Capitolo XV — L’uomo che sviluppava il tempo
Riccardo Valenti era esistito.
Alle nove e ventisette del mattino Tommaso aveva davanti una scheda ingiallita, compilata a macchina, con un indirizzo, una professione e una data.
Niente porte che comparivano.
Niente fotografie del futuro.
Niente frasi lasciate da persone morte.
Soltanto un uomo.
VALENTI RICCARDO
Fotografo
Vicolo San Martino, 13 — Mantova
Viola lesse l’indirizzo due volte.
Poi appoggiò l’indice sul numero.
— Tredici.
Tommaso annuì.
— Questa volta è un numero civico.
— Lo so.
— Esistono.
— So anche questo.
— Sono molto diffusi.
Viola lo guardò.
— Vuoi continuare?
— Potrei.
— Non farlo.
Erano seduti nella sala di consultazione dell’archivio, davanti a un tavolo troppo grande per due persone.
Intorno a loro c’erano scaffali, faldoni, lampade e quella particolare immobilità dei luoghi nei quali il passato viene conservato senza sapere chi, un giorno, verrà a cercarlo.
Tommaso prese il quaderno blu.
Alla voce scritta la sera precedente aggiunse:
Riccardo Valenti — fotografo professionista.
Sotto:
Studio: Vicolo San Martino 13.
Viola osservò la sua grafia.
— È già meno inquietante.
— Cosa?
— Quando le cose hanno un indirizzo.
Tommaso sollevò gli occhi.
— Gli indirizzi sono rassicuranti?
— Molto. Significa che puoi andarci.
— E se non esiste più?
— Almeno sai dove non trovare qualcosa.
Lui sorrise.
Poi tornarono ai documenti.
La prima inserzione pubblicitaria compariva nel 1958.
Studio Fotografico Valenti. Ritratti. Cerimonie. Sviluppo e stampa.
Quella successiva era del 1960.
Poi 1961.
Sempre lo stesso indirizzo.
Sempre lo stesso numero di telefono.
Viola fece scorrere lentamente il dito lungo la pagina.
— Quindi lavorava lì quando Violetta e Tomaso si conobbero.
— Sì.
— E Ada lo conosceva.
— Lo abbiamo visto insieme a lei.
Viola si appoggiò allo schienale.
— Potrebbe aver scattato lui le fotografie.
Tommaso la guardò.
— Quali?
— Tutte quelle del 1962 in cui compaiono Tomaso e mia nonna insieme.
Lui ci pensò.
Era semplice.
Quasi troppo semplice.
Per giorni avevano guardato quelle immagini chiedendosi chi potesse trovarsi dietro l’obiettivo.
Adesso un fotografo esisteva.
Aveva uno studio.
Conosceva Ada.
Aveva lavorato negli stessi mesi.
Tommaso prese la fotografia del 3 dicembre.
Tomaso e Violetta sulla panchina.
— Potrebbe.
Viola indicò il bordo inferiore.
— R.V.
Tommaso la guardò.
Le iniziali che avevano quasi dimenticato.
R.V.
Riccardo Valenti.
Viola sorrise.
— Una risposta.
Tommaso annuì.
— Una vera.
Lei prese la penna e sul quaderno scrisse una sola parola.
Finalmente.
La risposta durò undici minuti.
Poi arrivò il problema.
Fu una donna dell’archivio a portarlo.
Aveva una cartellina sottile sotto il braccio.
— Ho trovato un’altra cosa su Valenti.
Tommaso la ringraziò.
La donna lasciò la cartellina sul tavolo.
Dentro c’era la fotocopia di una pagina di giornale.
8 dicembre 1962.
Il titolo occupava due colonne.
INCENDIO IN UNO STUDIO FOTOGRAFICO DEL CENTRO
Viola smise di sorridere.
Tommaso lesse.
L’incendio era scoppiato durante la notte.
Aveva distrutto parte del laboratorio e danneggiato numerosi negativi.
Nessun ferito.
Lo studio era chiuso.
Il proprietario, Riccardo Valenti, secondo l’articolo aveva lasciato Mantova alcuni giorni prima.
Viola indicò la data.
— Otto dicembre.
Tommaso annuì.
Il tre dicembre Tomaso e Violetta avevano deciso di restare.
Cinque giorni dopo lo studio di Riccardo Valenti era bruciato.
E pochi giorni ancora separavano quell’incendio dalla scomparsa di Tomaso.
— Coincidenza? — domandò Viola.
— Possibile.
— Ci credi?
Tommaso continuò a leggere.
