Cronologia di quando abbiamo smesso di correre
Ho capito che per molto tempo
ho confuso la velocità con il movimento.
Credevo che andare forte
significasse andare avanti.
Riempivo le giornate,
accorciavo le pause,
anticipavo il passo successivo
mentre stavo ancora compiendo quello precedente.
E alla sera ero stanco.
Ma non sempre ero arrivato
da qualche parte.
Ho capito che viviamo in un tempo
che considera sospetta la lentezza.
Se ti fermi, stai perdendo tempo.
Se aspetti, sei indeciso.
Se non rispondi subito, sei assente.
Se non produci qualcosa,
sembra quasi che tu non abbia fatto abbastanza
per meritarti la giornata.
Così abbiamo imparato a correre
anche quando nessuno ci inseguiva.
Ho capito che la fretta
è diventata una postura.
Mangiamo pensando a ciò che faremo dopo.
Parliamo mentre controlliamo altro.
Ascoltiamo preparando già la risposta.
Abbracciamo qualcuno
e abbiamo una mano libera
per guardare il telefono.
Siamo diventati abilissimi
a essere contemporaneamente
in molti posti.
Tranne in quello
in cui ci troviamo.
Ho capito che esiste una povertà
che non compare su nessun conto corrente.
È non avere più cinque minuti
da perdere con qualcuno.
Cinque minuti inutili.
Senza uno scopo.
Senza dover arrivare a una conclusione.
Cinque minuti nei quali una persona
può raccontarti una cosa minuscola
e tu puoi permetterti
di considerarla importante.
Ho capito che abbiamo trasformato
l’attesa in un difetto.
Una fila ci irrita.
Un semaforo ci sottrae qualcosa.
Una pagina che impiega troppo
a caricarsi sembra quasi un’offesa personale.
Persino pochi secondi
sono diventati troppo lunghi.
Eppure ci sono cose
che continuano ostinatamente
a non conoscere scorciatoie.
Un’amicizia.
La fiducia.
Una guarigione.
Un figlio che cresce.
Un amore che diventa casa.
Tutto ciò che mette radici
ha bisogno di un tempo
che non possiamo accelerare.
Ho capito che correndo
non ho guadagnato soltanto minuti.
Ne ho anche perduti.
Ho perso tramonti
perché dovevo arrivare.
Ho interrotto conversazioni
perché avevo altro da fare.
Ho detto “dopo”
a persone che mi stavano regalando
un pezzo irripetibile della loro vita.
Ed è una contabilità strana:
risparmi dieci minuti
e anni dopo daresti qualsiasi cosa
per riaverne uno.
Ho capito allora
che rallentare non significa
fare meno strada.
Significa accorgersi della strada.
Del volto che cambia
nella persona che ami.
Della voce di un figlio
che un giorno non avrà più quel suono.
Delle mani dei nostri genitori
che raccontano il tempo
molto prima delle parole.
Perfino di noi.
Perché continuiamo a cambiare
mentre siamo troppo impegnati
per guardarci accadere.
Ho capito che non voglio più
misurare una giornata
soltanto da ciò che sono riuscito a concludere.
Voglio misurarla anche
da ciò che ho sentito.
Da quanto sono rimasto.
Da quante volte ho guardato qualcuno
senza avere fretta che finisse di parlare.
Da quanti istanti
non ho sacrificato
al minuto successivo.
Ho capito, alla fine,
che la vita possiede una crudeltà matematica:
mentre cerchiamo di risparmiare tempo,
il tempo sta spendendo noi.
E allora oggi
voglio concedermi il lusso più difficile.
Non arrivare prima.
Arrivare presente.
Perché non temo più
di perdere qualche minuto fermandomi.
Temo molto di più
di arrivare un giorno alla fine,
voltarmi indietro
e scoprire di essere stato velocissimo.
Ma di essere passato
accanto alla mia vita
senza darle il tempo
di raggiungermi.

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