi qualcosa.

— Non so cosa dirti.

— Inventalo.

Viola respirò.

— Sei sicuro di averla vista?

— No.

— Come no?

— Sono sicuro di avere visto qualcosa. Non sono più sicuro di cosa significhi vedere.

Viola rimase in silenzio.

Poi disse:

— Non partire.

Tommaso chiuse gli occhi.

Eccola.

La frase.

Semplice.

Nuda.

Non resta per capire.

Non dobbiamo scoprire cosa succede.

Soltanto:

— Non partire.

Tommaso avrebbe voluto chiederle perché.

Non lo fece.

— Va bene.

Dall’altra parte non arrivò nulla per qualche secondo.

— Va bene cosa?

— Non parto.

Una piccola espirazione.

Forse sollievo.

Forse Tommaso volle sentirla così.

— Ci vediamo dopo.

— Viola.

— Sì?

— Stavolta saluta.

Lei rise.

Quella risata bassa, improvvisa.

— Ciao, Tommaso.

— Ciao.

La chiamata terminò.

Lui rimase davanti alla finestra.

Aveva appena deciso di restare a Mantova.

Non sapeva per quanto.

E soprattutto non sapeva se l’avesse fatto per una nicchia che appariva soltanto a lui oppure per una donna che gli aveva chiesto di non andare via.

Sperò fosse la seconda.


Chiamò Milano.

Disse che aveva bisogno di qualche giorno in più.

Il lavoro poteva essere riorganizzato.

L’appartamento della zia richiedeva tempo.

C’erano questioni ereditarie.

Erano tutte verità.

Nessuna era la verità.

Poi chiamò Corrado Benassi.

— Vorrei sospendere la vendita.

Silenzio.

— Sospendere?

— Sì.

— È successo qualcosa?

Tommaso guardò i segni della propria altezza sulla parete.

T. 9 anni.

T. 12 anni.

— Ho bisogno di capire se voglio davvero venderla.

Corrado sospirò con la professionalità di un uomo che aveva appena visto allontanarsi una provvigione.

— Certamente. Mi faccia sapere.

Tommaso chiuse la telefonata.

Tre giorni.

Aveva portato due camicie.

Guardò la valigia.

— Dovremo lavarci spesso.


Viola arrivò poco dopo mezzogiorno.

Tommaso la vide dal balcone.

Camminava con una bicicletta al fianco invece di pedalare. Sul cestino aveva una borsa di carta.

Quando suonò, Tommaso aprì il portone dal citofono.

Poi uscì sul pianerottolo.

Aspettò.

Sentì i suoi passi.

Prima rampa.

Seconda.

Viola comparve.

Si fermò.

Non guardò Tommaso.

Guardò la parete.

Quella della nicchia.

Il suo viso perse qualcosa.

— Era lì.

Non era una domanda.

Tommaso annuì.

— Sì.

Viola si avvicinò.

Toccò il muro.

Le dita percorsero lentamente l’intonaco.

Poi si fermarono in un punto preciso.

— Qui.

— Come fai a saperlo?

Lei ritirò la mano.

— Non lo so.

Tommaso aprì la porta.

— Cominciamo ad avere una collezione di cose che non sai.

— Tu invece sembri molto informato.

— Io ho una biglia.

Viola lo guardò.

— Argomento imbattibile.

Entrarono.


Lei si fermò nell’ingresso.

Tommaso la osservò.

Viola non guardava la casa come chi entra per la prima volta.

Questo lo disturbò immediatamente.

Gli occhi passarono dallo specchio al tavolino.

Poi verso il corridoio.

Si fermarono sul vaso blu.

Viola impallidì.

— Che c’è?

Lei indicò.

— Quel vaso.

Tommaso non rispose.

— È sempre stato lì?

— Da prima che nascessi.

Viola si avvicinò.

Non lo toccò.

Guardò la linea sottile della riparazione.

— Era rotto.

— Sì.

— L’hai rotto tu.

Tommaso sentì il corpo irrigidirsi.

— Viola.

Lei indietreggiò.

— Non so perché l’ho detto.

— Non te l’ho raccontato.

— Lo so.

— Ernesto?

— No.

