Capitolo VIII La porta numero tredici
Tommaso si svegliò con la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante.
Non un appuntamento.
Non una parola.
Qualcosa di più sottile.
Un gesto, forse. Un luogo. Una frase ascoltata nel sonno e perduta pochi secondi prima di aprire gli occhi.
Rimase fermo.
La stanza era ancora azzurra.
Mantova entrava dalle fessure delle persiane con una luce pallida, quasi acquatica. Sul comodino il telefono segnava le sette e dodici.
Nessun messaggio.
Tommaso lo prese.
Lo posò.
Poi lo riprese.
Ancora niente.
Si alzò.
In cucina preparò il caffè.
Aspettò che salisse, guardando la moka come se potesse contenere una risposta.
Il telefono vibrò.
Viola.
Sei sveglio?
Tommaso sorrise.
Da ore.
La risposta arrivò subito.
Bugia.
Da almeno tre minuti.
Meglio.
Poi:
Ho pensato al vicolo.
Tommaso smise di sorridere.
Guardò la tazza.
Anch’io.
Viola:
No. Tu hai pensato a me.
Tommaso rimase immobile.
Possiamo fare entrambe le cose.
Passarono alcuni secondi.
Alle nove. Davanti a San Lorenzo.
Tommaso guardò l’orologio.
Perché San Lorenzo?
Perché tutto sembra cominciare lì.
Poi aggiunse:
E perché ho paura di andarci da sola.
Tommaso lesse due volte.
La seconda frase gli rimase addosso.
Non per il contenuto.
Perché Viola l’aveva scritta.
Senza ironia.
Senza deviazioni.
Semplicemente vera.
Rispose:
Alle nove.
La Rotonda di San Lorenzo sembrava galleggiare nella mattina.
Il cielo era chiaro ma privo di sole. Una foschia lieve si alzava dalle strade come se la città avesse trascorso la notte immersa nell’acqua.
Viola era già lì.
Cappotto scuro.
Capelli raccolti.
Macchina fotografica sulla spalla.
Quando vide Tommaso, gli sorrise.
Non molto.
Abbastanza.
Lui rallentò.
Era strano.
Avevano già parlato.
Camminato.
Cenato.
Si erano baciati.
Eppure quella mattina Viola gli sembrò diversa.
Più vicina.
Come se il bacio della sera precedente avesse cambiato la distanza tra loro anche quando non si toccavano.
— Ciao.
— Ciao.
Rimasero qualche secondo senza sapere cosa fare.
Tommaso guardò la sua bocca.
Viola se ne accorse.
— Non cominciare.
— Cosa?
— A guardarmi così.
— Così come?
— Come se stessi decidendo.
— Sto decidendo.
— Cosa?
Tommaso si avvicinò.
La baciò.
Breve.
Semplice.
Viola rimase immobile per mezzo secondo.
Poi sorrise.
— Hai deciso.
— Sì.
— Molto efficiente.
— Sono migliorato.
Lei gli prese la mano.
Lo fece senza pensarci.
Tommaso non disse niente.
Non voleva rovinare il gesto nominandolo.
— Ieri sera ho riguardato le fotografie di mia madre.
Camminavano verso il Vicolo del Tempo.
— Hai trovato altro?
— Sì.
Viola estrasse una busta dalla borsa.
Dentro c’erano quattro fotografie.
Tommaso le prese.
La prima mostrava una strada.
La seconda un cortile.
La terza una finestra.
La quarta una porta.
Legno scuro.
Numero tredici.
Tommaso si fermò.
— È lei.
— Credo di sì.
— Quando è stata scattata?
Viola girò la fotografia.
17 maggio 1998.
La stessa data della foto di lei bambina davanti alla casa di Ada.
Tommaso guardò Viola.
— Tua madre ha fotografato questa porta lo stesso giorno.
— Sì.
— Dove?
— Non c’è scritto.
— Ma se è il Vicolo del Tempo…
— Allora ci sono stata.
Tommaso rimase in silenzio.
— E tu non lo ricordi.
— No.
Viola guardò la fotografia.
— Però stanotte ho sognato questa porta.
Tommaso sollevò gli occhi.
— Cosa succedeva?
— Non lo so.
— Hai appena detto che l’hai sognata.
— Ricordo soltanto che qualcuno mi diceva di non aprirla.
— Chi?
Viola scosse la testa.
— Una donna.
— Tua madre?
— Non credo.
Ripresero a camminare.
Dopo alcuni metri Viola aggiunse:
— Aveva una voce vecchia.
— Quanto vecchia?
— Abbastanza da farmi paura.
Tommaso la guardò.
— Descrizione molto scientifica.
— Sto facendo del mio meglio.
