Mi traducevo per non risultare incomprensibile
Prima di parlare, mi modificavo.
Non cercavo le parole più vere. Cercavo quelle che avrebbero creato meno attrito.
Avevo imparato a convertire ogni emozione in una versione socialmente tollerabile: smussavo la collera fino a chiamarla stanchezza, degradavo la tristezza a giornata difficile, amputavo il desiderio affinché non sembrasse pretesa.
Non dicevo ciò che provavo.
Ne fornivo un adattamento.
Una traduzione prudente, privata delle asperità che avrebbero potuto disturbare chi mi ascoltava.
Ero diventato il mediatore di me stesso.
Se qualcosa mi feriva, preparavo subito una spiegazione a favore di chi mi aveva ferito. Ne ricostruivo le intenzioni, inventariavo le attenuanti, correggevo il significato dei suoi gesti.
Alla fine riuscivo quasi sempre ad assolvere l’altro.
E a rendere illegittimo ciò che sentivo io.
Mi dicevo che avevo capito male. Che ero troppo sensibile. Che attribuivo un peso eccessivo a parole pronunciate senza intenzione.
Trasformavo ogni offesa in un equivoco del quale, inspiegabilmente, diventavo l’unico responsabile.
Non volevo essere difficile.
Questa era la formula che governava il mio vocabolario interiore.
Non essere difficile.
Così imparavo a desiderare meno. A domandare senza sembrare bisognoso. A soffrire senza diventare ingombrante. Persino il mio affetto doveva avere una misura accettabile: mai troppo intenso, mai troppo esplicito, mai così profondo da costringere qualcuno a interrogarsi su ciò che poteva restituirmi.
Avevo paura che la mia lingua originaria non fosse abitabile.
Per questo la semplificavo.
Eliminavo le subordinate dell’anima, le inflessioni più vulnerabili, gli accenti che tradivano la provenienza delle mie fragilità. Mi presentavo agli altri in una versione grammaticalmente corretta e sentimentalmente mutilata.
Comprensibile a tutti.
Riconoscibile da nessuno.
Quando mi chiedevano come stessi, rispondevo bene con una rapidità quasi professionale. Non era una menzogna deliberata. Era diventato un riflesso sintattico: soggetto, verbo, omissione.
Io sto bene.
Mancava sempre il complemento più importante.
Rispetto a cosa?
Da quanto tempo?
In quale parte di me?
Nessuno lo chiedeva.
E io avevo smesso di pretenderlo.
Con il tempo avevo dimenticato che una voce non serve soltanto a farsi capire. Serve a lasciarsi conoscere.
Io, invece, mi rendevo accessibile senza diventare raggiungibile.
Offrivo frasi impeccabili, ordinate, levigate. Ma dentro quelle frasi non abitavo più. Restavo qualche passo indietro, nel dialetto ruvido delle cose che non pronunciavo.
Lì conservavo tutto ciò che non riuscivo a tradurre:
la fame di essere scelto senza dover meritare la scelta;
il rancore per tutte le volte in cui ero rimasto mentre avrei voluto andarmene;
la paura di non essere amato, ma soltanto gestito;
la stanchezza di sembrare forte per evitare che gli altri si sentissero inadeguati davanti alle mie crepe.
Parole clandestine.
Parole senza cittadinanza.
Vivevano ai margini del discorso, espulse dalla conversazione per eccesso di verità.
Io le sentivo premere contro i denti.
E continuavo a tacere.
BLACKOUT
Poi una sera non ho trovato la traduzione.
Qualcuno mi ha chiesto che cosa avessi.
Ho cercato la risposta consueta, quella breve, innocua, priva di conseguenze. Era già pronta sulla lingua.
Ma non è uscita.
Ho detto:
Non lo so spiegare bene.
Ed è stata la prima cosa esatta che pronunciavo da molto tempo.
Non lo sapevo spiegare perché avevo trascorso anni a rendermi chiaro agli altri senza mai ascoltarmi nella mia lingua.
Non conoscevo più la fonetica del mio dolore. Ne intuivo il suono, ma non riuscivo a separarne le sillabe. Avevo represso così a lungo la mia pronuncia emotiva che ogni sentimento arrivava come un idioma remoto.
Quella sera non ho provato a essere comprensibile.
Sono rimasto dentro l’incompiutezza.
Ho lasciato che le parole uscissero esitanti, disordinate, prive di eleganza. Alcune si contraddicevano. Altre non conducevano da nessuna parte. Una frase si è spezzata a metà e non ho cercato di ricomporla.
Per la prima volta, non mi sono corretto.
Ho capito che la verità non sempre possiede una buona sintassi. A volte balbetta. Torna indietro. Confessa una cosa e, subito dopo, ne scopre un’altra sepolta sotto la prima.
La verità non nasce pronta per essere letta.
Si scrive mentre la pronuncio.
Da allora provo a non anticipare la reazione degli altri. Non preparo più ogni frase come un oggetto da spedire senza rischio di rottura. Alcune parole devono arrivare con le loro sporgenze, con il peso irregolare di ciò che contengono.
Se mi ferisci, voglio riuscire a dirti che mi hai ferito senza presentarti prima la tua difesa.
Se mi manchi, non voglio ridurre la mancanza per evitare di consegnarti una responsabilità.
Se desidero restare, voglio dirlo.
Se ho bisogno di andarmene, voglio smettere di trasformare l’addio in una richiesta di autorizzazione.
Non significa parlare senza riguardo.
Significa non usare il riguardo per cancellarmi.
Ho creduto che amare qualcuno volesse dire imparare la sua lingua. È vero, ma non è tutto. L’amore comincia davvero quando posso parlarti nella mia e tu non pretendi che ogni sfumatura venga convertita in qualcosa di più comodo.
Non ho bisogno che tu comprenda immediatamente ogni parola.
Ho bisogno che tu rimanga abbastanza da ascoltarne il significato.
Adesso recupero lentamente il mio idioma perduto.
Rimetto gli accenti sulle parti di me che avevo pronunciato sottovoce. Restituisco dignità alle frasi eccessive, alle emozioni senza sinonimi, ai pensieri che non possiedono una forma rassicurante.
Non voglio più essere facile da interpretare.
Voglio essere vero da incontrare.
E se qualche parola resterà intraducibile, non la sostituirò.
Te la consegnerò così com’è:
nella mia voce,
con il mio tremore,
senza sottotitoli.

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