— Come fai a sapere che l’ho rotto io?

— Non lo so!

La voce uscì più alta.

Viola si portò una mano alla bocca.

Tommaso la vide tremare.

Poco.

Abbastanza.

Questa volta non cercò una spiegazione.

Si avvicinò.

— Ehi.

Lei scosse la testa.

— Non mi piace.

— Nemmeno a me.

— È come…

Si fermò.

— Come cosa?

Viola cercò le parole.

— Come entrare in un posto che il corpo riconosce prima di te.

Tommaso non disse nulla.

Quella frase rimase tra loro.

Poi Viola guardò verso il corridoio.

— La cucina è a destra.

Tommaso sentì un vuoto nello stomaco.

— Sì.

Lei chiuse gli occhi.

— La camera di Ada in fondo.

— Sì.

— E c’è una stanza piccola dopo il soggiorno.

Tommaso la fissò.

— No.

Viola aprì gli occhi.

— Sì.

— Non c’è.

— Tommaso, c’è una porta dopo la libreria.

— No.

Lui si mosse.

Viola lo seguì.

Entrarono in soggiorno.

Libreria.

Parete.

Nessuna porta.

Viola si fermò.

— Era qui.

— Quando?

— Non lo so.

Tommaso si voltò verso di lei.

Viola aveva gli occhi lucidi.

Non piangeva.

Sembrava arrabbiata con le lacrime prima ancora che potessero arrivare.

— Io questa casa la conosco.

Tommaso avrebbe dovuto fare domande.

Invece vide soltanto che aveva paura.

Le prese la mano.

Non ci pensò.

La prese.

Viola abbassò gli occhi sulle loro dita.

Tommaso fece lo stesso.

La cicatrice vicino al pollice.

Era lì.

La sentì sotto il proprio indice.

Una linea minuscola.

Viola non ritirò la mano.

Per qualche secondo rimasero così.

In piedi davanti a una parete che, secondo lei, avrebbe dovuto contenere una porta.

Tommaso sentì il calore delle sue dita.

E accadde qualcosa di molto più incomprensibile della nicchia.

Si calmò.

Viola sollevò gli occhi.

— Tu non hai paura?

— Sì.

— Non sembra.

— Sono bravo a sembrare cose.

— Quali?

Tommaso pensò.

— Uno che parte.

Viola lo guardò.

Questa volta non sorrise.

Strinse appena la sua mano.

Un movimento minuscolo.

Quasi involontario.

— Però sei rimasto.

— Però sono rimasto.


Mangiarono ciò che Viola aveva portato.

Pane ancora tiepido.

Formaggio.

Due fette di torta sbrisolona.

— Questa cos’è?

Tommaso indicò la seconda fetta.

— La ragione per cui non devi tornare a Milano.

— Pensavo fossi tu.

Viola sollevò gli occhi.

Tommaso capì di averlo detto soltanto quando era troppo tardi.

Per un istante nessuno parlò.

Poi Viola prese un pezzo di torta.

— Non montarti la testa. Io non ho le mandorle.

Tommaso rise.

Ma qualcosa era cambiato.

Non molto.

Un millimetro.

A volte basta.


Nel pomeriggio decisero di leggere una seconda lettera.

Si sedettero allo scrittoio.

Viola accanto a Tommaso.

Troppo vicina perché lui non se ne accorgesse.

Abbastanza lontana da poter fingere il contrario.

Scelsero la lettera successiva.

24 novembre 1962.

Tommaso la aprì.

— Leggi tu — disse Viola.

— Perché?

— Voglio ascoltarla.

Lui cominciò.

Violetta,

oggi non ti ho cercata.

Ho trascorso l’intera mattina a convincermi che fosse la cosa più ragionevole da fare.

Alle quattro del pomeriggio ero davanti alla bottega di Bellini.

Viola sorrise.

— Almeno l’altro Tomaso era coerente.

Tommaso continuò.

Non eri lì.

Ernesto mi ha detto che non sapeva dove fossi.

Entrambi si fermarono.

Tommaso guardò Viola.

— Ernesto?

Lei si voltò lentamente.

— Nel 1962?

Tommaso tornò alla lettera.