— Credo che dobbiamo smettere di decidere quanto una cosa sia importante prima di sapere cos’è.
Lei sorrise appena.
— Questa me la segno.
— Non osare.
Viola aprì il quaderno.
Scrisse.
Tommaso cercò di leggerlo.
Lei coprì la pagina con una mano.
— Proprietà intellettuale.
— L’ho appena detta io.
— Non puoi dimostrarlo.
Trovarono Riccardo nuovamente nel 1974.
Quella volta non fu un annuncio commerciale.
Fu un catalogo.
Una piccola esposizione fotografica organizzata a Ravenna.
Il titolo era:
LE CITTÀ CHE RESTANO
Tommaso sfogliò lentamente le pagine digitalizzate.
Fotografie di strade.
Finestre.
Portoni.
Persone viste da lontano.
Panchine vuote.
Stazioni.
Pareti segnate dall’umidità.
Riccardo non fotografava monumenti.
Fotografava ciò che rimaneva attorno alle persone dopo che le persone se n’erano andate.
Viola si avvicinò allo schermo.
— Mi piace.
Tommaso la guardò.
— Il fotografo?
— Le fotografie.
— È morto probabilmente da anni e sei già gelosa della mia domanda?
Lei gli diede una gomitata.
— Scorri.
Tommaso continuò.
Poi si fermò.
Pagina ventisette.
Una sezione dell’esposizione.
Titolo:
PRIMA DI NOI
Nessuno dei due parlò.
Viola avvicinò il viso allo schermo.
— No.
Tommaso lesse nuovamente.
PRIMA DI NOI
Serie fotografica di Riccardo Valenti.
Dodici immagini.
Realizzate, secondo la nota del catalogo, nell’arco di oltre un decennio.
Viola prese il quaderno.
Lo aprì sulla pagina in cui avevano annotato l’album trovato nella stanza dietro la libreria.
Stesso titolo.
— Non è di mia madre.
Tommaso scosse lentamente la testa.
— No.
— E nemmeno di Ada.
— Almeno non nasce da loro.
Viola tornò allo schermo.
— Nasce da Riccardo.
Tommaso scorse le fotografie.
La prima mostrava una finestra aperta.
La seconda una donna di spalle.
La terza una stazione.
La quarta due sedie.
La quinta un uomo davanti a una porta.
Nessun nome.
Soltanto titoli.
Attesa.
Partenza.
Quello che non abbiamo detto.
Dopo.
Viola smise di respirare per un istante.
— Torna indietro.
Tommaso tornò alla fotografia numero nove.
Una spiaggia.
Una donna.
Una ragazzina.
Viola afferrò la borsa.
Estrasse la fotografia ricevuta da Teresa.
La posò accanto allo schermo.
Stessa spiaggia.
Stesso costume scuro.
Stessi grandi occhiali.
Violetta.
Accanto a lei, sua figlia.
Agosto 1974.
Ma la fotografia di Riccardo era stata scattata da un’altra posizione.
Nella foto di Teresa ridevano.
In quella di Riccardo camminavano lungo il bagnasciuga.
Il titolo era:
Madre e figlia, Adriatico, 1974.
Viola rimase immobile.
— Riccardo era lì.
Tommaso annuì.
— Dodici anni dopo Mantova.
— Con mia nonna.
— Sì.
Viola continuò a guardare lo schermo.
— Quindi sapeva che era viva.
— Sì.
— Sapeva dove fosse.
— Sì.
La voce di Viola cambiò.
— E Ada?
Tommaso non rispose.
Non potevano ancora saperlo.
Scorse alla fotografia successiva.
Violetta da sola.
Seduta davanti al mare.
Non guardava l’obiettivo.
Aveva le scarpe in mano.
I piedi nell’acqua.
Il titolo:
La donna che tornò.
Sotto c’era una breve nota di Riccardo.
Alcune persone non ritornano nei luoghi. Ritornano nella propria vita.
Viola lesse due volte.
Poi si sedette.
Tommaso non disse nulla.
Lei prese la fotografia della spiaggia.
La guardò.
— Teresa aveva ragione.
— Su cosa?
— Aveva smesso di aspettare.
Tommaso annuì.
Viola sorrise.
Non c’era tristezza.
— Bene.
Una sola parola.
Ma pronunciata come se avesse restituito qualcosa a una donna morta da anni.
Riccardo Valenti era nato a Mantova nel 1929.
Aveva iniziato a lavorare come fotografo nel 1954.
Nel 1963 risultava trasferito.
Prima Ravenna.
Poi Firenze.
Per alcuni anni Roma.
Mostre collettive.