Il Vicolo del Tempo esisteva ancora.
Di giorno sembrava quasi innocuo.
Stretto.
Pietra chiara.
Due finestre.
Una grondaia.
Il muro in fondo.
Nient’altro.
Tommaso controllò.
La porta non c’era.
Viola si avvicinò alla parete.
— Ieri era qui.
— Sì.
— Sei sicuro?
— Ho smesso di essere sicuro delle cose da qualche giorno.
Viola passò una mano sull’intonaco.
— Liscia.
— Abbastanza.
Tommaso prese la chiave.
Il simbolo inciso brillò appena.
Due linee.
Una verticale.
Una curva.
Viola la guardò.
— Non può aprire una parete.
— Sarebbe un gesto piuttosto ambizioso.
Camminarono avanti e indietro.
Nessuna porta.
Tommaso tornò alla targa.
VICOLO DEL TEMPO.
Sotto, il simbolo.
Poi qualcosa gli sembrò diverso.
— Viola.
— Cosa?
Indicò l’iscrizione.
Lei si avvicinò.
— Ieri sotto c’era solo il simbolo.
— Sì.
Adesso, quasi invisibile, compariva una riga più piccola.
Tommaso la lesse.
Si apre soltanto a chi arriva troppo tardi.
Viola non parlò.
Tommaso toccò le lettere.
Incise nella pietra.
Vecchie.
Non appena comparse.
— Questa frase non c’era.
— Lo so.
— Può essermi sfuggita.
Viola lo guardò.
— A entrambi?
Tommaso non rispose.
Dietro di loro qualcuno tossì.
Si voltarono.
Un uomo anziano stava passando con una borsa della spesa.
Viola lo fermò.
— Mi scusi.
L’uomo si voltò.
— Questa scritta è sempre stata qui?
L’anziano guardò la targa.
— Quale?
Viola indicò.
— Questa. Sotto il nome del vicolo.
L’uomo si avvicinò.
Strinse gli occhi.
— Non c’è niente.
Tommaso e Viola si guardarono.
— Lei vede il simbolo? — chiese Tommaso.
— Quale simbolo?
L’anziano sorrise.
— Avete bevuto presto stamattina.
Continuò a camminare.
Viola rimase immobile.
— Di nuovo.
— Sì.
— Quindi o siamo entrambi impazziti…
— Sarebbe rassicurante.
— …oppure certe cose le vediamo soltanto noi.
Tommaso guardò la targa.
— O qualcuno decide cosa farci vedere.
Viola non commentò.
Aspettarono.
Non sapevano cosa.
Rimasero nel vicolo quasi mezz’ora.
Niente accadde.
Alla fine Viola si sedette su un gradino.
— Mi sento stupida.
Tommaso si sedette accanto.
— Ottimo. Significa che siamo ancora sani.
— Non credo funzioni così.
— Lasciami questa speranza.
Viola appoggiò la testa al muro.
— E se la porta compare soltanto di notte?
— Torniamo stanotte.
— E la cena?
— Possiamo sopravvivere senza cenare ogni sera insieme.
Viola lo guardò.
— Ah.
Tommaso capì.
— Non intendevo…
— No, no.
Si alzò.
— Possiamo sopravvivere.
— Viola.
Lei sorrise.
— Ti sto prendendo in giro.
Tommaso la guardò.
— Sei una pessima persona.
— Tu bevi il caffè senza zucchero.
— Punto per te.
Andarono da Ernesto.
La legatoria era aperta.
Questa volta il campanello funzionò.
Ernesto era al bancone.
Quando vide la chiave nella mano di Viola, chiuse il libro che stava riparando.
— Avete trovato la porta?
Tommaso si fermò.
— Quindi esiste.
Ernesto sospirò.
— Non ho detto questo.
— Hai chiesto se l’abbiamo trovata.
— Sono vecchio. Posso sbagliare le parole.
Viola posò la fotografia del 1998 davanti a lui.
— Questa.
Ernesto la guardò.
Il colore gli cambiò sul viso.
— Dove l’hai presa?
— A casa.
— Chi l’ha fatta?
— Mia madre.
Ernesto rimase in silenzio.
Tommaso lo osservava.
— La conoscevi.
Ernesto non rispose.
— Conoscevi la madre di Viola.
L’anziano si tolse gli occhiali.
— Sì.
Viola fece un passo avanti.
— Da quando?
— Molto prima che nascessi.
— Perché non me l’hai mai detto?
Ernesto guardò il tavolo.
— Perché tua madre me lo aveva chiesto.
— Cosa sapeva?
— Più di quanto avrebbe voluto.
Viola si irrigidì.
— Di Violetta?
