Cronologia della tenerezza che ci dobbiamo
Ho capito che ci sono giorni
in cui non abbiamo bisogno di essere forti.
Abbiamo bisogno di qualcuno
che ci lasci essere piccoli.
Che non ci chieda di sorridere,
di reagire,
di trovare una ragione.
Qualcuno che sappia starci accanto
senza trasformare ogni nostra malinconia
in qualcosa da aggiustare.
Ho capito che la tenerezza
è una forma di intelligenza
che il mondo sottovaluta.
Non pretende.
Non interroga.
Non misura quanto dolore sia lecito provare.
Si avvicina piano
e ci restituisce quella parte di umanità
che abbiamo trascurato
nel tentativo di sembrare invincibili.
Ho capito che siamo stati severi
soprattutto con noi stessi.
Ci siamo rimproverati
per non aver saputo fare meglio.
Per le parole mancate.
Per gli errori commessi in buona fede.
Per le occasioni nelle quali
avremmo voluto essere diversi.
E abbiamo dimenticato una cosa:
anche noi stavamo vivendo
per la prima volta.
Nessuno ci aveva insegnato
come affrontare certi addii.
Come sopportare una delusione
senza perdere la fiducia.
Come continuare ad amare
dopo aver conosciuto
la parte più ingrata dell’amore.
Eppure siamo qui.
Con qualche certezza in meno
e una capacità immensa,
ancora intatta,
di commuoverci.
Ho capito che dovremmo imparare
a guardarci con la stessa indulgenza
che riserviamo alle persone amate.
Se un amico fosse stanco,
non gli chiederemmo di correre.
Se un bambino avesse paura,
non gli diremmo di vergognarsi.
Se qualcuno piangesse tra le nostre braccia,
non gli presenteremmo
l’elenco delle sue debolezze.
E allora perché lo facciamo con noi?
Ho capito che certe sere
meritiamo soltanto un po’ di pace.
Una luce tenue.
Un bicchiere d’acqua sul comodino.
La libertà di non dover risolvere
ogni questione prima di addormentarci.
Meritiamo di lasciare qualcosa in sospeso.
Di non avere sempre una risposta.
Di riconoscere che oggi
abbiamo fatto quanto potevamo,
anche se il mondo
continua a domandarci di più.
Ho capito che non tutte le giornate
devono diventare memorabili.
Alcune servono semplicemente
a farci arrivare a domani.
E non sono giornate sprecate.
Sono quei piccoli intervalli
nei quali l’anima si ricompone
senza che ce ne accorgiamo.
Ho capito che la dolcezza
non diminuisce la nostra dignità.
Che lasciarsi consolare
non significa essere sconfitti.
Che abbiamo il diritto
di desiderare una carezza
anche quando siamo diventati grandi
abbastanza da offrirne agli altri.
Perché nessuna età
ci rende estranei al bisogno
di sentirci custoditi.
Ho capito, alla fine,
che vorrei incontrare il bambino che sono stato.
Non per raccontargli
quanto sia diventato difficile il mondo.
Non per metterlo in guardia.
Vorrei soltanto sedermi accanto a lui.
Lasciarlo parlare dei suoi sogni,
anche di quelli che non si realizzeranno.
Ascoltare le sue paure
senza sorridere della loro ingenuità.
E quando mi domanderà
se siamo diventati felici,
non gli racconterò soltanto
le cose belle.
Gli dirò che abbiamo conosciuto
giorni complicati.
Che abbiamo sbagliato strada.
Che qualche volta
ci siamo sentiti tremendamente soli.
Ma gli dirò anche
che abbiamo incontrato mani gentili,
che qualcuno ci ha amati davvero,
che abbiamo imparato
a riconoscere la bellezza
persino nelle giornate più ordinarie.
E soprattutto gli dirò:
«Non devi diventare straordinario
per meritare di essere amato.»
Ho capito che quella frase
non sarebbe soltanto per lui.
Sarebbe per me.
Per l’uomo che sono adesso.
Per tutte le mie età.
Per ogni parte di me
che ha creduto di dover conquistare
il diritto alla tenerezza.
E allora, se oggi potessi
regalarmi qualcosa,
non sceglierei un altro giorno da vivere.
Sceglierei di abitare questo
con meno durezza.
Di perdonarmi una piccola imperfezione.
Di concedermi un sorriso senza motivo.
Di accogliere ciò che sono
senza continuare a confrontarlo
con ciò che avrei potuto essere.
Perché ho capito
che il tempo ci cambia,
ci attraversa,
ci consegna a stagioni differenti.
Ma c’è una cosa
che non dovrebbe mai portarci via:
la capacità di trattare con dolcezza
la persona che siamo diventati.
E se stasera la vita
non avrà una parola gentile per me,
proverò a pronunciarla io.
Piano.
Come si fa con qualcuno
che ha attraversato molta strada
e finalmente può riposare.
Perché, in fondo, ho impiegato una vita
a imparare come prendermi cura degli altri.
E vorrei che gli anni che mi restano
mi insegnassero anche
a non abbandonare me stesso.

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