Piccoli cataloghi.
Collaborazioni con riviste.
Nessuna fama particolare.
Una carriera lunga, appartata, ostinata.
Dal 1975 le esposizioni diminuivano.
Poi quasi niente.
Un trafiletto del 1989 lo definiva:
fotografo ritirato dalla vita espositiva e impegnato nella catalogazione del proprio archivio.
Viola si appoggiò al tavolo.
— Archivio.
Tommaso annuì.
Cercarono.
Niente.
Nessuna indicazione pubblica su dove fosse finito.
Poi trovarono un nome.
Non quello di Riccardo.
Lucia Valenti.
Curatrice di una piccola retrospettiva del 1996.
La nota biografica la indicava come sorella del fotografo.
Viola fece rapidamente il conto.
— Se fosse ancora viva…
— Avrebbe circa ottant’anni.
Cercarono ancora.
Questa volta fu più facile.
Una donazione libraria.
Ferrara.
Lucia Valenti, già insegnante, dona alla biblioteca parte dell’archivio appartenuto al fratello Riccardo.
Viola guardò Tommaso.
— È viva.
— Nel 2018.
— Otto anni fa.
— Potrebbe esserlo ancora.
Lei aveva già preso il telefono.
— Cosa fai?
— Cerco.
Trovarono un recapito alle quattro e tredici del pomeriggio.
Tommaso avrebbe preferito scrivere.
Viola chiamò.
— Naturalmente — disse lui.
Lei gli fece cenno di stare zitto.
Il telefono squillò.
Una volta.
Due.
Tre.
Una voce rispose.
— Pronto?
Viola guardò Tommaso.
Per la prima volta sembrò non sapere cosa dire.
— Buongiorno. Cerco la signora Lucia Valenti.
— Sono io.
Viola si sedette.
— Mi chiamo Viola Sereni.
Silenzio.
— Non ci conosciamo.
La donna dall’altra parte non rispose immediatamente.
— Sereni?
— Sì.
— Di Mantova?
Viola guardò Tommaso.
— Sì.
Un altro silenzio.
Poi Lucia domandò:
— Come si chiamava sua madre?
Viola glielo disse.
Tommaso vide cambiare il suo volto.
— Signora Valenti?
La voce arrivò più bassa.
— Sua nonna era Violetta Bernardi?
Viola chiuse gli occhi.
— Sì.
Tommaso sentì il proprio corpo irrigidirsi.
Lucia rimase in silenzio.
Poi:
— Quanti anni ha?
— Trentacinque.
— Capisco.
Viola strinse il telefono.
— Lei conosceva mia nonna?
— Sì.
Una risposta semplice.
Nessuna esitazione.
— Conosceva anche Ada Rinaldi?
— Sì.
Viola guardò Tommaso.
Lui si avvicinò.
— Signora Valenti, sto cercando di capire alcune fotografie appartenute alla mia famiglia.
Lucia non rispose.
— Mio fratello ne ha scattate molte.
— Lo sappiamo.
Viola respirò.
— Abbiamo trovato “Prima di noi”.
Dall’altra parte cessò qualsiasi rumore.
Poi Lucia disse:
— Dove?
— A Mantova.
— Dove, precisamente?
Viola esitò.
Guardò Tommaso.
Lui annuì.
— Nella casa di Ada Rinaldi.
Silenzio.
Lungo.
— C’è ancora la stanza?
Viola sentì un brivido.
— Quale stanza?
— Quella dietro la libreria.
Tommaso si sedette accanto a lei.
Lucia continuò:
— E l’uomo è con lei?
Viola guardò Tommaso.
— Quale uomo?
— Tommaso Rinaldi.
Nessuno dei due parlò.
Lucia lasciò trascorrere alcuni secondi.
— È lì?
Viola rispose piano.
— Sì.
La donna inspirò.
— Allora Ada ha mantenuto la promessa.
Lucia non volle dire altro al telefono.
Non per paura.
Non per mistero.
Disse soltanto che alcune cose avevano bisogno di fotografie davanti agli occhi.
— Venite a Ferrara.
— Quando? — domandò Viola.
— Domani, se potete.
Tommaso guardò lei.
Viola annuì.
— Possiamo.
Lucia diede loro l’indirizzo.
Prima di chiudere, Tommaso chiese:
— Signora Valenti?
— Sì?
— Riccardo è ancora vivo?
La risposta arrivò senza esitazione.
— No.
Pausa.
— È morto nel 2001.
Tommaso abbassò gli occhi.
— Mi dispiace.
— Era vecchio. Aveva vissuto.
Lucia stava per chiudere.
Viola la fermò.
— Un’ultima cosa.
— Dica.
— Le fotografie che abbiamo trovato… alcune sono recenti.
Tommaso la guardò.
— Quanto recenti? — domandò Lucia.
— Di quest’anno.
Silenzio.
— Signora Valenti?
La voce tornò.
Diversa.
— Riccardo non può averle scattate.
— Lo sappiamo.
— E Ada?
— È morta.
Lucia non disse nulla.
Viola continuò:
— Nella stanza c’è una macchina fotografica nascosta.
Questa volta la risposta arrivò immediatamente.
— Quella non l’ha installata Riccardo.
Viola strinse il telefono.
— Lei sa chi è stato?
Lucia rimase in silenzio.
Poi disse:
— Domani.
E chiuse.
Uscirono dall’archivio che erano quasi le cinque.
Viola camminava davanti.
Tommaso la raggiunse.
— Tutto bene?
— No.
— Ottimo.
Lei lo guardò.
— Perché ottimo?
— Perché quando dici che va tutto bene di solito significa che stai per fare qualcosa di irresponsabile.
Viola sorrise.
— Voglio comprare delle scarpe.
Tommaso si fermò.
— Cosa?
— Scarpe.
— Adesso?
— Sì.
— Abbiamo appena parlato con una donna che conosceva tua nonna, Ada, Riccardo e sa dell’esistenza di una stanza nascosta.
— Esatto.
— E vuoi comprare scarpe.
— Precisamente.
Tommaso la guardò.
— Perché?
Viola infilò una mano nella sua.
— Perché domani andiamo a Ferrara e non voglio passare le prossime ventiquattr’ore a immaginare cosa ci dirà.
Lo trascinò verso una vetrina.
— Inoltre queste sono bellissime.
Tommaso guardò il prezzo.
— Sono anche criminali.
— Non sei obbligato a comprarle tu.
— Improvvisamente sono molto più belle.
Viola rise.
Entrarono.
Quella sera tornarono a casa di Ada con una scatola di scarpe, due panini e più domande di quante ne avessero al mattino.
Viola appoggiò la scatola vicino al divano.
Tommaso sistemò sul tavolo le copie dei documenti.
Riccardo Valenti.
Per la prima volta potevano ricostruire una vita.
Non una leggenda.
Non un uomo comparso in una fotografia.
Una persona.
Mantova.
Ravenna.
Firenze.
Roma.
Un mestiere.
Una sorella.
Una morte.
Viola si sedette.
— Posso dirti una cosa?
— Sì.
— Oggi è stata una buona giornata.
Tommaso la guardò.
— Abbiamo scoperto che uno studio è bruciato, che Riccardo seguiva tua nonna dodici anni dopo e che sua sorella conosce i nostri nomi.
— Appunto.
— Abbiamo definizioni molto diverse di buona giornata.
Viola prese la fotografia della spiaggia.
— Ho scoperto che mia nonna non ha passato la vita ad aspettare Tomaso.
Tommaso tacque.
— Per me basta.
Lui annuì.
Viola guardò ancora Violetta.
— Avevo paura di somigliarle.
— Perché?
— Perché tutto quello che sapevo di lei era una tragedia.
Posò la fotografia.
— Adesso so che andava al mare. Rideva. Aveva una figlia. Cantava male. Si scottava al sole.
Tommaso sorrise.
— Le pere.
— Le pere troppo mature.
— Importante.
— Fondamentale.
Viola lo guardò.
— Se le somiglio, va bene.
Tommaso le prese la mano.
— Le somigli.
— Per la cicatrice?
— No.
— Perché canto male?
— Anche.
Lei lo colpì con il cuscino.
Prepararono una piccola borsa per il giorno dopo.
Viola mise dentro il quaderno blu.
Le fotografie.
Le copie dei documenti.
La lettera di Violetta.
Poi aggiunse le scarpe nuove.
Tommaso la guardò.
— Le porterai nella scatola fino a Ferrara?
— Certo.
— E cosa indossi?
— Le vecchie.
— Quindi compri scarpe per non usarle.
Viola si voltò.
— Ti prego, non iniziare a spiegarmi le donne.
— Non ne sarei capace.
— Bravo.
Tommaso infilò nella borsa la fotografia del 1962.
Poi quella del 1974.
Due Violette.
Una accanto a Tomaso.
Una accanto a sua figlia.
Viola le guardò.
— Sai cosa manca?
— Cosa?
— Una fotografia di Tomaso dopo il 1962.
Tommaso rimase immobile.
Era vero.
Avevano la cartolina del 1974.