Ernesto sollevò gli occhi.
— Sì.
Tommaso sentì il silenzio stringersi.
— Chi era per lei?
Ernesto rimase immobile.
Poi disse:
— Sua madre.
Viola smise di respirare.
— Cosa?
— Violetta Bernardi era tua nonna.
Nessuno parlò.
La bottega sembrò diventare improvvisamente troppo piccola.
Viola si appoggiò al bancone.
— Mia nonna si chiamava Elena.
— Elena era il suo secondo nome.
— No.
— Viola…
— No.
Ernesto non si mosse.
— Tua madre cambiò cognome dopo il matrimonio. E Violetta smise di usare il proprio nome per molti anni.
— Perché?
L’anziano guardò Tommaso.
Poi lei.
— Perché dopo la scomparsa di Tomaso, Violetta visse come se qualcuno potesse ancora trovarla.
Viola uscì senza salutare.
Tommaso la seguì.
La trovò in fondo alla strada.
Camminava veloce.
— Viola.
Nessuna risposta.
— Viola.
Lei si fermò.
Si voltò.
Aveva gli occhi pieni di rabbia.
Non di lacrime.
— Tutti sapevano qualcosa.
Tommaso non disse niente.
— Ernesto. Mia madre. Ada. Tutti.
— Non tutti.
— Non fare battute.
— Non volevo.
Viola si portò una mano tra i capelli.
— Mia madre mi ha mentito per tutta la vita.
— Forse cercava di proteggerti.
— Da cosa?
Tommaso non aveva risposta.
Viola rise senza allegria.
— Esatto.
Riprese a camminare.
Lui rimase accanto.
Non tentò di toccarla.
Dopo qualche minuto, fu lei a cercargli la mano.
Tommaso gliela diede.
Tornarono al Vicolo del Tempo nel tardo pomeriggio.
La porta non c’era.
Viola si fermò davanti alla parete.
— Se Violetta era mia nonna…
Tommaso aspettava.
— E Tomaso era il fratello di Ada…
Non terminò la frase.
Tommaso capì.
— Noi non siamo parenti.
Viola lo guardò.
— Era la prima cosa che volevo sapere.
— Anch’io.
Per la prima volta dopo ore, lei sorrise.
— Romantico.
— Molto.
Poi il sorriso scomparve.
— Però significa che le nostre famiglie erano già legate.
— Sì.
— E nessuno ce l’ha mai detto.
— Sì.
— Perché?
Tommaso guardò la parete.
— Probabilmente per la stessa ragione per cui questa porta non vuole farsi vedere.
— E quale sarebbe?
— Perché qualcuno pensava che dovessimo arrivarci da soli.
Viola lo guardò.
— Questa frase non mi piace.
— Nemmeno a me.
Un rumore arrivò alle loro spalle.
Legno.
Tommaso si voltò.
La porta era lì.
Numero tredici.
Non era apparsa.
Non l’avevano vista arrivare.
Esisteva.
Semplicemente.
Viola strinse la mano di Tommaso.
— La vedi?
— Sì.
— Adesso?
— Adesso.
La porta era più stretta di quanto ricordassero.
Legno scuro.
Maniglia di ottone.
Sul centro, il simbolo.
Sotto:
T + V
Tommaso estrasse la chiave.
— Sei sicura?
Viola guardò la serratura.
— No.
— Bene.
— Ancora?
— È diventata una tradizione.
Si avvicinarono.
Tommaso infilò la chiave.
Entrò senza resistenza.
Un giro.
Click.
La porta si aprì.
Dietro non c’era una stanza.
C’era un corridoio.
Lungo.
Stretto.
Illuminato da lampade basse.
Pareti color crema.
Fotografie appese.
Decine.
Forse centinaia.
Tommaso e Viola rimasero sulla soglia.
— Questo non può essere qui — disse lei.
— Sono abbastanza d’accordo.
Il corridoio sembrava estendersi molto più in profondità di quanto permettesse l’edificio.
Viola fece un passo.
Tommaso la trattenne.
— Aspetta.
— Cosa?
Lui indicò la prima fotografia.
Viola si avvicinò.
Bianco e nero.
Tomaso.
Violetta.
Seduti su una panchina.
La stessa già vista.
Seconda fotografia.
Loro due davanti a una finestra.
Terza.
Una strada.
Quarta.
Una porta.
Quinta.
Tommaso sentì qualcosa cambiare dentro.
La fotografia era a colori.
Moderna.
Viola davanti al lago.
Scattata due giorni prima.
Lei impallidì.
— Questa non l’ha fatta nessuno.
Tommaso guardò l’immagine.
— Io non c’ero.
— Ero sola.
Sotto la fotografia una data.
