Ero diventato immune alla tenerezza
Non avevo smesso di amare.
Sapevo ancora prendermi cura, intuire una necessità prima che venisse pronunciata, accorgermi delle incrinature che gli altri nascondevano sotto una conversazione ordinaria. La mia sensibilità funzionava perfettamente quando doveva muoversi verso qualcuno.
Il guasto avveniva nella direzione opposta.
Non riuscivo più a ricevere.
Ogni premura destinata a me provocava un’immediata reazione di rigetto. Se qualcuno mi offriva vicinanza, cercavo il motivo. Se mi rivolgeva parole limpide, ne analizzavo la composizione. Se rimaneva accanto senza pretendere nulla, aspettavo che presentasse il conto.
La tenerezza non mi rassicurava.
Mi allertava.
La consideravo una sostanza estranea penetrata nell’organismo, qualcosa che il mio sistema interiore doveva identificare e neutralizzare prima che producesse dipendenza.
Avevo sviluppato anticorpi contro tutto ciò che desideravo.
Non era diffidenza verso gli altri. Era una profilassi contro la delusione. Avevo imparato che ciò che consola può anche sottrarsi, che una presenza abituale può interrompersi senza preavviso, che certe promesse conservano un aspetto sano persino quando hanno già cominciato a deteriorarsi.
Così avevo scelto la prevenzione.
Non domandavo.
Non mi esponevo.
Non consegnavo a nessuno una parte di me che non fossi disposto a perdere.
La formula sembrava efficace: ridurre il bisogno per diminuire il danno.
Funzionava.
Ed era proprio questa la tragedia.
Nessuno poteva ferirmi nel punto più sensibile perché nessuno riusciva più a raggiungerlo. Avevo sterilizzato ogni accesso. Le persone potevano volermi bene, ma il loro affetto rimaneva all’esterno, trattenuto da una membrana che lasciava uscire tutto e non permetteva a nulla di entrare.
Ero prodigo e inaccessibile.
Offrivo cure che non avrei saputo accettare.
Ascoltavo confessioni che non avrei mai ricambiato con una mia fragilità.
Abbracciavo mantenendo una porzione del corpo in ritirata.
A chi mi chiedeva come stessi fornivo referti rassicuranti. Parametri nella norma. Nessuna emergenza. Nessuna area da sottoporre a indagine.
Avevo trasformato la mia interiorità in un reparto chiuso alle visite.
BLACKOUT
Per molto tempo chiamai autonomia quella condizione.
Mi sembrava una conquista non dipendere dalla presenza altrui, non attendere conferme, non affidare il mio equilibrio alla continuità di qualcuno. Celebravo la mia autosufficienza senza accorgermi che aveva ormai assunto una forma patologica.
Non avevo eliminato il bisogno.
Lo avevo reso clandestino.
Continuava a vivere sotto traccia, privo di riconoscimento, nutrendosi di residui: un’attenzione ricordata per giorni, una gentilezza ripercorsa mentalmente, una frase custodita con una cura sproporzionata rispetto alla sua apparente semplicità.
Mi bastava pochissimo perché avevo imparato a dichiarare eccessivo tutto ciò che desideravo davvero.
La carenza diventò abitudine.
E l’abitudine, come accade con molte patologie lente, smise di sembrarmi una malattia.
Non avvertivo più il contrasto tra ciò che donavo e ciò che mi concedevo di ricevere. Consideravo naturale essere il luogo nel quale gli altri potevano deporre il proprio peso, senza riconoscermi il diritto di appoggiare il mio da qualche parte.
Poi incontrai una forma di cura che non tentò di guarirmi.
Non volle interpretarmi. Non cercò il trauma originario, non formulò diagnosi, non mi chiese di abbassare le difese. Rimase davanti alla mia ritrosia senza viverla come un’offesa.
Non forzò l’accesso.
Non arretrò.
Quella costanza disorientò ogni mio dispositivo di protezione. Ero preparato all’invasione e all’abbandono; non possedevo procedure per qualcuno capace di rispettare la distanza senza trasformarla in lontananza.
Cominciai a cedere in quantità minime.
Una verità non corretta per apparire più forte.
Una paura lasciata intera.
Una richiesta priva di giustificazioni.
Ogni volta attendevo le conseguenze.
Non arrivavano.
Nessuno utilizzava le mie confidenze per colpirmi. Nessuno riduceva la mia complessità a una debolezza da amministrare. Nessuno pretendeva riconoscenza per avermi ascoltato.
La tenerezza rimaneva tale anche dopo essere entrata in contatto con la mia parte più indifesa.
Fu allora che compresi l’equivoco.
Mi ero protetto dalla sofferenza rendendomi incompatibile con la cura. Avevo addestrato il mio organismo emotivo a respingere il nutrimento insieme al veleno.
Non ero immune.
Ero denutrito.
Imparare a ricevere richiese più coraggio di quanto ne avessi impiegato per donare. Nel dono conservavo il controllo: decidevo misura, tempo, intensità. Ricevere significava affidarmi a un gesto di cui non governavo l’origine né la durata.
Significava ammettere che qualcuno poteva raggiungermi.
E che la possibilità di perderlo non rendeva inutile averlo lasciato entrare.
Oggi le mie difese esistono ancora. Alcune sono necessarie; mi hanno preservato quando non disponevo di altro. Non le rinnego e non tento di demolirle tutte.
Ho soltanto smesso di considerarle infallibili.
Quando una premura arriva fino a me, non la sottopongo immediatamente ad analisi. Non cerco contaminazioni nascoste. Non preparo la reazione alla sua eventuale scomparsa.
La accolgo nella forma in cui si presenta.
Rimarrà oppure finirà. Sarà precisa oppure imperfetta. Potrà guarire una parte di me e lasciarne altre intatte.
Ma non la respingerò per anticipare il dolore.
Perché la tenerezza non è il farmaco che elimina ogni ferita.
È ciò che ci persuade a non vivere per sempre come se dovessimo evitarne un’altra.

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