Capitolo XXIV — Dopo cominciamo noi
Anna Ferri beveva il caffè senza zucchero.
Viola lo notò perché, nelle ultime settimane, aveva cominciato ad accorgersi di dettagli che un tempo avrebbe considerato irrilevanti.
Il modo in cui qualcuno teneva una tazza.
Le mani.
Le pause prima di rispondere.
Le cose che una persona non cercava di nascondere.
Erano sedute in un bar poco distante dalla casa di Ada.
L’ombrello color avorio era appoggiato alla sedia.
Viola lo guardò ancora.
Anna se ne accorse.
— È di mia madre.
— L’ombrello?
— Sì.
Viola sorrise.
— Naturalmente.
Anna la osservò senza capire.
— Ho detto qualcosa di strano?
— No. È una storia lunga.
— Ne ho una anch’io.
Viola bevve.
— Immaginavo.
Anna avrà avuto sessant’anni. Capelli scuri attraversati dal grigio, occhi piccoli e mobilissimi, un’eleganza priva di ostentazione.
Non assomigliava a Giulio.
O almeno non al giovane uomo che Viola conosceva dalle fotografie.
— Mio padre è morto sette anni fa — disse Anna.
Viola abbassò lo sguardo.
— Mi dispiace.
— Aveva novant’anni. Fino agli ottantasette guidava e sosteneva di farlo benissimo.
— Non era vero?
— Assolutamente no.
Risero.
Viola si rilassò.
— Conosceva mia madre?
— Elena? Sì.
— E mia nonna.
— Molto meglio.
Anna appoggiò la tazza.
— Mio padre e Violetta rimasero amici.
— Lo abbiamo scoperto.
— Avete trovato la fotografia?
— Quella del 1998?
Anna annuì.
— Sì.
— C’erano tutti.
— Quasi.
Viola sentì quella parola.
Un mese prima avrebbe immediatamente chiesto chi mancasse.
Adesso aspettò.
Anna sorrise.
— Mia madre non c’era. Odiava essere fotografata.
Viola rise.
Nient’altro.
Nessun personaggio nascosto.
Nessuna nuova diramazione.
Solo una donna che non amava le fotografie.
Era quasi commovente.
— Perché cercava Teresa?
— Per restituirle una cosa.
Anna aprì la borsa.
Estrasse una busta.
Viola la guardò.
— La prego, mi dica che non è un’altra lettera.
Anna rise.
— No.
Aprì la busta.
Dentro c’era una fotografia.
Violetta e Giulio.
Anziani.
Seduti davanti a un tavolino.
Due bicchieri.
Giulio guardava l’obiettivo.
Violetta no.
Stava ridendo verso qualcuno fuori campo.
Sul retro:
Mantova, 2003.
Viola rimase immobile.
— Mia nonna era ancora…
— Viva, sì.
— Lo so. Intendevo…
Non terminò.
Anna capì.
— Viveva.
Quella parola.
Di nuovo.
— Molto — aggiunse.
Viola guardò la fotografia.
— Perché Teresa?
— Fu lei a scattarla.
Viola sorrise.
— Certo.
— Mio padre la teneva nel portafoglio. Dopo la sua morte ho trovato il nome di Teresa sul retro. Sono passati anni prima che decidessi di riportargliela.
— Perché adesso?
Anna guardò fuori.
— Sto svuotando casa sua.
Viola annuì.
Una casa.
Ancora.
— È strano — disse Anna. — Passi settimane a decidere cosa vale la pena conservare e alla fine scopri che non dipende dal valore.
— Da cosa dipende?
— Da quanto spazio sei disposto a lasciare ai morti.
Viola la guardò.
Anna sorrise.
— Mio padre ne occupava troppo.
Non c’era durezza.
Soltanto consapevolezza.
— Adesso meno?
— Adesso abbastanza.
Viola pensò alla stanza verde.
Alle pareti vuote.
Al tavolo che ancora non esisteva.
— Capisco.
Anna prese la fotografia.
— Viene con me da Teresa?
Viola scosse la testa.
— No.
Anna sembrò sorpresa.
— È sicura?
— Sì.
Guardò la fotografia un’ultima volta.
— Credo che questa non appartenga a me.
Anna sorrise.
— Va bene.
Si alzarono.
Viola prese il telefono.
— Posso farle una domanda?
— Certo.
— Suo padre parlava mai di Violetta?
Anna infilò il cappotto.
— Ogni tanto.
— Come ne parlava?
Anna ci pensò.