Ma nessuna immagine.
Tomaso terminava fotograficamente nel dicembre del 1962.
Come se il suo volto fosse rimasto prigioniero di quell’anno.
— Magari Lucia ne ha una.
— Magari.
Viola chiuse la borsa.
Dormirono nella camera di Ada.
Questa volta insieme.
Non sul divano.
Non sulla poltrona.
Nessuna fotografia aveva mostrato quella notte.
Nessun foglio l’aveva annunciata.
La scelsero.
Viola rimase sveglia qualche minuto.
Tommaso sentiva il suo respiro vicino.
— Tommaso?
— Sì?
— Quando torni a Milano?
La domanda non lo sorprese.
— Devo tornarci.
— Lo so.
— Ma non ancora.
Viola rimase in silenzio.
— E quando tornerò…
Si fermò.
Lei aspettò.
— Non voglio che significhi andare via da qui.
Viola si voltò verso di lui.
La stanza era quasi buia.
— Da Mantova?
Tommaso sorrise.
— Non parlavo di Mantova.
Lei capì.
Non rispose.
Gli prese la mano sotto le coperte.
Era sufficiente.
La mattina dopo Viola si svegliò prima di lui.
Rimase qualche minuto a guardarlo.
Poi prese il telefono.
Stava per fotografarlo.
Si fermò.
Sorrise.
Lo lasciò sul comodino.
Fu allora che vide qualcosa.
Tra due libri della libreria c’era un rettangolo bianco.
Viola si alzò.
Lo estrasse.
Una busta.
Nessun nome.
La aprì.
Dentro c’era una fotografia.
— Tommaso.
Lui aprì gli occhi.
— Mh?
— Svegliati.
Il tono bastò.
Tommaso si mise seduto.
Viola gli porse l’immagine.
Un uomo anziano sedeva davanti a una finestra.
Capelli completamente bianchi.
Viso magro.
Occhiali.
Tra le mani teneva una macchina fotografica.
Sul retro:
Riccardo Valenti — 12 marzo 2001.
Sotto:
Ultima fotografia.
Tommaso guardò l’immagine.
— È lui.
Viola indicò qualcosa alle sue spalle.
Sul muro, dietro Riccardo, c’erano fotografie incorniciate.
Una.
Due.
Tre.
Tommaso avvicinò l’immagine alla finestra.
Nella fotografia centrale comparivano due persone anziane.
Un uomo.
Una donna.
Viola prese la lente dalla scrivania.
La posò sopra.
Nessuno parlò.
La donna era Violetta.
Molto più vecchia.
Ma era lei.
L’uomo accanto aveva i capelli bianchi.
Un volto scavato.
Sorrideva.
Tommaso sentì qualcosa stringergli lo stomaco.
Non aveva bisogno di confrontarlo.
Lo riconobbe.
Tomaso.
Sul bordo della fotografia incorniciata si leggeva una data.
1998.
Viola si sedette sul letto.
— Era vivo.
Tommaso continuò a guardare.
Tomaso e Violetta.
Insieme.
Trentasei anni dopo la loro scomparsa.
Non sembravano due persone fuggite.
Non sembravano amanti costretti a nascondersi.
Ridevano.
Entrambi.
Come due esseri umani che avevano attraversato abbastanza vita da non dover più dimostrare nulla a nessuno.
Viola si avvicinò.
— Guarda sotto.
Tommaso abbassò la lente.
Sulla parete, dietro Riccardo, c’era anche un libro.
Copertina scura.
Titolo chiaro.
PRIMA DI NOI
Sotto:
Archivio fotografico di Riccardo Valenti
Viola guardò Tommaso.
Tra meno di due ore sarebbero partiti per Ferrara.
Adesso Lucia Valenti non avrebbe dovuto spiegare loro soltanto perché Riccardo li conoscesse.
Avrebbe dovuto spiegare come fosse possibile che nel 1998 Tomaso e Violetta fossero ancora insieme.
E soprattutto perché nessuno avesse mai pensato di dirlo ad Ada.
Tommaso voltò ancora la fotografia.
In fondo, quasi sul bordo, Riccardo aveva scritto una frase.
Le persone non scompaiono tutte nello stesso modo.
Viola la lesse.
Poi guardò il volto anziano di Tomaso.
— Abbiamo fatto la domanda sbagliata.
— Quale?
— Continuavamo a chiederci dove fosse scomparso.
Tommaso osservò l’uomo nella fotografia.
Viola chiuse lentamente la borsa per Ferrara.
— Adesso dobbiamo scoprire dove ha vissuto.

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