Blackout Letterario

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Avevo messo le emozioni sotto vetro

Sapevo spiegare tutto ciò che provavo.

Conoscevo l’origine delle mie paure, la genealogia delle chiusure, il punto esatto nel quale una ferita antica aveva modificato il mio modo di reagire. Possedevo parole accurate per ogni turbamento.

Ero diventato il curatore del mio museo interiore.

Catalogavo.

Attribuivo una data.

Ricostruivo la provenienza.

Quando un’emozione compariva, non le permettevo di attraversarmi. La prelevavo con cautela, la separavo dal resto e cercavo immediatamente una definizione capace di contenerla.

Se soffrivo, volevo sapere perché.

Se provavo inquietudine, ne cercavo l’antefatto.

Se qualcuno mi feriva, esaminavo il gesto, la mia reazione, le analogie con ciò che avevo già vissuto.

Comprendere mi dava l’impressione di dominare.

Una cosa nominata sembrava meno pericolosa. Collocata nella giusta tassonomia, perdeva l’imprevedibilità. Non era più un’onda capace di travolgermi: diventava un reperto corredato da didascalia.

Paura dell’abbandono.
Bisogno di riconoscimento.
Meccanismo di difesa.
Memoria traumatica.

Ogni formula aggiungeva ordine.

Ogni ordine sottraeva temperatura.

Non avevo smesso di sentire. Avevo imparato a frapporre tra me e ciò che sentivo una parete trasparente. Potevo osservare tutto senza toccare nulla.

Le emozioni rimanevano visibili.

Io restavo al sicuro.

Questa capacità veniva scambiata per consapevolezza. Sembravo lucido, introspettivo, capace di tradurre il caos in pensiero. Anche nei momenti più delicati riuscivo a parlare di me con una precisione quasi clinica.

Nessuna esitazione.

Nessuna frase deformata dal pianto.

Nessuna parola fuori posto.

Esponevo il dolore come un’opera restaurata: ripulita dalle incrostazioni, ricomposta nelle sue lacune, illuminata nel modo migliore.

Ma ciò che mostravo non sanguinava più.

Avevo musealizzato perfino le ferite ancora aperte.


BLACKOUT


La comprensione può diventare un nascondiglio molto raffinato.

Non possiede l’aspetto della fuga. Al contrario, sembra coraggio. Chi analizza se stesso appare disposto a guardarsi fino in fondo.

Io guardavo.

Non mi lasciavo raggiungere.

Conoscevo la causa del dolore, ma non gli concedevo il diritto di essere insensato. Pretendevo che avesse una coerenza, un’origine riconoscibile, una funzione dentro il mio percorso.

Se non riuscivo a interpretarlo, mi irritava.

Se non produceva una lezione, mi sembrava inutile.

Volevo che ogni ferita giustificasse la propria presenza trasformandomi in qualcuno di migliore.

Non accettavo di soffrire senza profitto.

Così, mentre una parte di me chiedeva soltanto di essere attraversata, io organizzavo visite guidate.

Spiegavo.

Contestualizzavo.

Indicavo i collegamenti con le sale precedenti.

Non mi accorgevo che un’emozione compresa non è necessariamente un’emozione vissuta. Posso conoscere la composizione del fuoco e continuare a non sapere cosa significhi bruciare.

Il blackout arrivò quando le parole non riuscirono più a proteggermi.

Accadde davanti a un sentimento che non possedeva una collocazione precisa. Non era soltanto tristezza, né paura, né nostalgia. Conteneva frammenti di ciascuna e qualcosa che sfuggiva a ogni nomenclatura.

Provai a scomporlo.

Non si lasciò sezionare.

Cercai una causa.

Ne trovai troppe.

Tentai di raccontarlo e le frasi, per la prima volta, mi sembrarono strumenti inadatti. Ogni definizione riduceva ciò che stavo provando. Ogni spiegazione ne tradiva una parte.

Rimasi senza didascalia.

Fu destabilizzante.

Non sapevo come comportarmi davanti a qualcosa che esisteva senza offrirmi il proprio significato. Avrei voluto archiviarlo, ma non possedevo una sezione adeguata. Avrei voluto chiuderlo in una teca, ma occupava l’intero edificio.

Allora smisi di interpretare.

Non per saggezza.

Per esaurimento.

Rimasi dentro quella materia confusa senza darle un nome. Lasciai che cambiasse forma, che diventasse fisica, contraddittoria, perfino sconveniente.

Piangevo e subito dopo provavo sollievo.

Sentivo mancanza e insieme desideravo distanza.

Amavo qualcuno e, nello stesso momento, riconoscevo la necessità di lasciarlo andare.

Nessuna di quelle emozioni annullava l’altra.

Ero io ad aver preteso per anni che l’interiorità rispettasse una logica espositiva.

La verità non era ordinata.

Era simultanea.

Compresi che alcune parti di noi non chiedono di essere decifrate. Chiedono permanenza. Vogliono che restiamo accanto a loro mentre attraversano la metamorfosi, senza costringerle a diventare subito comprensibili.

Da allora non cerco sempre una spiegazione.

Quando un’emozione compare, provo a non interrogarla immediatamente. Non le domando da dove venga, quanto durerà, cosa intenda insegnarmi.

La riconosco.

Le faccio spazio.

Attendo che trovi da sola la propria postura.

Alcune si chiariscono. Altre rimangono opache. Alcune cambiano nome dopo molto tempo; altre non ne avranno mai uno.

Non considero più l’indefinibile un fallimento della coscienza.

Esistono moti troppo vasti per essere ridotti a una parola. Possiamo soltanto sentirne la pressione, accettarne il passaggio e osservare ciò che hanno spostato quando si allontanano.

Il mio museo interiore esiste ancora.

Conservo ricordi, riconosco connessioni, attribuisco valore alla conoscenza di me. Ma ho rimosso molte teche. Ho lasciato alcune opere senza cornice, altre prive di spiegazione.

Non tutto deve essere protetto dal contatto.

Non tutto deve diventare esposizione.

Ciò che provo non è un oggetto da conservare intatto.

È materia viva.

E la materia viva non chiede di essere capita prima di respirare.

Chiede soltanto che io smetta di guardarla da dietro il vetro.

2 risposte a “Blackout Letterario”

  1. Un capolavoro

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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