— Diceva che era stata la donna che non aveva sposato.
Viola sorrise appena.
— Con rimpianto?
— No.
Anna prese l’ombrello.
— Con gratitudine.
Viola rimase immobile.
— Perché?
— Perché non averla sposata gli aveva permesso di incontrare mia madre.
La risposta era così semplice che Viola non trovò niente da aggiungere.
Anna aprì l’ombrello.
— Arrivederci, Viola.
— Arrivederci.
— E se incontra Tommaso…
Viola si irrigidì appena.
Anna sorrise.
— Gli dica che suo zio era molto più simpatico di quanto sembri nelle fotografie.
Viola rise.
— Glielo dirò.
Anna uscì.
L’ombrello color avorio si confuse tra la gente.
Viola lo seguì con gli occhi finché scomparve dietro l’angolo.
Poi prese il telefono.
Aprì la chat di Tommaso.
Scrisse:
Ho scoperto chi era la donna con l’ombrello.
Rimase a guardare la frase.
La cancellò.
Scrisse:
Quando arrivi?
La risposta arrivò poco dopo.
Venerdì.
Viola sorrise.
Bene.
Ripose il telefono.
E tornò al lavoro.
Tommaso arrivò venerdì alle diciannove e ventidue.
Non andò alla casa di Ada.
Andò da Viola.
Lei stava chiudendo il laboratorio.
Lo vide dall’altra parte della strada.
Questa volta non provò alcuna sorpresa.
Era questo che la colpì.
Tommaso a Mantova aveva cominciato a sembrarle una cosa possibile.
Non inevitabile.
Non garantita.
Possibile.
Ed era immensamente meglio.
Attraversò.
— Ciao.
— Ciao.
Si baciarono.
— Hai fame? — domandò Viola.
— Molta.
— Bene.
— Dove andiamo?
— A casa.
Tommaso la guardò.
— Quale?
Viola sorrise.
— Mia.
Camminarono.
Anna Ferri arrivò dopo il secondo bicchiere di vino.
Non fisicamente.
Nel racconto.
Viola gli disse tutto.
Giulio.
La fotografia.
La madre di Anna.
L’ombrello.
Tommaso ascoltò.
Quando Viola finì, rimase pensieroso.
— Quindi era lei.
— No.
— Come no?
— Anna non era la donna della fotografia.
Tommaso si fermò.
— Ma l’ombrello…
— Era di sua madre.
— E la donna che avevamo visto?
Viola si strinse nelle spalle.
— Non lo so.
— Potrebbe essere stata Anna.
— Potrebbe.
— Hai detto che…
— Tommaso.
Lui tacque.
Viola bevve.
— Non importa.
Tommaso la guardò.
Poi rise.
— Hai ragione.
— Lo so.
— È irritante.
— Molto.
Il mistero dell’ombrello finì così.
Senza finire.
Passarono altre tre settimane.
Ottobre entrò nelle giornate senza chiedere permesso.
Tommaso imparò gli orari dei treni.
Viola imparò che il martedì lui usciva tardi dal laboratorio.
Lui scoprì che lei dimenticava continuamente di mettere benzina.
Lei scoprì che Tommaso, quando era stanco, diventava incapace di scegliere cosa mangiare.
Litigarono due volte.
Una per una telefonata.
Una per niente.
La seconda durò ventisette minuti e nessuno, il giorno dopo, seppe spiegare con precisione come fosse cominciata.
Viola andò a Milano.
Tommaso tornò a Mantova.
Una volta lui rimase dodici giorni senza poterlo fare.
Fu difficile.
Non tragico.
Difficile.
Era una distinzione importante.
La casa di Ada cambiava lentamente.
Tolsero tende.
Spostarono mobili.
Portarono alcune scatole all’archivio.
Altre rimasero.
La stanza verde diventò bianca.
Non completamente.
Viola pretese che restassero visibili i rettangoli più chiari lasciati dalle vecchie fotografie.
— Sono brutti — disse Tommaso.
— Me l’hai già detto.
— Continuano a esserlo.
— Anche tu continui a essere noioso.
Comprarono il tavolo.
Lungo.
Legno chiaro.
Due sedie diverse perché Viola si rifiutò di comprarle uguali.
Due lampade.
Tommaso sistemò il proprio materiale da una parte.
Viola occupò immediatamente anche ventitré centimetri della sua.
— Questa è la mia metà.
— Non esistono metà precise.
— Su un tavolo sì.
— Mentalità oppressiva.
— Sposta le tue fotografie.
— Sono opere.
