Prima di noi

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Capitolo XX — Il rumore delle cose normali

Alle otto e dodici del mattino Tommaso aveva già guardato il telefono diciassette volte.

Alla diciottesima decise che il problema non era il telefono.

Era Milano.

Milano pretendeva velocità anche quando non ne avevi nessuna.

Il tram passava sotto casa con il suo stridio metallico, qualcuno suonava un clacson senza una ragione comprensibile, il vicino trascinava qualcosa sul pavimento e dalla strada saliva il rumore intermittente di un cantiere.

Tommaso era seduto al tavolo della cucina.

Davanti aveva una tazza di caffè.

A destra, il computer.

A sinistra, la scatola con l’orologio di Tomaso.

Il telefono era al centro.

Lo guardò.

Niente.

Lo capovolse.

Tre secondi.

Lo rigirò.

Niente.

— Patetico.

Lo disse a se stesso.

Il telefono vibrò.

Lo afferrò immediatamente.

Una mail di lavoro.

— Perfetto.

La aprì con una certa ostilità.

Poi arrivò il messaggio.

Buongiorno, Milano.

Tommaso sorrise prima ancora di rispondere.

Buongiorno, Mantova.

Tre puntini.

Hai dormito?

Sì.

Bugiardo.

Tommaso guardò la tazza.

Poco.

Quanto?

Abbastanza.

Numero.

Quattro ore.

La risposta arrivò immediatamente.

Sei un disastro.

Tommaso:

Tu?

Pausa.

Sette.

Ti odio.

No.

Tommaso sorrise.

No.

Poi aspettò.

Niente.

Scrisse:

La foto?

Viola:

Quale foto?

Tommaso:

Non giocare.

Non so di cosa parli.

Quella del riflesso.

Ah. Quella.

Mandamela.

No.

Tommaso appoggiò il telefono.

Poi lo riprese.

Sei insopportabile.

Viola:

Eppure.

Una parola.

Nient’altro.

Tommaso rimase a guardarla.

Eppure.

Non aveva bisogno di completarla.


Alle nove entrò nel laboratorio di restauro.

La prima persona che incontrò fu Marta, una collega con cui lavorava da quasi sei anni.

Lo guardò.

— Sei vivo.

— Pare.

— Dovevi stare via tre giorni.

— Lo so.

— Ne sono passati diciassette.

— Anche questo lo so.

Marta lo seguì mentre appoggiava la borsa.

— Hai venduto la casa?

— No.

— Hai almeno incontrato l’agente immobiliare?

Tommaso si fermò.

— No.

— Il notaio?

— Una volta.

— E cosa hai fatto per diciassette giorni?

Tommaso ci pensò.

Avrebbe potuto dire:

Ho scoperto che mio zio non era scomparso.

Ho trovato una stanza nascosta.

Ho inseguito un fotografo morto.

Ho incontrato una donna che avevo già incontrato da bambino senza ricordarlo.

Ho creduto per qualche giorno che il tempo avesse smesso di comportarsi correttamente.

Invece disse:

— Ho conosciuto qualcuno.

Marta rimase immobile.

Poi lentamente appoggiò la cartellina che aveva in mano.

— Ah.

Tommaso la guardò.

— Cosa significa “ah”?

— Niente.

— Significa qualcosa.

— Tommaso, lavori qui da sei anni.

— Lo so.

— In sei anni ti ho sentito parlare con più trasporto di una pergamena del Settecento che di qualsiasi essere umano.

— Non è vero.

— Hai definito una filigrana “commovente”.

— Lo era.

Marta lo fissò.

— È grave.

Tommaso accese la lampada sul tavolo.

— Possiamo lavorare?

— Come si chiama?

Lui la guardò.

— Viola.

Marta sorrise.

— Viola.

— Non ripeterlo così.

— Così come?

— Come se avessi appena risolto un caso.

— Quanti anni?

— Trentacinque.

— Cosa fa?

— Fotografa. Rilega libri.

Marta lo fissò ancora.

— Naturalmente.

— Cosa?

— Niente. È troppo perfetto.

— Non è perfetta.

— Bene. Sei già innamorato.

Tommaso smise di sistemare gli strumenti.

Marta vide la risposta prima che arrivasse.

— Oh.

— Possiamo davvero lavorare?

Lei prese la cartellina.

— Certo.

Fece due passi.

Poi si voltò.

— Hai una faccia diversa.

— Marta.

— Ho finito.

Uscì.

Tommaso rimase solo.

Guardò il documento che avrebbe dovuto restaurare.

Una carta del 1811.

Margine danneggiato.

Due lacune.

Inchiostro ferrogallico.

Un lavoro che conosceva.

Un problema con confini precisi.

Per la prima volta dopo settimane gli sembrò quasi esotico.


A Mantova, Viola stava facendo esattamente la stessa cosa.

Tentava di lavorare.

Con risultati discutibili.

La cliente davanti a lei aveva portato un album di matrimonio.

— Vorrei sistemarlo.

Viola sfogliò.

Fotografie degli anni Ottanta.

Abiti enormi.

Capelli ancora più grandi.

Fiori ovunque.

— È bellissimo.

La donna rise.

— È terribile.

— Anche.

— Mio marito vorrebbe rifarlo.

— Il matrimonio?

— L’album.

— Meno costoso.

La donna sorrise.

Viola continuò a sfogliare.

In una fotografia gli sposi stavano uscendo dalla chiesa.

Lui guardava qualcuno fuori campo.

Lei rideva.

— Questa.

— Cosa?

Viola indicò.

— È la migliore.

La donna la osservò.

— Non guardiamo nemmeno l’obiettivo.

— Appunto.

La cliente sorrise.

— Mio marito stava salutando suo fratello.

— E lei?

— Ridevo perché gli si erano strappati i pantaloni.

Viola scoppiò a ridere.

— Perfetta.

— Vorrei sostituirla.

— Perché?

— È sfocata.

Viola la guardò.

Poi tornò alla fotografia.

— Io la lascerei.

La donna rimase pensierosa.

— Lei è la fotografa.

Viola scosse la testa.

— Lei è la persona dentro la fotografia.

Pausa.

— Vale più il suo ricordo del mio parere.

La donna sorrise.

— Allora resta.

Viola chiuse l’album.

— Resta.

Quella parola le rimase addosso.

Quando la cliente uscì, Viola prese il telefono.

Nessun messaggio.

Lo posò.

Dieci secondi.

Lo riprese.

Scrisse:

Sto lavorando.

Tommaso rispose quasi subito.

Anch’io.

Male?

Malissimo.

Viola sorrise.

Perfetto.


A mezzogiorno Tommaso uscì.

Comprò un panino.

Lo mangiò camminando.

Milano gli sembrava identica a diciassette giorni prima.

Questo lo infastidì.

Si era aspettato qualcosa.

Non sapeva cosa.

Un’incrinatura.

Un piccolo spostamento.

Una prova esterna del fatto che lui fosse cambiato.

Invece il bar era lì.

Il semaforo funzionava.

La farmacia aveva la stessa vetrina.

Il cassiere del supermercato non gli domandò cosa avesse scoperto sul passato della propria famiglia.

Il mondo aveva avuto l’indecenza di continuare senza accorgersi di nulla.

Si fermò davanti a una libreria.

Nella vetrina c’era un volume fotografico.

Non entrò.

Continuò.

Poi si rese conto che stava sorridendo.

Perché improvvisamente aveva capito una cosa.

Era esattamente ciò che aveva desiderato per Violetta.

Che la vita fosse continuata.

Adesso toccava a lui.


Viola andò a casa di Ada nel pomeriggio.

Non aveva programmato di farlo.

Si trovò davanti al portone alle quattro e venti.

Aveva ancora le chiavi che Tommaso le aveva lasciato.

Le guardò.

Avrebbe potuto entrare.

Non lo fece.

Rimase sul marciapiede.

La finestra della stanza era chiusa.

Nessuna figura.

Nessun ombrello.

Niente.

Prese il telefono.

Fotografò la facciata.

Poi cancellò la fotografia.

— Basta.

Ripose il telefono.

Stava per andarsene quando qualcuno la chiamò.

— Viola.

Si voltò.

Teresa Malaguti attraversava lentamente la strada con una borsa della spesa.

Viola le andò incontro.

— Le porto quella.

— Ho ottantadue anni, non centodue.

— Posso portarla lo stesso?

Teresa gliela consegnò.

— Questo sì.

Camminarono.

— Tommaso?

— Milano.

— Ah.

Viola aspettò.

Teresa non aggiunse nulla.

— Tutto qui?

— Cosa dovrei dire?

— Non so. Qualcosa di saggio.

Teresa sorrise.

— Sono andata a comprare i pomodori. Non ho preparato saggezze.

Viola rise.

Arrivarono davanti al portone di Teresa.

La donna cercò le chiavi.

— Ti manca?

Viola la guardò.

— Sì.

— Bene.

— Bene?

Teresa aprì.

— Sarebbe preoccupante il contrario.

