Aspettavo il crollo anche nei giorni felici
Non mi fidavo della quiete.
Quando tutto procedeva bene, una parte di me cominciava a cercare l’anomalia. Esaminavo le parole, misuravo le distanze, interpretavo ogni esitazione come l’annuncio di qualcosa che stava per incrinarsi.
La serenità non mi rassicurava.
Mi insospettiva.
Avevo conosciuto mutamenti tanto repentini da non considerare più la stabilità una condizione reale. Mi sembrava soltanto l’intervallo durante il quale il disastro preparava la propria apparizione.
Così, nei giorni felici, non ero felice.
Ero di guardia.
Controllavo la consistenza del terreno sul quale camminavo. Cercavo crepe negli affetti, cedimenti nelle promesse, alterazioni minime nella voce di chi amavo. Possedevo un sismografo interiore capace di registrare oscillazioni che nessun altro avvertiva.
Un messaggio più breve diventava una scossa preliminare.
Una stanchezza non spiegata, una faglia.
Un silenzio insolito, l’epicentro di una rovina ancora invisibile.
Non aspettavo che qualcosa accadesse.
Lo prevedevo.
Quella previsione mi conferiva un’illusione di dominio. Se fossi riuscito a individuare il dolore prima del suo arrivo, avrei potuto ridurne la magnitudo. Avrei preparato le parole, distribuito le macerie, protetto le parti più esposte.
Volevo essere pronto.
Non lo ero mai stato nelle occasioni che mi avevano cambiato.
Le fratture decisive non avevano chiesto permesso. Erano penetrate nella mia esistenza durante giornate comuni, senza sirene né evacuazioni. Prima di allora credevo che gli eventi terribili emanassero un odore particolare, che il corpo sapesse riconoscerli, che il cielo assumesse una tonalità diversa.
Invece il mondo era rimasto identico.
La luce sulle pareti.
I rumori della strada.
Le ore al proprio posto.
Soltanto io non ero più lo stesso.
Da quel momento avevo smesso di credere alle superfici intatte.
Sotto ogni felicità immaginavo placche in attrito. Sotto ogni equilibrio, un bradisismo silenzioso. Non riuscivo più a ricevere una gioia senza sottoporla a perizia statica.
Mi proteggevo dalla sorpresa.
E intanto rendevo ogni bene incapace di sorprendermi.
BLACKOUT
L’ipervigilanza possiede una crudeltà discreta.
Non impedisce alla vita di continuare. La rende soltanto inabitabile.
Ero presente alle cose belle, ma ne sorvegliavo l’uscita. Abbracciavo già predisposto alla separazione. Ridevo mantenendo una porzione di me estranea all’allegria, pronta a intervenire quando il tono fosse cambiato.
Non vivevo la felicità.
Ne presidiavo il perimetro.
Pensavo che quella cautela mi avrebbe risparmiato un nuovo crollo. Non comprendevo che stavo trascorrendo ogni giorno sotto le macerie di un evento non ancora avvenuto.
Il corpo reagiva a ipotesi come se fossero fatti.
La gola si serrava davanti a pericoli immaginati. Il sonno diventava un territorio frammentario. La mente elaborava piani di emergenza per catastrofi prive di data, luogo e consistenza.
Ero esausto per tutto ciò che non era successo.
La parte più difficile fu ammettere che il mio allarme non nasceva dalla prudenza.
Nasceva dalla memoria.
Il passato aveva occupato il posto del futuro. Utilizzava esperienze già concluse per pronosticare ogni giorno che ancora non conoscevo. Cambiavano le persone, le circostanze, perfino l’uomo che ero diventato; la previsione rimaneva identica.
Finirà male.
Non importava quanto fosse solido ciò che avevo davanti. Io continuavo a sottoporlo alle leggi di ciò che mi aveva spezzato.
Pretendevo che il presente pagasse una colpa commessa dal passato.
Non smisi di avere paura da un giorno all’altro. La paura non obbedisce alle decisioni solenni. Possiede tempi sotterranei, movimenti lenti, assestamenti che sfuggono alla volontà.
Cominciai però a non assecondarla.
Quando avvertivo una vibrazione, rimanevo fermo abbastanza da capire se il pavimento stesse davvero tremando oppure se fosse il mio corpo a ricordare.
La distinzione sembrava minima.
Era immensa.
Non ogni silenzio nasconde una sottrazione.
Non ogni distanza anticipa un distacco.
Non ogni mutamento contiene una fine.
Alcune persone sono stanche.
Alcune giornate hanno meno parole.
Alcuni affetti non stanno crollando: stanno soltanto respirando fuori dal ritmo che conosco.
Imparai a non dichiarare l’emergenza al primo scricchiolio.
Soprattutto, compresi che prepararmi continuamente al dolore non mi avrebbe reso invulnerabile. Se qualcosa fosse accaduto, avrei sofferto comunque. Avrei dovuto attraversarlo con le risorse disponibili in quel momento, non con quelle accumulate durante anni di apprensione.
La sofferenza anticipata non è una forma di difesa.
È un’imposta versata su una tragedia che potrebbe non presentarsi mai.
Da allora provo a non pagare in anticipo.
Non controllo più ogni variazione. Non domando continuamente alla felicità quanto intenda trattenersi. Non le chiedo garanzie antisismiche prima di permetterle di raggiungermi.
La vivo nella sua precarietà.
Questo non la rende più fragile.
La rende vera.
So che tutto può cambiare. Non ho bisogno di mentirmi per trovare pace. Gli affetti possono finire, le promesse possono essere infrante, il destino conserva una facoltà di irruzione contro la quale non esiste ingegneria sufficiente.
Ma la possibilità del crollo non può diventare l’architettura dei miei giorni.
Oggi, quando le cose vanno bene, sento ancora quel vecchio sismografo mettersi in funzione. Registra una vibrazione, amplifica un’incertezza, traccia sul foglio la linea frastagliata di ciò che teme.
Io lo guardo.
Poi torno a ciò che sta accadendo.
Non evacuo più la felicità al primo tremore.
Rimango.
E se un giorno la terra cederà, mi troverà lì: non salvo, non preparato, non invulnerabile.
Ma vivo.
Fino all’ultimo istante in cui ha retto.

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