Gli ho chiesto se fossi passata.

Mi ha risposto che non conosceva nessuna Violetta.

Silenzio.

Viola si alzò.

— Ernesto aveva ventidue anni.

— Quindi poteva esserci.

— Certo che poteva esserci.

— Ma ieri ha detto di conoscere Violetta.

— Sì.

Tommaso continuò.

Gli ho mostrato la tua fotografia.

È diventato pallido.

Poi mi ha chiesto dove l’avessi presa.

Gli ho detto che l’avevo scattata io.

Ernesto ha fatto una cosa strana.

Mi ha domandato in che anno fossimo.

Tommaso smise di leggere.

Viola non si mosse.

La stanza sembrò perdere improvvisamente ogni rumore.

Tommaso proseguì.

Ho riso.

Gli ho detto 1962.

Lui non ha riso.

Mi ha restituito la fotografia e ha detto:

“Allora non è ancora successo.”

Tommaso abbassò il foglio.

Viola aveva entrambe le mani appoggiate al tavolo.

— Dobbiamo parlare con Ernesto.

— Sì.

— Adesso.

Tommaso guardò l’orologio.

17:38.

Prese il cappotto.


La legatoria era chiusa.

Questo non era normale.

Viola bussò.

— Ernesto!

Niente.

Provò la maniglia.

Chiusa.

Telefonò.

Aspettò.

— Non risponde.

Tommaso guardò la vetrina.

Buio.

Poi notò qualcosa.

Sul bancone c’era una busta.

Bianca.

Viola seguì il suo sguardo.

Sul davanti c’erano due nomi.

Tommaso e Viola.

Lei impallidì.

— Non mi piace.

— Ultimamente lo dici spesso.

— Perché ultimamente succedono cose che non mi piacciono.

Tommaso cercò attraverso il vetro.

— Ernesto!

Nessuna risposta.

Viola provò nuovamente il telefono.

Dall’interno della bottega arrivò una suoneria.

Entrambi si immobilizzarono.

Il telefono di Ernesto era lì.

Tommaso bussò più forte.

— Ernesto!

Niente.

Poi la luce del retro si accese.

Viola fece un passo indietro.

Una figura attraversò lentamente la bottega.

— Ernesto?

La figura si fermò.

Non era Ernesto.

Una donna.

Vestito chiaro.

Capelli scuri.

Tommaso sentì Viola afferrargli il braccio.

La donna rimase immobile dietro il vetro.

Il volto era nascosto dall’oscurità.

Poi sollevò una mano.

La appoggiò alla vetrina.

Vicino al pollice sinistro correva una piccola cicatrice.

Viola smise di respirare.

Tommaso guardò la mano che gli stringeva il braccio.

Stessa posizione.

Stesso segno.

Alzò gli occhi.

La donna non c’era più.

La luce si spense.

Viola rimase aggrappata a lui.

— L’hai vista?

Tommaso non rispose immediatamente.

Avrebbe potuto mentire.

Avrebbe potuto proteggerla con una spiegazione che non possedeva.

Invece mise la propria mano sopra la sua.

— Sì.

Viola chiuse gli occhi.

Tommaso sentì le sue dita stringersi ancora.

Rimasero davanti alla vetrina, nel freddo della sera, mentre Mantova accendeva lentamente le proprie finestre.

Poi dall’interno arrivò un rumore.

Carta contro vetro.

La busta sul bancone si era mossa.

Scivolò lentamente.

Cadde a terra.

Viola aprì gli occhi.

Sul retro della busta, che prima non potevano vedere, c’era una frase.

Scritta a mano.

Tommaso si avvicinò al vetro.

Lesse.

Questa volta non lasciatela finire nello stesso modo.

Viola era accanto a lui.

— Tommaso…

— Sì.

— Chi l’ha scritto?

Lui guardò la bottega vuota.

Poi il riflesso di loro due nella vetrina.

Per un istante gli sembrò che fossero quattro.

Batté le palpebre.

Erano di nuovo soltanto lui e Viola.

Tommaso abbassò lo sguardo sulla loro immagine.

Lei non gli aveva ancora lasciato il braccio.

E lui non aveva nessuna intenzione di chiederle di farlo.