— Sono sulla mia carta giapponese.
— Adesso convivono.
Tommaso la guardò.
— Le odio.
— Le fotografie?
— Le tue teorie.
Viola sorrise.
— No.
— No cosa?
— Non le odi.
Tommaso continuò a lavorare.
— Sposta le fotografie.
Lei non lo fece.
La casa non diventò la loro casa.
Non ancora.
Questo piacque a entrambi.
Tommaso continuava a vivere a Milano.
Viola nel proprio appartamento.
La casa di Ada diventò qualcosa nel mezzo.
Un luogo dove lavorare.
Dormire.
Mangiare.
Litigare.
Lasciare libri.
Dimenticare maglioni.
Una domenica Viola trovò uno spazzolino di Tommaso accanto al proprio.
Lo guardò.
— Questo è grave.
— Cosa?
— Hai lasciato uno spazzolino.
— E?
— È così che comincia.
— Cosa?
— La colonizzazione.
Tommaso rise.
La settimana dopo trovò sei paia di scarpe di Viola nell’ingresso.
Non disse niente.
Le fotografò.
Mandò l’immagine.
Parlavi di colonizzazione?
Viola rispose:
Sono infrastrutture essenziali.
Tommaso:
Sei paia?
Potrebbero servire.
Tommaso guardò quelle scarpe.
Le lasciò lì.
Un sabato pomeriggio decisero di sistemare definitivamente l’ultima scatola.
Quella con le cose che non appartenevano chiaramente a nessuno.
Una chiave.
Tre negativi.
Ricevute.
Un nastro.
Una cartolina senza testo.
La biglia verde.
Tommaso la prese.
La tenne tra pollice e indice.
— Questa?
Viola sorrise.
— Era tua.
— Poi tua.
— Poi di nuovo tua.
— Secondo Riccardo.
— La sua ricostruzione è attendibile.
Tommaso la osservò.
Il vetro verde attraversato dalla spirale bianca.
Un oggetto minuscolo che avevano caricato di significati enormi.
— La buttiamo?
Viola spalancò gli occhi.
— Sei impazzito?
— Hai detto che dobbiamo liberarci del passato.
— Ho detto ridimensionarlo. Non diventare barbari.
Tommaso rise.
— Allora?
Viola prese la biglia.
Andò alla finestra.
Sul davanzale c’era un piccolo vaso vuoto.
La mise dentro.
— Qui.
— Perché?
— Perché mi piace.
Tommaso la guardò.
— Tutto qui?
— Tutto qui.
Era una risposta che avevano imparato ad amare.
Il quaderno blu rimase per ultimo.
Tommaso lo mise sul tavolo.
— Questo?
Viola smise di sistemare.
Lo guardò.
Dentro c’erano settimane intere.
COSE ACCADUTE A LORO.
COSE ACCADUTE A NOI.
Date.
Domande.
Contraddizioni.
Nomi.
Il 1962.
Il 1974.
Il 1998.
Il 2026.
Viola lo prese.
Sfogliò.
Si fermò sull’ultima pagina.
Oggi Tommaso è tornato.
E non c’era niente da trovare.
Poi:
Mi accorgo che sto smettendo di chiedermi se resterà.
Sto cominciando a chiedermi cosa faremo quando resterà.
E la risposta di Tommaso:
Non lo so.
Ma voglio scoprirlo mentre succede.
Viola chiuse.
— Lo teniamo.
— Nell’archivio?
Lei scosse la testa.
— No.
— Dove?
Viola lo mise nel cassetto del tavolo.
Quello dove conservava forbici, matite, graffette e un caricabatterie.
Tommaso sorrise.
— Con la cancelleria?
— È un quaderno.
— Ha quasi distrutto la nostra salute mentale.
— Rimane un quaderno.
Chiuse il cassetto.
Fine.
Quella sera uscirono.
Camminarono fino al lago.
Faceva freddo.
Viola aveva dimenticato la sciarpa.
Tommaso le diede la propria.
— Non fare quella faccia.
— Quale?
— Quella soddisfatta.
— Non sono soddisfatta.
— Adori rubarmi vestiti.
— È una forma di amore.
— È appropriazione indebita.
Arrivarono alla panchina.
Quella.
Naturalmente.
Si sedettero.
L’acqua era scura.
Le luci della città si rompevano sulla superficie.
Viola infilò le mani nelle tasche.
— Ti ricordi la prima volta?
— Sì.
— Ero molto affascinante.
— Eri invadente.
— Ancora questa storia?
— È documentata.
— Da chi?
— Da me.
Viola gli appoggiò la testa sulla spalla.
Rimasero in silenzio.
Tommaso guardò Mantova.
— Ho pensato a Milano.
Viola non si mosse.
— In che senso?
— Alla casa.
Lei sollevò lentamente la testa.
Tommaso continuò:
— Non voglio lasciarla.
— Bene.
— E non voglio trasferirmi qui.
Viola annuì.
— Bene.
— Però non voglio nemmeno che questa cosa resti così per anni.
Viola lo guardò.
— Quale cosa?
Tommaso indicò prima sé, poi lei.
— Questa.
— Ah.
— Non voglio passare la vita sui treni.
— Trenitalia sarà devastata.
Tommaso sorrise.
Poi tornò serio.
— Potrei lavorare da Mantova alcuni giorni.
— Quanto?
— Due. A volte tre.
Viola aspettò.
— E?
— E tu potresti venire a Milano quando vuoi.
— Lo faccio già.
— Lo so.
Tommaso inspirò.
— Non sto proponendo di convivere.
— Bene, perché avrei bisogno di tempo per organizzare le scarpe.
— Viola.
Lei sorrise.
— Ti ascolto.
— Sto dicendo che potremmo smettere di trattare le nostre vite come due cose che devono restare perfettamente separate per dimostrare che siamo liberi.
Viola rimase immobile.
Tommaso continuò:
— La libertà non è tenerti fuori dalla mia vita per dimostrarti che posso vivere senza di te.
Lei abbassò gli occhi.
— E nemmeno il contrario.
— Esatto.
— Quindi?
Tommaso guardò il lago.
— Quindi proviamo.
— Cosa?
— Non lo so ancora.
Viola rise.
— Proposta straordinariamente dettagliata.
— Due città. Due lavori. Questa casa. Milano. Noi.
— Molto organizzato.
— Possiamo organizzarlo.
Viola gli prese la mano.
— No.
Tommaso la guardò.
— No?
— Possiamo viverlo.
Pausa.
— E organizzare soltanto i treni.
Tommaso sorrise.
— Va bene.
— Va bene.
Dopo qualche minuto Viola domandò:
— Se avessimo scoperto tutto subito, secondo te sarebbe successo?
— Cosa?
— Noi.
Tommaso ci pensò.
— Non lo so.
— Nemmeno io.
— Magari ti avrei trovata insopportabile.
— Mi hai trovata insopportabile.
— Giusto.
— E io pensavo fossi emotivamente stitico.
Tommaso si voltò.
— Cosa?
— È una definizione precisa.
— Non me l’avevi mai detto.
— Non volevo ferirti.
— Adesso invece?
— Sei guarito.
Tommaso rise.
Poi Viola tornò seria.
— Pensi che il mistero ci abbia fatti innamorare?
La domanda rimase sull’acqua.
Tommaso prese tempo.
— Ci ha fatti stare insieme.
Viola annuì.
— Ma?
— Tutto il resto lo abbiamo fatto noi.
Lei sorrise.
— Mi piace.
— È vero.
— Anche meglio.
Tommaso le strinse la mano.
— Se fosse stato soltanto il mistero, quando è finito avremmo dovuto finire anche noi.
Viola guardò le loro mani.
— E invece siamo ancora qui.
— Già.
— A discutere di pendolarismo.
— Molto romantico.
— Terribilmente.
Tornarono lentamente.
Passarono davanti alla Rotonda.
Alla strada del primo bacio.
Alla casa.
Ogni luogo aveva perso un po’ del proprio potere simbolico.
Era diventato parte della città.
Tommaso lo trovò bellissimo.
Davanti al portone Viola si fermò.
— Aspetta.
— Cosa?
Prese il telefono.
— Una fotografia.
Tommaso la guardò male.
— Pensavo avessimo superato questa fase.
— Una.
— Perché?
Viola si mise accanto a lui.
Alzò il telefono.
— Perché voglio ricordarmi come eravamo stasera.
— Non sta succedendo niente.
Lei sorrise.
— Esattamente.
Scattò.
Controllò.
Tommaso cercò di guardare.
Viola spense lo schermo.
— No.
— Perché?
— La vedremo tra qualche anno.
— È digitale.
— Dettagli.
— Potremmo vederla adesso.
— Potremmo fare molte cose sbagliate.
Entrò.
Tommaso la seguì.
La mattina dopo pioveva.
Viola dormiva.
Tommaso si alzò.
Preparò il caffè.
Aprì la finestra della stanza nuova.
Sul tavolo c’erano i loro lavori.
Da una parte un documento che stava restaurando.
Dall’altra fotografie di Viola.
Al centro, inevitabilmente, alcune cose di lei avevano invaso la sua metà.
Tommaso sorrise.
Poi vide la biglia sul davanzale.
Verde.
La prese.
La luce del mattino attraversò il vetro.
Per un attimo ricordò il bambino del 1998.
Le ginocchia sporche.
La bambina con le trecce.
Il gelato diviso.
Persone adulte che li guardavano.
Un fotografo che scattava.
Violetta che aveva chiesto che dimenticassero.
Tommaso rimise la biglia nel vaso.
Il passato non gli sembrò più lontano.
Nemmeno vicino.
Era semplicemente accaduto.
Viola comparve sulla porta.
Capelli disordinati.
Occhi ancora mezzi chiusi.
— Caffè?
Tommaso le porse la tazza.
Lei bevve.
Fece una smorfia.
— Senza zucchero.
— Accidenti.
— Dopo tutto questo tempo?
— Distrazione.
Viola prese lo zucchero.
Un cucchiaino.
Mescolò.
Tommaso la guardò.
— Viola.
— Mh?
— Sei felice?
Lei smise di girare il cucchiaino.
Lo guardò.
La domanda sembrò sorprenderla più di tutte quelle che avevano affrontato.
— Adesso?
— Adesso.
Viola guardò la stanza.
Il tavolo.
La pioggia.
La propria tazza.
Tommaso.
— Sì.
Lui annuì.
— Tu?
Tommaso guardò le stesse cose.
— Sì.
Viola sorrise.
— Bene.
Riprese a bere.
Nessuno aggiunse altro.
La felicità, scoprirono, non pretendeva sempre una frase capace di contenerla.
A volte bastava accorgersene mentre succedeva.
Più tardi uscirono.
La pioggia aveva quasi smesso.
Viola portò l’ombrello.
Rosso.
Tommaso lo guardò.
— Non ne avevi uno avorio?
Lei lo colpì con il gomito.
— Idiota.
Camminarono.
Arrivati all’incrocio, Tommaso vide qualcosa dall’altra parte della strada.
Una donna.
Cappotto chiaro.
Ombrello color avorio.
Si fermò.
Viola fece due passi prima di accorgersene.
Seguì il suo sguardo.
La donna attendeva il verde.
Non vedevano il viso.
Tommaso guardò Viola.
Lei guardò lui.
Il semaforo cambiò.
La donna attraversò.
Per alcuni secondi venne verso di loro.
Poi una bicicletta passò.
Un autobus coprì la visuale.
Quando la strada tornò libera, la donna non c’era più.
Tommaso rimase immobile.
Viola gli prese la mano.
— Non dirlo.
— Non ho detto niente.
— Stavi per farlo.
— Cosa?
— “La seguiamo?”
Tommaso sorrise.
— Non stavo per dirlo.
— Bugiardo.
Ripresero a camminare.
Non si voltarono.
Quella fu l’ultima volta che videro l’ombrello d’avorio.
O credettero di vederlo.
Non cercarono mai di stabilire la differenza.
Passarono mesi.
Poi anni.
Non nel modo perfetto con cui finiscono le storie quando qualcuno ha paura di raccontare ciò che viene dopo.
Ci furono difficoltà.
Decisioni sbagliate.
Treni persi.
Settimane in cui si videro troppo poco.
Giorni nei quali stare insieme richiese più pazienza del previsto.
Tommaso imparò che Viola, quando aveva paura, parlava ancora di più.
Viola imparò che Tommaso, quando soffriva, diventava silenzioso fino quasi a scomparire.
Lui imparò a non chiudersi del tutto.
Lei a lasciare qualche spazio vuoto.
Non sempre ci riuscirono.
Ma continuarono.
La casa di Ada rimase.
Milano rimase.
Mantova rimase.
Le loro vite non si fusero.
Si intrecciarono.
Che era più difficile.
E molto più vero.
Molto tempo dopo, in un pomeriggio qualunque, Viola aprì il cassetto del tavolo.
Cercava una matita.
Trovò il quaderno blu.
Lo tirò fuori.
— Tommaso.
Lui lavorava dall’altra parte.
— Mh?
— Guarda.
Tommaso sollevò gli occhi.
Vide il quaderno.
— No.
— Perché?
— Abbiamo già sofferto abbastanza.
Viola rise.
Aprì.
Sfogliò.
Arrivò alle prime pagine.
COSE ACCADUTE A LORO.
Voltò.
COSE ACCADUTE A NOI.
Poi tutte le domande.
Le frecce.
Le date.
Le ipotesi.
Arrivò all’ultima pagina scritta.
Tommaso si alzò.
Si mise accanto a lei.
Lessero.
Oggi Tommaso è tornato.
E non c’era niente da trovare.
Più sotto:
Mi accorgo che sto smettendo di chiedermi se resterà.
Sto cominciando a chiedermi cosa faremo quando resterà.
Poi la risposta:
Non lo so.
Ma voglio scoprirlo mentre succede.
Viola sorrise.
— Avevi una grafia terribile.
— È identica.
— È peggiorata.
Tommaso indicò le pagine successive.
Erano bianche.
Tutte.
— Non abbiamo più scritto.
— Non serviva.
Viola accarezzò la carta.
Poi prese una penna.
Tommaso la guardò.
— Cosa fai?
— Una cosa.
Nell’ultima pagina bianca scrisse lentamente.
Tommaso cercò di leggere.
Lei lo coprì con il braccio.
— Ancora?
— Aspetta.
Terminò.
Poi girò il quaderno verso di lui.
Tommaso lesse.
Prima di noi c’erano state vite intere.
Sotto:
Non erano una mappa.
Un’altra riga.
Erano soltanto la prova che qualcuno era passato di qui.
Tommaso alzò gli occhi.
Viola gli porse la penna.
— Tocca a te.
— Non sono bravo.
— Lo so.
— Grazie.
Prese la penna.
Rimase qualche secondo davanti alla pagina.
Poi scrisse.
Dopo di loro siamo arrivati noi.
Si fermò.
Viola aspettò.
Tommaso aggiunse:
E nessuno ci stava aspettando.
Lei lesse.
Lo guardò.
— Questa è bella.
— Miracolo.
— Non rovinare tutto.
Tommaso sorrise.
Viola prese nuovamente la penna.
In fondo alla pagina scrisse due parole.
Adesso viviamo.
Chiuse il quaderno.
Lo rimise nel cassetto.
Non nell’archivio.
Tra le matite.
Le forbici.
Le graffette.
Le cose che servivano ogni giorno.
Quella sera uscirono sul balcone.
Mantova davanti.
Le luci.
Il lago poco oltre.
Viola appoggiò il viso alla spalla di Tommaso.
Lui le prese la mano.
Nessuno disse niente.
Non c’era più bisogno di chiedersi se Tomaso avesse amato Violetta abbastanza.
Se Violetta avesse aspettato troppo.
Se Giulio avesse fatto la cosa giusta.
Se Ada avesse conservato troppo.
Se Riccardo avesse fotografato ciò che vedeva o ciò che sperava.
Non dovevano riparare nessuno.
Non dovevano completare niente.
La vita degli altri non era rimasta incompiuta in attesa della loro.
Era semplicemente finita dove aveva potuto.
Come tutte le vite.
Viola guardò Tommaso.
— Sai cosa mi piace di più?
— Di me?
— Non esagerare.
— Allora?
Lei indicò la città.
— Che all’inizio pensavo ci stesse raccontando qualcosa.
— E adesso?
Viola sorrise.
— Adesso credo che non gliene importi niente.
Tommaso rise.
— È molto romantico.
— Lo è.
— Spiegami.
Viola gli strinse la mano.
— Significa che possiamo fare quello che vogliamo.
Tommaso la guardò.
Poi guardò Mantova.
Aveva ragione.
Nessuna finestra li osservava.
Nessuna porta attendeva di essere aperta.
Nessuna fotografia conosceva il giorno successivo.
Il futuro, finalmente, aveva perso ogni immagine.
Ed era bellissimo proprio per questo.
Tommaso baciò Viola sulla fronte.
Lei chiuse gli occhi.
Rimasero lì.
Senza sapere quanto sarebbe durato.
Senza chiederselo.
Prima di loro erano esistiti altri amori.
Alcuni avevano resistito.
Altri si erano trasformati.
Altri ancora avevano lasciato fotografie, cicatrici, figli, lettere, errori, stanze vuote.
Tutto ciò che era accaduto prima di noi li aveva condotti fin lì senza avere mai saputo che sarebbero arrivati.
E quello che sarebbe venuto dopo non apparteneva più a nessuno.
Soltanto a loro.
Non era scritto.
Non era stato fotografato.
Non li aspettava.
Cominciava.

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