Viola le porse la borsa.

— Ho paura che cambi.

Teresa la guardò.

— Cambierà.

— Siete tutti molto rassicuranti.

— Vuoi che ti menta?

Viola scosse la testa.

Teresa appoggiò la spesa.

— La distanza cambia le persone soltanto perché permette loro di tornare a occupare tutto lo spazio che avevano prima dell’altro.

Viola rimase in silenzio.

— E questo è male?

— No.

Teresa sorrise.

— È il momento in cui scopri se sai fare posto senza sparire.

Viola abbassò gli occhi.

— Mia nonna non ci riuscì.

— Tua nonna aveva vent’anni quando cominciò quella storia.

— E io trentacinque.

— Appunto.

Teresa entrò.

Poi si voltò.

— Viola?

— Sì?

— Non diventare tua nonna soltanto perché la conosci meglio.

La porta si chiuse.

Viola rimase sul pianerottolo.

— Tutti filosofi in questa città.

Teresa gridò da dentro:

— Ti sento.

Viola rise.


La prima vera discussione arrivò alle diciannove e sei.

Non riguardava Tomaso.

Non riguardava Violetta.

Non riguardava nessuna fotografia.

Riguardava una telefonata.

Tommaso aveva detto:

— Ti chiamo quando esco.

Alle diciotto e trenta Viola aveva finito di lavorare.

Alle diciotto e quarantacinque aveva guardato il telefono.

Alle diciannove.

Alle diciannove e cinque.

Alle diciannove e sei scrisse:

Tutto bene?

Nessuna risposta.

Alle diciannove e ventidue:

Tommaso?

Alle diciannove e trentanove il telefono squillò.

— Ciao.

Viola rispose:

— Ciao.

Tommaso sentì immediatamente qualcosa.

— Che succede?

— Niente.

— Viola.

— Hai detto che mi chiamavi quando uscivi.

— Sono ancora qui.

— Ah.

— Abbiamo avuto un problema su un documento.

— Bastava scriverlo.

Tommaso guardò l’orologio.

— Non ho guardato il telefono.

Silenzio.

— Va bene.

— Non sembra.

— Cosa vuoi che dica?

Tommaso si appoggiò al tavolo.

— Non lo so.

Viola rimase zitta.

Lui continuò:

— Non posso avvisarti ogni volta che ritardo.

— Non ti ho chiesto questo.

— Hai mandato due messaggi in mezz’ora.

— Perché avevi detto che avresti chiamato.

— Viola, stavo lavorando.

Silenzio.

Questa volta diverso.

— Va bene — disse lei.

— Continui a dire va bene come se…

— Perché non voglio litigare.

— Nemmeno io.

— Allora lavoriamo.

— Cosa?

— Tu lì. Io qui.

La chiamata finì poco dopo.

Nessuno aveva urlato.

Nessuno aveva detto niente di grave.

Eppure entrambi rimasero con una sensazione sgradevole.

Tommaso guardò il telefono.

Scrisse:

Scusa.

Cancellò.

Scrisse:

Non volevo essere brusco.

Cancellò anche quello.

Poi si fermò.

Perché stava cercando la frase giusta?

L’orologio di Tomaso era a casa.

Ma non ne aveva bisogno.

Chiamò.

Viola rispose.

— Cosa c’è?

— Avevi ragione.

Silenzio.

— Su cosa?

— Avevo detto che ti avrei chiamata.

Viola non rispose.

— Non era un obbligo — continuò Tommaso. — Era una cosa che avevo detto io. Bastavano dieci secondi per scriverti che ero ancora qui.

— Sì.

— E quando mi hai chiesto se andava tutto bene ti ho risposto come se mi stessi controllando.

— Sì.

— Non lo stavi facendo.

— No.

Tommaso inspirò.

— Mi dispiace.

Pausa.

— Anche a me.

— Per cosa?

— Per aver trasformato venti minuti di ritardo in una paura.

Tommaso rimase in silenzio.

— Quale paura?

Viola esitò.

Poi scelse di dirla.

— Che a Milano tu possa ricordarti di stare bene anche senza di me.

Tommaso chiuse gli occhi.

— Viola.

— Lo so che è stupido.

— No.

— Un po’.

— Un po’.

Lei rise piano.

La tensione cedette.

Tommaso prese la giacca.

— Sto uscendo adesso.

— Bene.

— Ti chiamo mentre torno?

— No.

Lui si fermò.

— No?

— Vai a casa. Mangia. Fatti una doccia.

Pausa.

— Poi, se ti va, chiamami.

Tommaso sorrise.

— Mi andrà.

— Presuntuoso.

— Realista.

Viola rise.

— Idiota.

Chiusero.

Quella fu la prima discussione della loro storia.

Non aveva lasciato fotografie.

Eppure entrambi l’avrebbero ricordata.


Alle ventuno e quarantotto si chiamarono di nuovo.

Video.

Viola era sul divano.

Tommaso in cucina.

— Cosa mangi? — domandò lei.

Lui inquadrò il piatto.

Viola fece una smorfia.

— Quella cos’è?

— Pasta.

— È un reato contro la pasta.

— È commestibile.

— Questo non è un criterio.

Tommaso girò la videocamera.

— Tu?

Viola mostrò una pizza.

— Naturalmente.

— Non hai cucinato.

— Ho cucinato ieri.

— Non funziona così.

— A casa mia sì.

Parlarono.

Lavoro.

Marta.

La cliente dell’album di matrimonio.

Teresa.

Il rullino.

Tommaso cercò ancora di ottenere la fotografia.

Viola rifiutò.

Poi lui vide qualcosa dietro di lei.

— Aspetta.

— Cosa?

— Torna indietro.

— Dove?

— La fotografia sul mobile.

Viola si voltò.

La foto della spiaggia.

Violetta ed Elena.

— Quella?

— Sì.

— L’ho portata a casa.

Tommaso sorrise.

— Sta bene lì.

— Anch’io credo.

Pausa.

— Tommaso?

— Sì?

— Quando torni?

La domanda arrivò piano.

Nessuna provocazione.

Nessun gioco.

Lui guardò il calendario appeso in cucina.

Aveva lavoro.

Una consegna venerdì.

Un appuntamento lunedì.

Avrebbe potuto dire sabato.

Avrebbe potuto incastrare tutto.

Poi ricordò cosa gli aveva chiesto Viola.

Torna quando senti che stai tornando da me.

Non per paura.

Non per urgenza.

Non per controllare se qualcosa fosse ancora lì.

— Non lo so.

Viola rimase immobile.

Tommaso vide una piccola delusione attraversarle il volto.

Non la lasciò sedimentare.

— Ma so che voglio farlo.

Lei lo guardò.

— È diverso.

— Molto.

Viola sorrise.

— Va bene.

Questa volta va bene significava davvero va bene.


Quando chiusero era quasi mezzanotte.

Tommaso rimase qualche minuto alla finestra.

Milano sotto.

Luci.

Auto.

Persone che rientravano.

Da qualche parte, centocinquanta chilometri più in là, Viola probabilmente stava facendo esattamente la stessa cosa.

Il telefono vibrò.

Non lei.

Una mail.

Mittente sconosciuto.

Oggetto:

Archivio Valenti — materiale digitalizzato

Tommaso aggrottò la fronte.

Aprì.

Il messaggio era breve.

Gentile dottor Rinaldi,
su indicazione della signora Lucia Valenti le inoltro il collegamento al materiale recentemente acquisito e non ancora catalogato relativo al fondo Riccardo Valenti. Tra le immagini è presente una serie che potrebbe interessarla.

Sotto:

Cartella 41 — PRIMA DI NOI / Materiale escluso

Tommaso rimase immobile.

Avrebbe potuto chiudere.

Aspettare.

Telefonare a Viola il mattino dopo.

Invece aprì.

Non perché fosse ricaduto nell’ossessione.

Perché quella storia, ormai, non gli faceva più paura.

Comparvero quarantatré miniature.

Fotografie.

Scansioni.

Provini.

Tommaso scorse.

Tomaso.

Violetta.

Ada.

Riccardo.

Volti già conosciuti.

Poi una fotografia diversa.

Una lettera.

Data:

4 dicembre 1962.

Mittente:

Giulio Ferri.

Tommaso si fermò.

Giulio.

L’uomo rimasto ai margini di tutto.

Quello che la famiglia aveva scelto per Violetta.

Quello che aveva parlato con Tomaso.

Quello che avevano quasi trasformato in antagonista senza sapere nulla di lui.

Tommaso aprì la scansione.

La lettera era indirizzata a Violetta.

Lesse.

Violetta,

non ti scrivo per chiederti di scegliere me.

Tommaso si raddrizzò.

Continuò.

Credo che questo sia stato l’errore di tutti.

Tuo padre vuole che tu scelga ciò che considera giusto.

Tomaso vuole che tu scelga ciò che senti.

Io, fino a ieri, volevo che scegliessi me.

Non vedo una grande differenza.

Tommaso sentì qualcosa muoversi.

La lettera continuava.

Così oggi provo a fare l’unica cosa decente che mi resta.

Non scegliere nessuno di noi finché non avrai capito chi sei quando nessuno ti sta chiedendo di diventare qualcosa.

Tommaso smise di leggere.

Pensò a Viola.

Alla stazione.

Alla distanza.

Alla frase:

Vai a Milano.

Continuò.

Ho parlato con Tomaso.

Mi odia.

Probabilmente ne ha motivo.

Gli ho detto che se ti ama deve smettere di chiederti di dimostrarlo.

Lui mi ha risposto che io non so niente dell’amore.

Credo abbia ragione.

Ma so qualcosa della libertà, perché ieri mi sono accorto che stavo cercando di togliertela.

Tommaso arrivò alla fine.

Non ti aspetterò.

Non perché non ti ami.

Perché ho capito che aspettarti significherebbe continuare a costruire la mia vita intorno a una tua decisione.

Se un giorno ci incontreremo ancora, spero di poterti guardare senza chiederti cosa avresti potuto essere per me.

Giulio

Tommaso rimase davanti allo schermo.

Per tutta la storia avevano guardato Tomaso e Violetta.

Due nomi al centro.

Tutti gli altri ridotti a funzione.

Ada, la sorella.

Riccardo, il fotografo.

Giulio, l’uomo sbagliato.

Ma nessuno è soltanto il ruolo che occupa nella storia di qualcun altro.

Tommaso salvò la lettera.

Poi vide la fotografia successiva.

Giulio Ferri.

Quarant’anni circa.

Accanto a lui una donna.

Due bambini.

Sul retro:

Giulio con Anna, Pietro e Marta — Verona, maggio 1978.

Tommaso sorrise.

Anche Giulio aveva continuato.

Naturalmente.

Scorse ancora.

L’ultima immagine della cartella era molto più recente.

Casa di Ada.

Il famoso pomeriggio.

Una fotografia che non avevano mai visto.

Al tavolo c’erano Ada.

Violetta.

Riccardo.

Tomaso.

La madre di Viola.

E un sesto uomo anziano.

Tommaso lo riconobbe confrontandolo con la fotografia del 1978.

Giulio.

Erano tutti lì.

Nessuna guerra.

Nessun triangolo.

Nessuna resa dei conti.

Sei persone anziane o adulte attorno a un tavolo.

Bottiglie.

Piatti.

Pane.

Riccardo stava ridendo.

Violetta aveva una mano sulla spalla di Giulio.

Tomaso parlava con Ada.

Sembravano ciò che nessuna delle lettere del 1962 avrebbe saputo immaginare.

Persone sopravvissute alle proprie decisioni.

Sul retro Riccardo aveva scritto:

17 maggio 1998.

Poi:

Abbiamo trascorso metà della vita credendo che alcune scelte fossero definitive.

E sotto:

Per fortuna la vita non ci ha creduto.

Tommaso rimase a lungo a guardare.

Poi chiuse il computer.

Non telefonò a Viola.

Non ancora.

Quella fotografia poteva aspettare il mattino.

Andò in camera.

Si sdraiò.

Il telefono era sul comodino.

Dopo qualche minuto si illuminò.

Messaggio di Viola.

Dormi?

Tommaso:

No.

Nemmeno io.

Perché?

Viola impiegò un po’ a rispondere.

Mi manca il rumore che fai quando cerchi di non russare.

Tommaso rise.

Io non russo.

Certo.

Pausa.

Poi Viola:

Sai una cosa?

Cosa?

Oggi è stato normale.

Tommaso guardò il soffitto.

Pensò alla discussione.

Al lavoro.

Alla pasta immangiabile.

Alla paura di Viola.

Alla sua.

Alla telefonata.

Alla distanza.

A Giulio.

A sei persone attorno a un tavolo nel 1998.

Scrisse:

Ti è piaciuto?

La risposta arrivò dopo pochi secondi.

Molto.

Tommaso sorrise.

Poi Viola aggiunse:

Mi è mancato soltanto qualcuno.

Tommaso:

Chi?

Tre puntini.

Non montarti la testa.

Lui rise.

Spense la luce.

Quella notte non c’erano stanze nascoste.

Nessun corridoio.

Nessuna data sul muro.

C’erano Milano e Mantova.

Due letti diversi.

Due vite nuovamente intere.

E uno spazio tra loro che non chiedeva di essere colmato immediatamente.

Chiedeva soltanto di essere attraversato.

Ogni volta che ne avessero avuto voglia.

Da entrambe le parti.

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