Perché cominciava a capire una cosa.

Forse Mantova stava tentando di raccontargli una storia accaduta sessantaquattro anni prima.

Forse qualcuno aveva preparato ogni dettaglio.

Forse Ada.

Forse Ernesto.

Forse la paura stava semplicemente insegnando ai loro occhi a vedere ciò che volevano vedere.

Non lo sapeva.

Ma quella sera, davanti a una legatoria chiusa, Tommaso comprese che esisteva una domanda molto più pericolosa di tutte quelle che lo avevano trattenuto in città.

Non era chi fosse Violetta.

Non era chi fosse Tomaso.

Non era nemmeno cosa fosse accaduto nel 1962.

Era qualcosa di molto più semplice.

Guardò Viola.

Lei aveva ancora gli occhi rivolti alla frase dietro il vetro.

Tommaso la osservò come si osservano certe cose quando cominciamo ad avere paura che possano diventare necessarie.

E pensò:

se questa storia è già accaduta, quanto tempo abbiamo prima di arrivare alla parte in cui ci perdiamo?

4 risposte a “Prima di noi”

  1. Tommaso forse è riuscito a comprendere prima di Viola

    1. Se ci fai caso, Viola non è semplicemente comparsa nel racconto. Vi ha fatto irruzione. È entrata con quella prepotenza emotiva che appartiene soltanto a certe persone..quelle che non chiedono il permesso di attraversarti l’esistenza, perché sono nate per modificarne irrimediabilmente la geografia.
      E Viola è esattamente questo.
      Una donna che non entra in una storia per abitarla, ma per cambiarne il destino.
      E ti confesso una cosa: mentre la scrivevo, ho avuto la sensazione che, a un certo punto, avesse smesso di aspettare le mie parole per cominciare a scegliere da sola le proprie. Ho fatto fatica quando ho smesso di scrivere…tanto ero connesso alla storia…mancava nelle giornate….Per rispondere alla tua domanda non lo SO..( hihih(..Club Viola passo e chiudo.

      1. L’ho notato… Lo dicevo solo perché lei al momento appare molto spaventata e ciò a volte muove male il pensare. È innegabile che tra loro si sia svolto tutto in fretta e che lei non abbia avuto timore di avventurarsi in qualcosa di sconosciuto ma così attraente per lei; si è affidata alle proprie sensazioni, mentre Tommaso si sta lasciando guidare da lei. Bisogna ammettere però che alla guida della maggior parte delle “iniziazioni” relazionali ci sono le donne

      2. La donna è il centro di ogni cosa. Non perché il mondo debba necessariamente ruotarle intorno, ma perché è in lei che la vita trova il coraggio di cominciare, di rinnovarsi, di continuare anche quando tutto sembra destinato a finire.

        La maternità è donna, ma la grandezza di una donna non si esaurisce nella maternità. È nella sua capacità di generare vita e significato, di custodire senza possedere, di amare senza smarrire se stessa, di trasformare una ferita in una possibilità e un gesto minuscolo in qualcosa che resta per sempre.

        E io sono sempre più convinto che Dio sia una donna.

        Perché soltanto un amore di una bellezza così smisurata avrebbe potuto immaginare qualcosa di tanto straordinario e, nello stesso istante, compiere il più incomprensibile degli atti di fiducia: affidarlo all’umanità.

        Se Dio è amore, allora nella donna ha lasciato una delle sue espressioni più alte. Non perché sia nata per salvare il mondo, ma perché il mondo, senza di lei, perderebbe una parte inestimabile della propria anima.

        E se un giorno mi fosse concesso di domandare a Dio quale sia stata la sua creazione più bella, non gli chiederei di mostrarmela.

        Gli chiederei soltanto di spiegarmi come abbia potuto creare la donna e poi trovare il coraggio di affidarla a noi. Sarò sincero e crudele…se potessi cancellerai dal mondo ogni essere di sesso maschile e l’ultimo sarei io…siamo la vergogna del mondo. E lo scrivo da uomo…

Rispondi

Il mio Blog

Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

Iscriviti

Scopri di più da Silenzio Letteraio - Nel Silenzio del Tempo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere