Prima di noi

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Capitolo XII — La vita che non entra nelle fotografie

Tommaso si svegliò con il telefono sotto il cuscino.

Non ricordava di averlo messo lì.

Lo estrasse, controllò l’ora e rimase qualche secondo a osservare lo schermo spento. Durante la notte aveva sognato una biblioteca. Qualcuno gli porgeva un libro aperto, ma ogni volta che tentava di leggere, le righe si spostavano verso il margine e scomparivano.

Sul comodino c’era la fotografia ricevuta due sere prima.

La stanza.

Il letto.

Viola addormentata.

La data sul retro indicava quel giorno.

Tommaso la prese, poi la rimise a faccia in giù.

Aveva trascorso abbastanza tempo a studiare immagini nelle quali non ricordava di essere stato.

Si alzò.

In cucina trovò il quaderno di Ada aperto sul tavolo, dove lo aveva lasciato la sera precedente. Una corrente d’aria ne sollevava appena l’ultima pagina.

Posso soltanto lasciarti una casa con le finestre che si aprono.

Tommaso andò alla finestra e la spalancò.

Nel cortile una donna stendeva un lenzuolo. Lo scosse due volte, lo fissò al filo e rimase a osservarlo con le mani sui fianchi, valutando se fosse abbastanza disteso.

Lui si sorprese a guardarla fino a quando non ebbe finito.

Era un gesto minuscolo, compiuto da una sconosciuta.

Non aveva bisogno di essere interpretato.

Alle nove chiamò l’ufficio di Milano.

Il suo collega rispose al terzo squillo.

— Rinaldi. Sei ancora a Mantova?

— Sì.

— Avevi detto tre giorni.

— Lo so.

— Ne sono passati parecchi.

Tommaso guardò il calendario appeso accanto al frigorifero. Ada aveva cerchiato a matita il ventidue settembre, senza aggiungere altro.

— Devo chiederti un’altra settimana.

Dall’altra parte ci fu una pausa.

— Per la casa?

Tommaso osservò il soggiorno.

Il vaso blu.

Lo scrittoio.

Il divano sul quale Viola aveva dormito.

— Anche.

Il collega sospirò.

— Abbiamo due restauri da consegnare. Posso coprirti ancora qualche giorno, ma poi dobbiamo organizzarci.

— Mandami le fotografie dei documenti. Quello che posso fare da qui lo faccio.

— Hai gli strumenti?

— Alcuni. Gli altri li recupero.

Parlarono di lavoro per venti minuti.

Inchiostri.

Carte fragili.

Una legatura da non forzare.

Quando riattaccò, Tommaso provò una sensazione inattesa: sollievo.

Non perché il lavoro lo avesse distratto.

Perché, per venti minuti, aveva potuto essere una persona che sapeva cosa fare.

Viola arrivò poco prima delle undici.

Portava una scatola di cartone e aveva un segno d’inchiostro sul polso.

— Ho portato delle cose.

Tommaso guardò la scatola.

— Dovrei preoccuparmi?

— Soltanto se detesti il disordine.

— Allora sì.

Lei entrò e appoggiò tutto sul tavolo della cucina.

Dentro c’erano provini fotografici, due cartelline e una busta trasparente piena di negativi.

Tommaso la guardò.

— Hai saccheggiato un archivio?

— Il mio.

Viola si tolse il cappotto.

— Stanotte ho pensato a quella fotografia.

Tommaso non chiese quale.

Lei lo capì.

— Quella di oggi. La stanza.

— Anch’io.

— Ho deciso di fare una cosa che avrei dovuto fare molto prima.

Estrasse una lente d’ingrandimento dalla borsa.

Tommaso sorrise.

— Finalmente una fotografa che usa gli strumenti del mestiere.

— Finalmente un restauratore che non mi interrompe.

Viola dispose i provini sul tavolo.

Erano immagini scattate nei giorni precedenti: la Rotonda, il lago, la bottega di Ernesto, il cortile della casa di Ada.

Accanto a ciascuna aveva annotato l’ora.

— Ho controllato i file originali, non le copie che abbiamo guardato sul telefono.

Tommaso si sedette.

— E?

Viola indicò una fotografia del lago.

— Questa è quella in cui compare la donna con l’ombrello.

Lui annuì.

— Ma nei fotogrammi immediatamente prima e dopo non c’è.

— Lo ricordavo.

— Guarda qui.

Viola gli porse la lente.

Sul margine dell’immagine, dietro la donna, si intravedeva una ruota di bicicletta.

— E quindi?

— Quella bicicletta compare anche nel fotogramma precedente. Si stava muovendo.

Tommaso osservò le due immagini.

— La donna potrebbe essere passata tra uno scatto e l’altro.

— Esatto.

Lui sollevò gli occhi.

— Stai dicendo che non è un’apparizione.

— Sto dicendo che una fotografia da sola non basta a dimostrarlo.

Viola indicò un secondo provino.

— E questa è la finestra del cortile. La donna che sembrava guardare verso di noi.

Tommaso si chinò.

— La riconosci?

— Non ancora. Ma il vetro riflette il portico alle mie spalle. Potrei aver fotografato una persona che non era affatto nella stanza.

Tommaso rimase a osservare il riflesso.

La donna.

Il vetro.

L’angolo del cortile.

— Non spiega tutto.

— No.

Viola raccolse i provini.

— Ma spiega perché dobbiamo smettere di trattare ogni immagine come una sentenza.

Tommaso guardò la fotografia della stanza, ancora sul mobile dell’ingresso.

— E quella?

Viola seguì il suo sguardo.

— Quella dobbiamo capire chi l’ha fatta.

Lavorarono per quasi due ore.

Tommaso recuperò una lampada da tavolo, una lastra di vetro e un supporto che Ada usava per leggere i documenti.

Viola sistemò i negativi in ordine cronologico.

Ogni tanto gli passava una fotografia senza parlare.

Lui la esaminava.

Poi gliela restituiva.

A mezzogiorno, quando Tommaso cominciò a lamentarsi della fame, Viola gli indicò la scatola.

— C’è un panino.

— Per me?

— No. Per la lente d’ingrandimento.

Lui lo prese.

— È un rapporto professionale difficile.

— Non hai ancora visto la fattura.

Mangiarono in piedi, uno di fronte all’altra, appoggiati ai lati opposti del tavolo.

Tommaso aveva una briciola sulla camicia.

Viola gliela tolse.

Il gesto durò meno di un secondo.

Lui le prese la mano prima che potesse allontanarla.

— Ciao.

Viola sorrise.

— Ciao.

— Non te l’ho ancora detto oggi.

— Me ne sono accorta.

Tommaso si chinò e la baciò.

Lei lasciò la mano nella sua.

Quando si separarono, Viola guardò il tavolo pieno di fotografie.

— Non voglio che questa cosa diventi tutto quello che facciamo insieme.

Tommaso annuì.

— Nemmeno io.

— Non intendo smettere di cercare.

— Lo so.

— Voglio soltanto che ci sia altro.

Lui le sfiorò il polso macchiato d’inchiostro.

— Allora oggi pomeriggio usciamo.

— Dove?

— A comprare qualcosa che non abbia più di sessant’anni.

Viola rise.

— Un gelato?

— È un ottimo inizio.

Prima di uscire, Tommaso ripose la fotografia della stanza in una cartellina.

Viola lo osservò.

— Non la porti?

— No.

— Nemmeno per controllare se incontriamo quel posto?

Lui chiuse il cassetto.

— Se lo incontriamo, lo riconosceremo.

Viola annuì.

Poi guardò verso il soggiorno.

— Tommaso, posso chiederti una cosa?

— Certo.

— La stanza dietro la libreria.

Lui seguì il suo sguardo.

La libreria occupava quasi tutta la parete, dal pavimento al soffitto. Ada vi aveva raccolto romanzi, guide di viaggio, vecchi atlanti e volumi di botanica.

— Quella che dici di ricordare?

— Sì.

Tommaso si avvicinò al mobile.

— Non c’è nessuna stanza.

Viola rimase ferma.

— Lo so che continui a dirlo.

— Possiamo controllare.

— Adesso?

— Adesso.

Tolsero i libri dai due ripiani inferiori.

Dietro c’era un pannello di legno.

Tommaso lo tastò lungo il bordo.

Viola si inginocchiò accanto a lui.

— Non è fissato alla parete.

— Come fai a saperlo?

Lei indicò una fessura.

— Guarda.

Tommaso prese una torcia.

La luce attraversò il margine del pannello.

Dietro, un vuoto.

Lui rimase immobile.

Poi cercò le viti.

Ne trovò quattro.

Due erano state dipinte dello stesso colore del legno.

Viola gli porse un piccolo cacciavite preso dalla scatola degli attrezzi di Ada.

Tommaso lo guardò.

— Da quando sai dove tiene gli attrezzi?

Lei sorrise appena.

— Da quando li ho cercati mentre tu eri al telefono.

Lui non rispose.

Cominciò a svitare.

Il pannello venne via con una resistenza modesta.

Dietro c’era una porta stretta.

Non aveva maniglia.

Soltanto una piccola serratura.

Tommaso rimase in ginocchio.

Viola accese la torcia.

La porta era dipinta di bianco, ma il colore si era ingiallito.

Lungo lo stipite c’erano segni lasciati da una vecchia cerniera.

— Quindi esiste — disse lei.

Tommaso passò una mano sul legno.

— Esiste.

Non provò alcun desiderio di scherzare.

Aveva abitato quella casa durante molte estati della propria infanzia.

Ricordava il vaso rotto.

La nicchia delle scale.

L’odore del sapone di Ada.

Non ricordava quella porta.

Eppure era lì.

Viola si sedette sul pavimento.

— Non dobbiamo aprirla adesso.

Tommaso la guardò.

— Hai paura?

— No.

Lei indicò la parete.

— Voglio soltanto che, per una volta, siamo noi a decidere quando entrare in una stanza.

Tommaso rimase in silenzio.

Poi annuì.

Rimontò il pannello senza riavvitare le viti.

Rimisero i libri al loro posto.

Uno dopo l’altro.

Viola prese un atlante e lo osservò.

— Portogallo.

Tommaso sorrise.

— Stai già preparando il viaggio?

— Controllo che esista.

Lui rise.

La porta rimase dietro la libreria.

Chiusa.

Per il momento bastava.

Uscirono nel primo pomeriggio.

Il sole aveva raggiunto i tetti e la città si era riempita di un’aria tiepida, quasi estiva.

Camminarono sotto i portici.

Viola si fermò davanti a una vetrina di scarpe.

Tommaso la osservò mentre studiava un paio di stivaletti.

— Ti piacciono?

— Molto.

— Entriamo?

— No.

— Perché?

— Perché costano troppo.

Tommaso guardò il cartellino.

— Hai ragione.

Viola lo fissò.

— Non dovevi essere d’accordo così velocemente.

— Vuoi che ricominciamo?

Lei rise e lo trascinò via.

Comprarono due gelati.

Quello di Tommaso cominciò a sciogliersi prima che avesse finito di pagare.

Viola lo guardò tentare di salvare il cono.

— Sei un uomo di grande dignità.

— Sto affrontando un’emergenza.

— Vuoi un fazzoletto?

— Vorrei un cucchiaio.

Si sedettero sui gradini di una piazza.

Un gruppo di ragazzi passò in bicicletta.

Due donne parlavano davanti alla farmacia.

Un bambino teneva un palloncino verde e guardava il cielo con l’aria di chi sta valutando una trattativa.

Viola appoggiò la spalla contro quella di Tommaso.

— Mi piace questa giornata.

Lui guardò il gelato ormai ridotto a una forma incerta.

— Anche a me.

— Nonostante tutto?

— Anche grazie al gelato.

Viola sorrise.

Poi rimase in silenzio.

Tommaso si voltò.

— Che c’è?

Lei guardò la piazza.

— Oggi non ho pensato a mia madre per quasi un’ora.

Tommaso aspettò.

— E quando me ne sono accorta, mi sono sentita in colpa.

