Fascicolo 004 — L’invidia beneducata
Capo d’accusa: aver trasformato la felicità altrui in un’offesa personale.
L’imputato compare in aula con un sorriso impeccabile.
«Sono una persona che gioisce sinceramente dei successi degli altri.»
Il giudice consulta il verbale.
«Ieri un suo collega ha ricevuto una promozione.»
«Meritatissima.»
«Lei ha dichiarato che conosce le persone giuste.»
«Una semplice constatazione.»
«E quando sua cognata ha acquistato casa?»
«Contentissimo. Anche se vorrei sapere dove ha trovato tutti quei soldi.»
Il cancelliere annota: felicità altrui sottoposta a revisione contabile.
LE PROVE
L’accusato non prova invidia.
Nutre perplessità.
Se qualcuno ottiene un riconoscimento, è stato fortunato. Se raggiunge un traguardo, ha beneficiato di circostanze favorevoli. Se possiede talento, certamente qualcuno lo ha aiutato.
L’imputato precisa che non intende sminuire nessuno.
Desidera soltanto ridimensionare gli entusiasmi.
Durante una cena, un amico ha annunciato la pubblicazione del suo primo romanzo.
«Magnifico», ha commentato.
Poi ha domandato quanto avesse pagato per farselo pubblicare.
LA DIFESA
L’avvocato invita a distinguere la cattiveria dall’insicurezza.
«Il successo altrui può risvegliare il sentimento delle nostre occasioni mancate. Non sempre l’invidia nasce dal desiderio di sottrarre qualcosa. Talvolta rivela il dolore di non averlo raggiunto.»
Il giudice considera l’argomentazione ragionevole.
«Dunque il suo assistito soffre?»
«Profondamente.»
«Per quale ragione?»
«Gli altri continuano a ottenere risultati.»
LA SENTENZA
Colpevole di congratulazioni con riserva.
Condannato a pronunciare un complimento senza aggiungere precisazioni, insinuazioni o congiunzioni avversative.
«Sono felice per te.»
Il giudice attende.
L’imputato deglutisce.
«Però…»
«La pena ricomincia.»
Fine del procedimento.
Fuori dall’aula — Un pensiero personale
Credo che l’invidia sia una delle emozioni che più difficilmente concediamo a noi stessi di riconoscere. La travestiamo da obiettività, la rivestiamo di prudenza, le attribuiamo il nobile proposito di smascherare privilegi e ingiustizie.
Eppure, dietro certe considerazioni apparentemente innocue, si nasconde una domanda che non abbiamo il coraggio di formulare: perché lui sì e io no?
Non considero vergognoso avvertire quella fitta. È umano confrontare il proprio cammino con quello degli altri. Mi preoccupa, piuttosto, ciò che decidiamo di farne.
Possiamo lasciare che diventi rancore oppure riconoscervi l’indicazione di un desiderio ancora inascoltato. Possiamo impegnarci a costruire ciò che ci manca oppure consumare le nostre energie nel tentativo di diminuire ciò che un altro possiede.
Ho imparato a diffidare di una felicità che necessita dell’insuccesso altrui per sentirsi completa.
Perché, in fondo, se la luce che illumina qualcun altro ci sembra insopportabile, siamo davvero rimasti al buio oppure abbiamo cominciato a chiudere gli occhi?

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