Prima di noi

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Capitolo XVI — Le mani dietro le fotografie

Partirono per Ferrara alle nove e undici.

Viola guidava.

Le scarpe nuove erano ancora nella scatola sul sedile posteriore.

Tommaso se ne accorse quando avevano già lasciato Mantova.

— Non le hai messe.

— No.

— Ieri hai sostenuto che fossero indispensabili per andare a Ferrara.

— Ho cambiato idea.

— Centottanta euro di cambiamento d’idea.

Viola lo guardò.

— Centosessantanove.

— Ah. Allora abbiamo risolto.

Lei sorrise.

— Le metterò quando saremo arrivati.

— Perché?

— Perché sono scomode.

Tommaso si voltò lentamente verso di lei.

— Hai comprato scarpe scomode da mettere per incontrare un’ottantenne che non hai mai visto.

— Esatto.

— C’è una logica?

— Certo.

— Quale?

Viola indicò la strada.

— Guida tu e te la spiego.

— Stai guidando tu.

— Appunto.

Tommaso scosse la testa.

Fuori dal finestrino la pianura scorreva piatta, interrotta da case isolate, filari, capannoni, campi che settembre aveva già cominciato a scolorire.

Sul sedile posteriore, accanto alle scarpe, c’era la borsa con tutto quello che avevano trovato.

Fotografie.

Lettere.

Il quaderno blu.

La fotografia di Riccardo del 2001.

Quella del 1998 con Tomaso e Violetta anziani.

Una quantità di passato sufficiente a riempire un’automobile.

Eppure, quella mattina, nessuno dei due aveva fretta di parlarne.

Viola accese la radio.

Una canzone che Tommaso non conosceva.

Dopo qualche minuto lei cominciò a cantare.

Male.

Lui la guardò.

— Ti prego.

— Cosa?

— Abbiamo ancora più di un’ora di strada.

Viola alzò il volume.

— Potevi prendere il treno.

Tommaso sorrise.

E per alcuni chilometri lasciarono che Ferrara fosse soltanto una città verso cui stavano andando.


Lucia Valenti abitava in una casa stretta, color ocra, poco distante dal centro.

Tre finestre.

Persiane verdi.

Una bicicletta appoggiata al muro.

Nessun numero tredici.

Tommaso lo controllò.

Viola se ne accorse.

— Seriamente?

— Abitudine.

— È il venti.

— Meglio.

Lei aprì la portiera.

Poi guardò le proprie scarpe.

Vecchie.

Comode.

Chiuse la portiera.

Tommaso indicò il sedile posteriore.

— Centosessantanove euro.

— Taci.

Suonarono.

La donna che aprì aveva capelli bianchi tagliati corti e un cardigan color sabbia.

Era minuta.

Schiena dritta.

Nessuna esitazione nello sguardo.

Guardò prima Viola.

Poi Tommaso.

Non domandò chi fossero.

— Entrate.

La casa odorava di libri e cera per mobili.

Sulle pareti c’erano fotografie.

Molte.

Nessuna cornice uguale all’altra.

Lucia li condusse in soggiorno.

— Il viaggio?

— Bene — rispose Viola.

— Caffè?

— Volentieri.

Lucia guardò Tommaso.

— Lei?

— Sì, grazie.

— Zucchero?

Tommaso stava per rispondere.

Viola lo precedette.

— Uno.

Lui la guardò.

— Cosa?

— Ieri avevo chiesto di svegliarmi con lo zucchero nel caffè. Consideralo un esperimento.

Lucia li osservò.

Poi, per la prima volta, sorrise.

— Bene. Almeno non siete venuti qui soltanto per i morti.

Scomparve in cucina.

Viola guardò Tommaso.

— Mi piace.

— Sono passati quaranta secondi.

— Mi bastano.


Lucia tornò con tre tazze e una scatola.

La posò sul tavolo.

Non era grande.

Cartone grigio.

Legata con uno spago.

Viola la guardò.

— Cos’è?

— La ragione per cui ieri vi ho chiesto di venire.

Lucia si sedette.

— Prima, però, voglio vedere quello che avete portato.

Tommaso aprì la borsa.

Dispose le fotografie sul tavolo.

Lucia non le toccò immediatamente.

Le guardò.

Quando vide quella di Violetta sulla spiaggia, sorrise.

— Cesenatico.

Viola si sporse.

— C’era anche lei?

— No.

Lucia indicò la fotografia.

— Ma Riccardo sì.

— Perché?

La donna sollevò gli occhi.

— Perché Violetta gli aveva scritto.

Viola rimase immobile.

— Nel 1974?

— Qualche mese prima.

— Per chiedergli cosa?

— Di fotografarla.

Tommaso aggrottò la fronte.

— Dopo dodici anni?

Lucia annuì.

— Violetta aveva deciso di smettere di nascondere quella parte della propria vita.

Viola guardò la fotografia.

— Tomaso?

Lucia non rispose subito.

Prese il caffè.

— Prima di arrivare a Tomaso dobbiamo togliere alcune cose dalla vostra storia.

Viola e Tommaso si guardarono.

— Quali cose? — domandò lui.

Lucia indicò le fotografie.

— Quelle che avete aggiunto voi.

Tommaso rimase in silenzio.

Lucia prese l’immagine del 1962.

— Quando si trovano frammenti senza contesto, la mente costruisce collegamenti. È normale. Riccardo diceva che una fotografia è pericolosa proprio per questo.

— Perché? — domandò Viola.

— Perché mostra perfettamente ciò che c’era davanti all’obiettivo e non dice quasi nulla di ciò che esisteva intorno.

Lucia girò la fotografia.

— Voi avete trovato il centro.

Indicò i margini.

— Adesso dobbiamo ricostruire tutto quello che è rimasto fuori.


Cominciò da Riccardo.

Non era soltanto il fotografo della storia.

Era stato amico di Tomaso.

Conosceva Ada.

Conosceva Violetta.

E, per alcuni anni, aveva conosciuto molto bene anche il loro modo di complicarsi la vita.

— Mio fratello aveva trentatré anni nel 1962 — disse Lucia. — Era più grande di loro. Questo gli dava l’illusione di essere più saggio.

— Lo era? — domandò Viola.

Lucia sorrise.

— Assolutamente no.

Tommaso rise.

— Fotografava Tomaso e Violetta perché glielo chiedevano?

— All’inizio sì.

— E dopo?

— Dopo cominciò a farlo per Ada.

Tommaso si irrigidì appena.

— Perché?

Lucia guardò una fotografia del 1962.

— Perché Ada aveva paura che suo fratello sparisse davvero.

— E infatti successe.

— No.

La risposta arrivò netta.

Tommaso la fissò.

Lucia appoggiò la fotografia sul tavolo.

— Tomaso non scomparve.

Silenzio.

Viola si avvicinò.

— Ernesto ha detto…

— Ernesto vide quello che tutti videro.

— Cioè?

— Un ragazzo che un giorno non era più a Mantova.

Lucia guardò Tommaso.

— Ma partire non significa scomparire.

Tommaso sentì qualcosa spostarsi dentro la storia.

Una parola.

Soltanto una.

E improvvisamente sessantaquattro anni cambiavano forma.

— Dove andò?

— Ravenna.

Viola guardò la fotografia di Riccardo.

— Con lui?

— No. Riccardo arrivò dopo.

— Perché Tomaso partì?

Lucia abbassò gli occhi.

— Perché glielo chiese Giulio Ferri.

Viola si irrigidì.

— Lo minacciò?

— No.

— Gli diede dei soldi?

— No.

Lucia la guardò.

— Gli disse la verità.

— Quale?

La donna rimase qualche secondo in silenzio.

— Che Violetta stava distruggendo la propria vita per dimostrare di avere il diritto di viverla.

Viola aggrottò la fronte.

— Non capisco.

— La famiglia di Violetta voleva Giulio. Lei voleva Tomaso. A un certo punto non stava più scegliendo Tomaso perché lo amava. Lo stava scegliendo anche perché tutti le dicevano che non poteva farlo.

Lucia intrecciò le dita.

— Giulio lo aveva capito.

Tommaso la guardò.

— E convinse Tomaso ad andarsene.

— Gli chiese di lasciare che Violetta facesse una scelta senza avere nessuno contro cui combattere.

Viola scosse lentamente la testa.

— E lui accettò?

— Non subito.

Lucia sorrise appena.

— Si presero a pugni.

Tommaso la guardò sorpreso.

— Tomaso e Giulio?

— Mio fratello diceva che fu la discussione più intelligente alla quale avesse assistito e anche quella con meno parole.

Viola lasciò uscire una risata.

— Chi vinse?

— Nessuno. Come accade quasi sempre quando due uomini decidono di risolvere qualcosa in quel modo.

Poi Lucia tornò seria.

— Tre giorni dopo Tomaso partì.


— E Violetta?

Viola aveva smesso di bere.

Lucia guardò lei.

— Violetta lo cercò.

— Per quanto?

— Per anni, a intervalli.

— Quindi lui la abbandonò.

— No.

Viola irrigidì la mandibola.

— Mi sembra esattamente quello che ha fatto.

Lucia non si offese.

— Tomaso le scrisse.

— Le lettere che abbiamo trovato?

— Alcune.

— E le altre?

— Violetta le restituì senza aprirle.

Viola rimase immobile.

— Perché?

— Perché era furiosa.

Lucia sorrise appena.

— Tua nonna era molto brava a essere furiosa.

— Questo potrei averlo ereditato.

— Probabile.

Tommaso abbassò lo sguardo per nascondere un sorriso.

Viola lo vide.

— Non dire niente.

— Non ho detto niente.

— Lo stavi pensando.

Lucia li osservò.

Per qualche istante sul suo viso passò qualcosa che somigliava a tenerezza.

Poi continuò.

— Violetta non sparì davvero neppure lei. Cambiò nome per un periodo, si spostò, ricominciò. Ebbe una figlia. Lavorò. Fece errori. Si innamorò ancora.

Viola alzò gli occhi.

— Si innamorò?

— Certo.

La risposta sembrò quasi sorprenderla.

Lucia la guardò.

— Non crederai davvero che la vita di tua nonna sia rimasta sospesa nel dicembre del 1962.

Viola pensò alla fotografia sulla spiaggia.

Sua madre con il gelato.

Violetta che rideva.

— No.

— Bene.

Lucia prese quell’immagine.

— Perché questo è importante. Tomaso fu un amore enorme nella sua vita. Non fu tutta la sua vita.

Viola annuì lentamente.

Tommaso la guardò.

Gli sembrò che qualcosa si distendesse nel suo volto.

Come se, ancora una volta, Violetta avesse guadagnato qualche centimetro di esistenza oltre la propria leggenda.


— E il 1998? — domandò Tommaso.

Lucia rimase immobile.

Lui mise davanti a lei la fotografia.

Tomaso e Violetta anziani.

Insieme.

— Si rividero?

Lucia sorrise.

— Sì.

— Dopo trentasei anni?

— No.

Tommaso la guardò.

— Si erano già incontrati prima.

— Quando?

— Nel 1974.

Viola sollevò il viso.

— A Cesenatico.

Lucia annuì.

— Riccardo organizzò l’incontro.

Viola rimase senza parole.

— Mia nonna gli aveva scritto per questo?

— In parte.

— Voleva rivedere Tomaso?

— Voleva sapere se, vedendolo, avrebbe sentito ancora il bisogno di aspettarlo.

La stanza diventò immobile.

Viola guardò la fotografia della spiaggia.

— E cosa successe?

Lucia sorrise.

— Presero un caffè.

Viola quasi rise.

— Tutto qui?

— Due caffè, per essere precisa.

— Dopo dodici anni?

— Le grandi storie viste da lontano sono piene di tempeste. Quando ci entri dentro, spesso trovi due persone sedute a un tavolino che non sanno cosa dirsi.

Tommaso abbassò gli occhi.

Gli piaceva quella donna.

— Tornarono insieme?

— No.

Viola sembrò sorpresa.

— Perché?

— Perché non erano più quelli del 1962.

Lucia indicò la fotografia.

— E finalmente lo capirono.

— Quindi quella fotografia del 1998…

— È stata scattata ventiquattro anni dopo quel caffè.

— Continuarono a vedersi?

— Ogni tanto. Si scrivevano. Si telefonavano. A volte passavano anni.

Lucia guardò Viola.

— Diventarono qualcosa che da giovani non erano riusciti a essere.

— Cosa?

— Due persone capaci di volersi bene senza chiedere all’altro di cambiare la propria vita.

Viola non disse nulla.

Tommaso sentì la sua mano cercare la propria sotto il tavolo.

La strinse.


Poi arrivò la domanda che Tommaso aveva trattenuto fino a quel momento.

— Ada sapeva che Tomaso era vivo?

Lucia abbassò lo sguardo.

— Sì.

Tommaso ritirò lentamente la mano da quella di Viola.

— Da quando?

— Dal 1963.

La risposta gli arrivò addosso.

— No.

Lucia non disse nulla.

— Ada ha aspettato tutta la vita di sapere cosa fosse successo a suo fratello.

— Chi ve l’ha detto?

Tommaso rimase immobile.

Ernesto.

Le lettere.

La casa.

Tutto ciò che avevano interpretato.

Lucia lo guardò.

— Ada sapeva dov’era Tomaso.

— Allora perché…

Non terminò.

Lucia lo fece per lui.

— Perché ha lasciato che tutti credessero fosse scomparso?

Tommaso annuì.

— Perché Tomaso glielo chiese.

— Per sessant’anni?

— Sì.

Tommaso si alzò.

Andò verso la finestra.

Viola lo guardò senza intervenire.

— Non ha senso.

Lucia aspettò.

— Ada mi ha lasciato quella casa. Le fotografie. Le lettere. Tutto.

Si voltò.

— Perché costruire un mistero su qualcosa che sapeva?

Lucia lo osservò a lungo.

— Perché il mistero non riguardava Tomaso.

Tommaso rimase immobile.

— E cosa riguardava?

Lucia guardò Viola.

Poi lui.

— Voi.


Nessuno parlò.

Fu Tommaso a rompere il silenzio.

— No.

Lucia non reagì.

— Non accetto una risposta del genere.

— Bene.

Tommaso la guardò sorpreso.

— Bene?

— Sì. Non dovreste accettarla.

Lucia prese la scatola grigia.

Sciolse lo spago.

— Perché è esattamente il problema che Ada comprese troppo tardi.

Sollevò il coperchio.

Dentro c’erano buste.

Fotografie.

Negativi.

Quaderni.

Una piccola bobina.

E una lettera.

Lucia la prese.

Sul davanti:

Per Ada.

— Questa è di vostra nonna? — domandò Tommaso.

Lucia guardò Viola.

— No.

Gli porse la busta.

— È di tua madre.

Viola non la prese.

La guardò.

— Mia madre?

— Sì.

— Perché ce l’ha lei?

— Perché Ada me la consegnò nel 2002.

Viola rimase immobile.

— Aprila — disse Lucia.

Viola prese la busta.

Le mani le tremavano appena.

Tommaso se ne accorse.

Non disse niente.

Lei estrasse il foglio.

Riconobbe immediatamente la grafia.

Inspirò.

Lesse.

Ada,

se un giorno Viola incontrerà Tommaso, ti prego di non dirle che doveva accadere.

Viola si fermò.

Tommaso non si mosse.

Lei continuò.

Non doveva.

Non c’è niente che debba accadere tra due persone soltanto perché qualcuno, prima di loro, ha lasciato fotografie, lettere o desideri incompiuti.

Se si incontreranno, sarà un incontro.

Se si ameranno, sarà una scelta.

Se si perderanno, sarà la loro perdita.

Non trasformiamo i nostri figli nel luogo in cui tentare di correggere ciò che noi non abbiamo saputo capire.

Viola abbassò il foglio.

Aveva gli occhi pieni.

Lucia aspettò.

Tommaso le sfiorò il ginocchio.

Viola riprese.

Tu dici che un giorno capiranno.

Io spero soltanto che, quando accadrà, nessuno abbia già scritto per loro la frase successiva.

Lasciali liberi.

La firma era quella di sua madre.

Viola non riuscì a leggere ad alta voce il nome.

Piegò lentamente il foglio.

— Lei sapeva di Tommaso.

Lucia annuì.

— Sì.

— Da quando?

— Dal 1998.

Viola guardò lui.

Diciassette maggio.

Due bambini addormentati nella stanza.

La fotografia.

— Ci hanno fatti incontrare.

Lucia non cercò di negarlo.

— Sì.

Viola si alzò.

Questa volta fu lei ad andare alla finestra.

— Perché?

— Per una fotografia.

Viola si voltò di scatto.

— Sono stanca delle fotografie.

— Hai ragione.

Lucia non alzò la voce.

— Ed è per questo che tua madre scrisse quella lettera.


La storia del 17 maggio 1998 fu molto meno straordinaria di quanto avessero immaginato.

E proprio per questo fece più male.

Ada aveva invitato la madre di Viola a Mantova.

Violetta era arrivata più tardi.

Tommaso, dodicenne, si trovava da Ada per il fine settimana.

Viola aveva sette anni.

Riccardo, ormai anziano, era passato per consegnare alcune fotografie.

Quattro adulti.

Due bambini.

Una casa.

Nessuna profezia.

— Riccardo volle fotografarvi — spiegò Lucia. — Disse che sarebbe stata l’ultima immagine di “Prima di noi”.

— Perché noi? — domandò Tommaso.

— Perché eravate ciò che veniva dopo.

Viola rimase in silenzio.

— Non perché doveste innamorarvi — continuò Lucia. — Non perché qualcuno avesse previsto questo.

Indicò loro due.

— Eravate semplicemente i discendenti delle persone che avevano attraversato quella storia.

Tommaso pensò alla fotografia alla fontana.

— E perché non ricordiamo di esserci incontrati?

Lucia lo guardò quasi divertita.

— Perché avevi dodici anni e lei sette. Avete passato insieme meno di un pomeriggio.

Viola guardò Tommaso.

— Probabilmente mi stavi antipatico.

— Molto probabile.

— Finalmente qualcosa di credibile.

Lucia sorrise.

— Litigaste per una biglia.

Entrambi si fermarono.

Tommaso pensò alle biglie verdi con la spirale bianca.

— Quale biglia?

Lucia indicò lui.

— Era tua.

Tommaso rimase immobile.

— Verde?

— Non ricordo.

— Con una spirale bianca?

Lucia scosse la testa.

— Questo dovresti chiederlo a te stesso.

Viola guardò Tommaso.

La biglia.

La casa.

Il cortile.

Per giorni avevano creduto fosse un segnale lasciato da qualcosa che conosceva il loro passato.

Adesso esisteva una possibilità molto più semplice.

Tommaso l’aveva davvero lasciata lì.

Da bambino.

E Viola l’aveva davvero vista.

Da bambina.

Nessuna memoria impossibile.

Soltanto memoria dimenticata.


Tommaso aprì il quaderno blu.

Per la prima volta non scrisse nulla.

Guardò le pagine.

Le due colonne.

Cose accadute a noi.

Cose accadute a loro.

Poi le chiuse.

— La stanza dietro la libreria.

Lucia annuì.

— Esisteva già.

— Lo sappiamo.

— Era il piccolo laboratorio di Ada.

— Fotografico?

— In parte.

Lucia indicò la scatola.

— Ada e Riccardo continuarono per anni a catalogare il materiale.

Viola la guardò.

— Mia madre lavorò con loro?

— Negli anni Novanta, sì.

Tommaso pensò alla scatola con le iniziali.

— E.S.

Lucia aggrottò la fronte.

— Cosa?

— Una scatola di negativi. C’è scritto E.S.

Viola intervenne.

— Abbiamo pensato significasse il nome di mia madre.

Lucia la guardò.

Poi scosse la testa.

— No.

Viola rimase immobile.

— No?

— Quelle iniziali non sono il nome di tua madre.

Tommaso e Viola si guardarono.

Lucia continuò:

— Riccardo classificava le copie con due lettere. “E.S.” significava esemplari successivi.

Tommaso chiuse gli occhi.

Viola rimase a bocca aperta.

Poi cominciò a ridere.

Una risata improvvisa.

Quasi liberatoria.

— Abbiamo costruito una persona su due lettere.

Tommaso si passò una mano sul viso.

— Tecnicamente l’hai fatto tu.

Viola lo guardò.

— Vuoi davvero morire a Ferrara?

Lucia rise.

— Questo è esattamente ciò che intendevo.

Prese la scatola.

— Avete trovato frammenti e avete riempito gli spazi.

Tommaso tornò serio.

— Però alcune cose restano.

— Certo.

— La macchina fotografica nascosta.

— Sì.

— Le fotografie recenti.

— Sì.

— La data del ventidue settembre su un negativo del 1998.

Lucia annuì.

— E quelle hanno una spiegazione.

Viola si sporse.

— Quale?

Lucia guardò l’orologio.

— Prima mangiamo.

Viola la fissò.

— Sta scherzando.

— No.

— Lucia…

— Ho ottant’anni. Se salto il pranzo divento insopportabile.

Tommaso sorrise.

— Mi sembra ragionevole.

Viola lo guardò indignata.

— Traditore.


Mangiarono tortellini in brodo.

Viola, contro ogni previsione, ne prese due piatti.

Lucia raccontò di Riccardo.

Non del fotografo.

Del fratello.

Dormiva con i calzini.

Perdeva continuamente le chiavi.

Non imparò mai a guidare.

Aveva paura dei piccioni.

Una volta era sceso da un autobus tre fermate prima perché un piccione era entrato dal finestrino.

Viola rise fino alle lacrime.

— Quest’uomo ha costruito metà del trauma della mia famiglia e aveva paura dei piccioni.

— Non ha costruito nessun trauma — rispose Lucia. — Ha conservato troppe fotografie. È diverso.

Tommaso la guardò.

Quella frase gli rimase addosso.

Ha conservato troppe fotografie.

Forse era davvero quello il problema.

Non ciò che era accaduto.

Ma la quantità di prove lasciate dopo.

Quando una vita viene documentata abbastanza a lungo, chi arriva dopo rischia di scambiarla per un percorso.


Dopo pranzo tornarono al tavolo.

Lucia prese due fotografie apparentemente identiche.

Le mise davanti a Tommaso.

— Lei restaura documenti.

— Sì.

— Guardi.

Tommaso le prese.

Stessa immagine.

Ada nella stanza.

Sulla parete:

22 settembre 2026.

Le osservò.

Carta.

Superficie.

Bordo.

Poi capì.

— Non sono della stessa epoca.

Lucia annuì.

Viola si avvicinò.

— Cosa?

Tommaso indicò la prima.

— Questa potrebbe essere una stampa degli anni Novanta.

Poi la seconda.

— Questa no.

— Perché?

— Carta diversa. Rivestimento diverso. Anche il taglio.

Lucia prese una lente.

— La fotografia che avete trovato non è un originale del 1998.

Tommaso sollevò gli occhi.

— È una riproduzione.

— Esatto.

— Ma noi abbiamo il negativo.

— Avete una striscia che credete continua.

Silenzio.

Tommaso capì.

— È stata montata.

Lucia annuì.

— Riccardo lo faceva per le esposizioni. Copiava immagini, le rifotografava, costruiva sequenze.

Viola scosse la testa.

— Quindi la data…

— È stata aggiunta molti anni dopo.

— Quando?

Lucia la guardò.

— Nel 1998 non esisteva.

Viola lasciò uscire lentamente il fiato.

Una profezia scomparve dalla stanza.

Non con un rumore.

Non con una rivelazione spettacolare.

Semplicemente cessò di esserlo.


— E le fotografie di questi giorni? — domandò Tommaso.

Lucia rimase qualche secondo in silenzio.

Poi prese il telefono.

Cercò un numero.

Chiamò.

— Siamo qui.

Ascoltò.

— Sì.

Chiuse.

Viola la fissava.

— Chi era?

Lucia rimise il telefono sul tavolo.

— La persona che vi deve delle scuse.

— Cosa?

Suonò il campanello.

Nessuno si mosse.

Lucia si alzò.

— Arrivo.

Andò ad aprire.

Tommaso guardò Viola.

— Hai paura?

— No.

Pausa.

— Moltissima.

Passi nel corridoio.

Lucia tornò.

Dietro di lei c’era un uomo.

Circa sessant’anni.

Capelli grigi.

Giacca scura.

Portava una custodia fotografica.

Viola lo riconobbe prima di Tommaso.

Si alzò.

— Il lago.

L’uomo annuì.

— Sì.

— Il cappotto grigio.

— Sì.

— Lei ci ha fotografati.

— Sì.

Viola fece un passo verso di lui.

— Le consiglio di scegliere molto bene la prossima risposta.

L’uomo guardò Lucia.

Lei sollevò le mani.

— Non guardare me. Te l’avevo detto.

L’uomo tornò a Viola.

— Mi chiamo Paolo Valenti.

Tommaso aggrottò la fronte.

— Valenti?

Lucia indicò l’uomo.

— Mio figlio.

Silenzio.

Paolo appoggiò la custodia a terra.

— Sono stato io a installare la macchina nella stanza.

Viola lo fissò.

— Perché?

— Per Ada.

— Ada è morta.

— Lo so.

— Allora perché è ancora accesa?

Paolo abbassò gli occhi.

— Perché non avrebbe dovuto esserlo.


La spiegazione non cancellò tutto.

Ma tolse al mistero parecchie delle sue ombre.

Nel 2024 Ada aveva chiesto a Paolo di sistemare una piccola fotocamera automatica nella stanza.

Sensore di movimento.

Stampante compatta.

Collegamento alla rete della casa.

Un gioco.

Un ultimo esperimento legato all’archivio di Riccardo.

Ada voleva che, se Tommaso fosse tornato un giorno, trovasse alcune immagini.

— Non sapeva quando sarebbe successo — spiegò Paolo. — Aveva preparato una serie di istruzioni.

— E Viola? — domandò Tommaso.

Paolo la guardò.

— Ada sperava che prima o poi tornasse anche lei.

Viola incrociò le braccia.

— E lei ci ha seguiti.

— Quando ho visto che la macchina si era riattivata, sì.

— Fotografandoci di nascosto.

— Sì.

— Lasciando fotografie.

— Sì.

— Mandando messaggi.

Paolo esitò.

— Alcuni.

Viola sorrise senza allegria.

— Fantastico.

— Viola — disse Lucia.

— No.

Lei si voltò.

— Mia madre aveva scritto di lasciarci liberi.

Indicò la lettera.

— Questa era l’unica cosa davvero semplice.

Lucia annuì.

— Hai ragione.

Paolo abbassò lo sguardo.

— Pensavo di completare il lavoro di Ada.

— E invece?

Fu Tommaso a domandarlo.

Paolo lo guardò.

— Ho capito troppo tardi che stavo interferendo.

Viola prese il quaderno blu.

— La scritta “Bravi”?

— Io.

— Il messaggio delle 23:59?

— Io.

— La fotografia al lago?

— Io.

— La fotografia consegnata a casa?

— Io.

Tommaso lo osservava.

— La porta numero tredici?

Paolo scosse la testa.

— No.

Silenzio.

Viola lo fissò.

— Come no?

— Non ho fatto nulla alla porta.

Tommaso intervenne.

— Il corridoio?

— Quale corridoio?

Lucia guardò Paolo.

Lui sembrava sinceramente confuso.

Viola aprì la bocca.

Poi la richiuse.

Tommaso le prese il polso.

Non per fermarla.

Per ricordarle qualcosa.

Non dovevano risolvere tutto nello stesso momento.


Prima di andarsene, Paolo consegnò loro una scheda di memoria.

— Qui c’è tutto quello che ha registrato la macchina.

Tommaso la prese.

— Senza tagli?

— Senza tagli.

Viola lo guardò.

— E da adesso?

— Da adesso spengo tutto.

— Non basta.

Paolo annuì.

— Lo so.

— Voglio che venga a Mantova e tolga la macchina.

— Lo farò.

— Davanti a noi.

— Va bene.

Viola rimase a guardarlo.

Poi annuì.

Non lo perdonò.

Non ancora.

Ma almeno adesso l’uomo con il cappotto grigio aveva un nome.

E i nomi, avevano imparato, erano meno pericolosi delle sagome.


Lucia li accompagnò alla porta nel tardo pomeriggio.

Prima che uscissero, chiamò Viola.

— Aspetta.

Le porse la scatola grigia.

— È tua.

Viola non la prese.

— Perché?

— Perché Riccardo la lasciò a me affinché arrivasse alla famiglia di Violetta.

— Perché non l’ha fatto prima?

Lucia sorrise tristemente.

— Perché anch’io sono stata molto brava a rimandare le cose difficili.

Viola prese la scatola.

Tommaso aprì la porta.

Lucia lo fermò.

— Tu no.

— Cosa?

— Per te c’è altro.

Tornò nel soggiorno.

Quando riapparve aveva una busta più piccola.

La porse a Tommaso.

Sul davanti:

Tommaso Rinaldi.

La grafia non era di Ada.

— Chi l’ha scritta?

Lucia lo guardò.

— Tomaso.

Tommaso sentì il respiro fermarsi.

— Quando?

— Nel 1998.

— Perché a me?

— Leggila quando sarete tornati a Mantova.

Lui prese la busta.

— Perché?

Lucia sorrise.

— Perché almeno una volta in questa storia vorrei rispettare il luogo scelto da chi ha scritto.


In macchina Viola appoggiò la scatola sulle ginocchia.

Tommaso mise la busta di Tomaso nel vano davanti a sé.

Non la aprì.

Viola se ne accorse.

— Sei curioso?

— Molto.

— Vuoi che guidi io così la apri?

— No.

— Miracolo.

Partirono.

Dopo qualche chilometro Viola abbassò il finestrino.

L’aria entrò nell’abitacolo.

— Come ti senti?

Tommaso ci pensò.

— Stupido.

Lei rise.

— Perché?

— Abbiamo passato giorni a pensare a fratture temporali e fotografie impossibili.

— Alcune restano strane.

— Sì.

— La porta.

— Sì.

— Il corridoio.

— Sì.

— Alcune cose che Paolo non ha fatto.

— Sì.

Viola guardò fuori.

— Però preferisco così.

— Così come?

— Con meno magia.

Tommaso la guardò.

Lei continuò:

— Se tutto fosse stato scritto prima, quello che sta succedendo tra noi sarebbe meno nostro.

Tommaso tornò a guardare la strada.