Lui posò il cono nel cestino accanto ai gradini.

— Perché?

Viola abbassò gli occhi.

— Perché ieri l’ho rivista. E oggi sono qui a ridere per un paio di scarpe.

Tommaso le prese la mano.

— Credo che le sarebbe piaciuto vederti ridere.

Viola annuì.

— Lo so.

Poi gli appoggiò la testa sulla spalla.

Rimasero seduti finché il sole non cominciò a spostarsi dietro gli edifici.

Verso sera Tommaso accompagnò Viola a casa.

Davanti al portone lei cercò le chiavi nella borsa.

Non le trovò.

Svuotò una tasca.

Poi un’altra.

Tommaso la guardò.

— Hai perso qualcosa?

— La pazienza.

— Quella da tempo.

Viola gli diede un colpetto sul braccio.

Poi trovò le chiavi.

Le sollevò con aria trionfante.

— Eccole.

Tommaso sorrise.

Lei aprì il portone, ma non entrò.

Rimase sulla soglia.

— Vieni su?

Lui la guardò.

Viola abbassò gli occhi.

— Non per cercare fotografie.

Tommaso sentì il cuore accelerare.

— Lo so.

Lei gli prese la mano.

Salirono.

L’appartamento di Viola aveva una luce diversa al tramonto.

Le fotografie sulle pareti sembravano meno solenni. Il sole attraversava la finestra del soggiorno e raggiungeva il pavimento in una striscia dorata.

Viola posò la borsa.

Tommaso rimase vicino alla porta.

Lei si voltò.

— Puoi toglierti il cappotto.

— Lo so.

— Non sembra.

Lui sorrise e lo appese.

Viola andò in cucina.

— Vuoi qualcosa da bere?

— Acqua.

Lei tornò con due bicchieri.

Gliene porse uno.

Tommaso bevve.

Poi lo appoggiò sul tavolo.

Viola lo guardava.

— Sei nervoso?

— Un po’.

— Anch’io.

Lui le si avvicinò.

Le sfiorò una guancia.

— Possiamo fermarci qui.

Viola scosse la testa.

— Non voglio fermarmi.

Tommaso la baciò.

Lei gli mise le braccia intorno al collo.

Il bacio divenne più lento.

Poi si separarono appena.

Viola appoggiò la fronte alla sua.

— Ho pensato a questa sera tutto il giorno.

Tommaso sorrise.

— Io ho cercato di non pensarci.

— Con successo?

— Disastroso.

Lei rise piano.

Gli prese la mano.

Lo condusse verso il corridoio.

La camera di Viola era piccola.

Una finestra dava sui tetti.

Accanto al letto c’era un comodino di legno chiaro, con una pila di libri e una lampada dalla base di ceramica.

Non era la stanza della fotografia.

Tommaso se ne accorse immediatamente.

Nessuna parete color salvia.

Nessuna libreria.

Nessun orologio da tasca.

Viola seguì il suo sguardo.

— La stai cercando?

Lui si voltò.

— No.

Lei lo osservò.

Tommaso le prese entrambe le mani.

— Sto guardando la tua stanza.

Viola sorrise.

— È molto meno misteriosa.

— Mi piace.

Lei gli si avvicinò.

Lo baciò.

Questa volta nessuno dei due guardò l’orologio.

Più tardi, quando la luce fuori dalla finestra era diventata blu, Viola dormiva accanto a lui.

Tommaso rimase sveglio.

Non per paura.

Ascoltava il suo respiro.

Ogni tanto lei si muoveva appena, cercando una posizione più comoda. Una volta gli appoggiò una mano sul petto senza aprire gli occhi.

Lui la coprì con la propria.

Pensò alla fotografia ricevuta.

Alla stanza che avrebbe dovuto trovarli.

Alla data sul retro.

Poi guardò Viola.

Dormiva nel suo letto.

Nella sua casa.

Per una scelta che nessuno aveva scritto su un foglio.

Tommaso sorrise.

Non sapeva se, da qualche parte, esistesse già un’immagine di quel momento.

Non gli importava.

Chiuse gli occhi.

Si svegliò poco prima di mezzanotte.

Viola non era accanto a lui.

La luce del corridoio era accesa.

Tommaso si mise seduto.

— Viola?

Nessuna risposta.

Si alzò.

La trovò in soggiorno, davanti alla parete delle fotografie.

Indossava una camicia e teneva in mano una cornice.

Tommaso le si avvicinò.

— Che succede?

Lei si voltò.

Aveva gli occhi lucidi.

— Ho ricordato una cosa.

Lui guardò la fotografia.

Era quella del 1998.

Viola bambina davanti alla casa di Ada.

— Cosa?

Lei indicò il portone sullo sfondo.

— Quel giorno mia madre non mi portò soltanto a vedere la casa.

Tommaso aspettò.

— Entrammo.

— Da Ada?

Viola annuì.

— Mi ricordo il vaso blu.

Tommaso sentì un brivido.

— Quello in soggiorno?

— Sì.

Viola posò la cornice.

— E mi ricordo una stanza dietro una libreria.

Tommaso rimase immobile.

Lei lo guardò.

— Dentro c’era una donna.

— Chi?

Viola scosse la testa.

— Non lo so. Era seduta accanto a un letto. Mi disse di avvicinarmi.

Tommaso sentì il cuore accelerare.

— E tu?

— Mi avvicinai.

Viola si portò una mano al pollice sinistro.

— Mi prese la mano.

Guardò la cicatrice.

— E mi disse che un giorno avrei dovuto scegliere se restare con qualcuno o lasciarlo andare.

Tommaso non parlò.

Viola continuò:

— Io le chiesi come avrei fatto a sapere quale fosse la scelta giusta.

— Cosa rispose?

Lei lo guardò.

— Che avrei dovuto scegliere quella che mi permetteva di continuare a vivere.

Il silenzio si allargò tra loro.

Tommaso guardò la fotografia.

Poi Viola.

— Ricordi il volto della donna?

Lei scosse la testa.

— No.

Abbassò gli occhi.

— Ma ricordo la sua mano.

— Perché?

Viola sollevò lentamente la propria.

Vicino al pollice sinistro, la cicatrice appariva chiara sotto la luce.

— Aveva la stessa ferita.

Tommaso tornò a casa poco dopo mezzanotte.

Viola avrebbe voluto che rimanesse.

Anche lui.

Ma la fotografia, la porta dietro la libreria e il ricordo appena riaffiorato avevano lasciato tra loro una domanda troppo ingombrante per essere ignorata.

Si salutarono sul pianerottolo.

Viola gli accarezzò il viso.

— Non andare in quella stanza da solo.

Tommaso annuì.

— Te lo prometto.

Lei lo baciò.

Poi lo guardò scendere le scale.

Quando entrò nell’appartamento di Ada, trovò la libreria esattamente com’era.

I libri al loro posto.

Il pannello nascosto.

La porta dietro.

Tommaso rimase a osservarla.

Non la toccò.

Andò in cucina.

Bevve un bicchiere d’acqua.

Poi prese la fotografia ricevuta due sere prima.

La stanza.

Il letto.

Viola addormentata.

L’orologio.

La guardò ancora.

Questa volta notò qualcosa di diverso.

Sul comodino non c’era soltanto il libro.

C’era una seconda fotografia.

Piccola.

Quasi completamente nascosta sotto l’orologio.

Tommaso prese la lente d’ingrandimento lasciata da Viola.

La avvicinò.

Nell’immagine compariva una bambina.

Vestito giallo.

Capelli raccolti.

La piccola Viola.

Accanto a lei, una donna.

Il volto era fuori dall’inquadratura.

Ma la mano era visibile.

Posata sulla spalla della bambina.

Vicino al pollice sinistro c’era una cicatrice.

Tommaso abbassò lentamente la lente.

Guardò la libreria.

Poi la fotografia.

La stanza esisteva già.

Non perché qualcuno avesse previsto il giorno successivo.

Perché Viola c’era già stata.

E, da qualche parte dentro quella casa, era rimasto un ricordo che nessuno dei due aveva ancora trovato.

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