Nota dell’autore
Ho iniziato Prima di noi pensando al tempo.
Non al tempo degli orologi, delle date o degli anni che passano, ma a quello che rimane nelle persone dopo che qualcosa è accaduto.
Una fotografia conservata troppo a lungo.
Una casa che sopravvive a chi l’ha abitata.
Una lettera mai buttata.
Un nome pronunciato dopo decenni.
Una strada che continua a esistere anche quando chi l’ha percorsa non c’è più.
Poi, mentre scrivevo, ho capito che questo romanzo non parlava davvero del passato.
Parlava del peso che decidiamo di concedergli.
Tommaso e Viola entrano in una storia cominciata molto prima della loro nascita. Trovano Tomaso e Violetta, Ada, Riccardo, Giulio. Trovano fotografie, errori, attese, rinunce. E per un tratto credono che tutto ciò che è accaduto prima contenga una risposta anche per loro.
È una tentazione che conosciamo bene.
Cerchiamo continuamente spiegazioni in ciò che ci precede.
Nelle nostre famiglie.
Negli amori finiti.
Nelle ferite ricevute.
Negli errori di chi ci ha cresciuti.
Nelle persone che abbiamo perduto.
Come se conoscere l’origine di una cicatrice significasse sapere che cosa farne.
Ma comprendere non significa obbedire.
È questo, alla fine, il cuore di Prima di noi.
Tomaso e Violetta hanno avuto il loro amore. Imperfetto, enorme, incompleto soltanto se pretendiamo che ogni amore debba durare nello stesso modo per tutta la vita.
Giulio ha avuto la propria strada.
Ada le proprie paure.
Riccardo il bisogno di fermare il tempo dentro una fotografia.
E ciascuno ha lasciato qualcosa.
Ma nessuno di loro possiede il futuro.
Nemmeno chi ci ha amato ha questo diritto.
Tommaso e Viola possono guardare indietro, capire, perdonare, persino riconoscersi dentro gesti già compiuti da altri.
Poi devono fare la cosa più difficile:
vivere senza istruzioni.
Per questo ho voluto lasciare qualche porta socchiusa.
Non tutto viene spiegato.
Non tutto deve esserlo.
L’ombrello d’avorio può essere una coincidenza, una memoria che modifica ciò che vediamo, una donna qualunque incontrata due volte.
Oppure no.
Mi piace pensare che nella vita esista ancora una piccola porzione di realtà che sfugge alla nostra necessità di catalogare ogni cosa.
Non per credere all’impossibile.
Per ricordarci che non siamo obbligati a comprendere tutto ciò che ci emoziona.
Prima di noi è una storia d’amore, certamente.
Ma per me è soprattutto una storia sulla libertà.
Quella di non diventare gli errori di chi ci ha preceduti.
Quella di amare qualcuno senza trasformarlo nella soluzione delle nostre mancanze.
Quella di partire senza abbandonare.
Di tornare senza arrendersi.
Di conservare senza restare prigionieri.
Di ricordare senza continuare ad abitare ciò che è stato.
Prima di noi sono esistite vite intere.
Persone che hanno amato, sbagliato, aspettato, rinunciato, ricominciato.
Noi veniamo dopo.
Portiamo qualcosa di loro negli occhi, nei gesti, perfino nelle paure.
Ma arriva un momento in cui dobbiamo smettere di domandare al passato chi dobbiamo diventare.
È lì che comincia la nostra parte.
Ed è per questo che il romanzo termina con una sola parola:
Cominciava.
Perché certe storie finiscono quando tutto viene spiegato.
Le vite, invece, cominciano quando non sappiamo più cosa succederà.
Francesco Cacciola

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