11 settembre 2026.
Il giorno precedente.
Ne seguiva un’altra.
Tommaso e Viola a cena.
La sera prima.
Fotografati dalla strada attraverso il vetro.
Un’altra.
Loro che ballavano.
Un’altra.
Il bacio.
Viola si portò una mano alla bocca.
— Chi ci ha fotografati?
Tommaso non rispose.
Continuarono.
Ogni immagine mostrava qualcosa già accaduto.
Fino all’ultima.
La cornice successiva era vuota.
Nessuna fotografia.
Soltanto un cartoncino bianco.
Sotto, una data.
15 settembre 2026.
Il giorno dopo.
Viola guardò Tommaso.
— Domani.
Lui annuì.
Sotto la data c’era una frase.
Questa volta scegliete voi.
Tommaso sentì il cuore accelerare.
Dietro di loro la porta si chiuse.
Il rumore fu secco.
Viola si voltò.
— Tommaso.
La maniglia non si muoveva.
Lui provò la chiave.
Niente.
— Non si apre.
Viola respirò lentamente.
Poi qualcosa si accese in fondo al corridoio.
Una lampada.
Poi un’altra.
Poi un’altra.
Una dopo l’altra.
Come se qualcuno stesse mostrando loro la strada.
Tommaso guardò Viola.
Lei aveva paura.
Ma non lasciò la sua mano.
— Andiamo?
Tommaso osservò il corridoio.
Le fotografie.
La luce.
Poi lei.
— Insieme.
Viola annuì.
Cominciarono a camminare.
Dietro l’ultima lampada c’era una stanza.
Piccola.
Vuota.
Al centro un tavolo.
Sul tavolo, una lettera.
Tommaso si avvicinò.
Sul davanti:
A chi verrà dopo di noi.
Viola chiuse gli occhi.
Tommaso la guardò.
— Prima di noi.
Lei li riaprì.
Per la prima volta il titolo di quella storia sembrò appartenere a qualcuno.
Tommaso prese la lettera.
La aprì.
Dentro c’era una sola pagina.
La grafia era di Violetta.
Cominciò a leggere.
Se state leggendo queste parole significa che abbiamo fallito.
Tommaso si fermò.
Viola gli strinse la mano.
Lui continuò.
Non cercate di salvarci.
Non siamo noi la storia che deve cambiare.
La vostra comincia quando avrete il coraggio di smettere di vivere la nostra.
Sotto, una data.
13 dicembre 1962.
Il giorno prima della scomparsa di Tomaso.
Tommaso abbassò il foglio.
Viola lo guardava.
Nessuno disse nulla.
Poi, nella stanza, si sentì un rumore.
Un respiro.
Non il loro.
Tommaso si voltò.
In fondo, dove prima c’era soltanto parete, comparve una seconda porta.
Senza numero.
Senza maniglia.
Sul legno una frase incisa.
La verità non è dietro questa porta.
Sotto, più piccolo:
C’è soltanto ciò che non siete ancora pronti a perdere.
Viola fece un passo indietro.
Tommaso le prese il viso tra le mani.
— Non la apriamo.
— E se là dentro ci fosse la risposta?
— Ci sarà domani.
— E se domani non ci fosse più?
Tommaso la guardò.
— Tu ci sarai?
Viola rimase immobile.
Poi annuì.
— Allora basta.
La baciò sulla fronte.
Viola chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, la seconda porta era sparita.
Dietro di loro, quella da cui erano entrati si aprì lentamente.
Fuori c’era il vicolo.
La sera.
La città.
Nient’altro.
Tommaso e Viola uscirono.
La porta numero tredici si richiuse.
Questa volta non scomparve.
Rimase.
Viola la guardò.
— Quindi era tutto vero.
Tommaso infilò la chiave in tasca.
— Non esageriamo.
Lei sorrise.
— Sei impossibile.
— Me l’hanno già detto.
Ripresero a camminare.
Dopo pochi metri Viola gli si avvicinò.
— Tommaso.
— Sì?
— Domani è il quindici.
— Lo so.
— E quella fotografia non esiste ancora.
Tommaso guardò avanti.
Mantova stava accendendo le luci lungo le strade.
— Allora domani vedremo cosa decide di fotografare.
Viola strinse la sua mano.
— E se non mi piace?
Tommaso la guardò.
— La cambiamo.
Lei rimase in silenzio.
Poi appoggiò la testa sulla sua spalla mentre camminavano.
Tommaso sorrise.
Quella sera, per la prima volta, il passato aveva smesso di sembrare invincibile.
E il futuro, invece di aspettarli, sembrava aver fatto qualcosa di molto più raro.
Aveva lasciato loro spazio.

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