— Non lo sarebbe affatto.

Viola sorrise.

— E invece?

Lui allungò una mano.

Lei gliela prese.

— Invece ieri hai comprato scarpe orribili di tua spontanea volontà.

Viola lasciò immediatamente la sua mano.

— Erano bellissime.

— Non le hai nemmeno messe.

— Non parlarmi.

Tommaso rise.

Lei resistette dodici secondi.

Poi rise anche lei.


Arrivarono a Mantova che il cielo stava cambiando colore.

Salirono a casa di Ada.

Posarono la scatola sul tavolo.

La busta di Tomaso accanto.

Nessuno toccò nulla.

Viola andò alla finestra.

Tommaso la raggiunse.

— La apriamo?

Lei guardò la busta.

— È tua.

— Preferisco leggerla con te.

Viola si voltò.

— Perché?

Tommaso sorrise.

— Perché sono stanco di ereditare cose da solo.

Lei non rispose.

Gli prese la mano.

Tornarono al tavolo.

Tommaso aprì la busta.

Dentro c’era un solo foglio.

La grafia era ferma.

Più lenta di quella delle lettere del 1962.

Un uomo molto più vecchio aveva scritto:

Tommaso,

non so quanti anni avrai quando leggerai questa lettera.

Non so nemmeno se la leggerai.

Ada sostiene che un giorno tornerai in questa casa.

Lei ha sempre avuto troppa fiducia nelle case.

Viola sorrise.

Tommaso continuò.

Se sei arrivato fino a me, probabilmente qualcuno ti avrà raccontato la mia storia.

Non credergli completamente.

Tommaso si fermò.

Viola lo guardò.

Lui riprese.

Nemmeno se quel qualcuno sono io.

Quando diventiamo vecchi trasformiamo i nostri errori in spiegazioni. È un modo elegante per perdonarci.

Io ho amato Violetta.

Questo è vero.

L’ho lasciata.

Anche questo è vero.

Credevo di farlo per lei.

Oggi non ne sono più sicuro.

Tommaso abbassò lentamente il foglio.

Poi continuò.

Ci siamo ritrovati molte volte.

Non siamo tornati insieme.

Abbiamo fatto qualcosa di più difficile.

Abbiamo accettato che ciò che avevamo perduto non dovesse necessariamente essere recuperato.

Viola strinse la sua mano.

Se un giorno incontrerai qualcuno che ti farà desiderare di restare, non usare la mia vita per decidere cosa fare.

Non restare perché io sono partito.

Non partire perché io sono rimasto troppo a lungo dentro ciò che avevo perduto.

Fai una cosa che io ho imparato tardi.

Chiedile cosa vuole.

Tommaso smise di leggere.

Viola lo guardava.

Lui piegò leggermente il foglio.

— Viola.

— Sì?

Tommaso respirò.

Per giorni avevano chiesto ai morti.

Alle fotografie.

Alle lettere.

Alle stanze.

Al tempo.

Quella sera, finalmente, la domanda apparteneva soltanto a lui.

— Cosa vuoi?

Viola rimase immobile.

Non rispose subito.

Si avvicinò alla finestra.

Mantova era davanti a lei.

Poi si voltò.

— Voglio che tu torni a Milano.

Tommaso non si aspettava quella risposta.

Lei continuò.

— Voglio che torni alla tua casa. Al tuo lavoro. Alla tua vita.

Si avvicinò.

— E poi voglio vedere se, quando non ci sarà più una porta da aprire, avrai ancora voglia di tornare qui.

Tommaso la guardò.

— Da te?

Viola annuì.

— Da me.

Lui rimase in silenzio.

Poi sorrise.

— È una richiesta piuttosto complicata.

— Posso semplificarla.

— Prova.

Viola gli mise le mani sul viso.

— Non scegliere Mantova.

Lo baciò.

— Scegli me.

Tommaso appoggiò la fronte alla sua.

Per la prima volta da quando era tornato nella casa di Ada non sentì alcun bisogno di guardarsi intorno.

Nessuna finestra.

Nessuna fotografia.

Nessuna porta.

Soltanto Viola.

E comprese che c’erano storie che diventavano davvero nostre soltanto quando smettevamo di chiedere al passato come avrebbero dovuto continuare.

Sul tavolo, la lettera di Tomaso rimase aperta.

In fondo al foglio c’erano ancora tre righe.

Nessuno dei due le aveva lette.

Non ancora.

E per una volta non fu un presagio.

Fu soltanto una lettera che poteva aspettare.

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