Voce

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A occhi chiusi, una voce può diventare un luogo.

Ci entri senza muoverti. Le spalle si abbassano, le mani allentano la presa sulle cose. Qualcosa ti raggiunge nel buio e tu, prima ancora di comprenderne le parole, senti che puoi restare.

Comincia così, la sua carezza.

Nell’aria che qualcuno lascia andare e che, arrivando a te, sembra sapere dove posarsi.

È un gesto intimo, avere una voce. Dare un suono a ciò che fino a un attimo prima viveva raccolto nelle nostre profondità. Occorre il corpo intero per una sillaba: il fiato che sale, la gola che lo accoglie, la lingua, le labbra. E occorre quel cedimento impercettibile con cui permettiamo a qualcosa di nostro di uscire.

Piano.

Come si porge una cosa amata.

Ciascuno lo fa in un modo irripetibile. Ha una sua risonanza, una misura, una lieve imperfezione alla quale finiamo per affezionarci. Una consonante più morbida. Una vocale che rimane sospesa. Quel filo di raucedine che sembra avvicinare la bocca all’orecchio anche da lontano.

Il timbro ci somiglia prima che possiamo scegliere.

Nasce dalla nostra materia, dalle cavità in cui il suono si raccoglie e si amplifica; poi gli anni lo lavorano, le abitudini gli danno un’andatura, gli affetti vi trovano dimora. Diventa una firma mobile, una parentela udibile con noi stessi. La riconosciamo persino quando una registrazione ce la restituisce estranea: dentro quella sorpresa ci siamo, esposti a come ci sentono gli altri.

Poi prendiamo la parola, e a quella somiglianza si aggiunge qualcosa che ci riguarda ancora più da vicino: il modo in cui scegliamo di esserci. La premura con cui formuliamo una domanda. Il riguardo per una confidenza. Quanto di noi siamo disposti a mettere in una risposta.

Eppure, quanto può cambiare una voce quando ama.

Sembra farsi più attenta al viaggio delle parole. Le accompagna, le riprende se sono state brusche, indugia sull’ultima perché separarsene significa consegnarsi al silenzio. A volte ride appena, senza un motivo che si possa spiegare. È la felicità di rivolgersi proprio a quella persona. Di sapere che, dall’altra parte, c’è.

Mi accorgo allora che la tenerezza mi appartiene anche così: diventa udibile. Prende un’inclinazione che non avevo preparato e, mentre ti raggiunge, rivela a me stesso quanto mi sei caro.

Ci sono parole che pronunciamo con le labbra.

Altre chiedono tutto il petto.

«Resta» ha bisogno di spazio intorno. Di un istante in cui il desiderio raccolga il proprio coraggio. «Vieni» si protende, apre una distanza e già vorrebbe colmarla. «Dormi» si abbassa lentamente, accompagna chi ascolta fin dove la vigilanza può sciogliersi.

Anche una sillaba sa vegliare.

Può tenere compagnia alla stanchezza, farsi cadenza, tornare uguale e ogni volta un poco più lieve. La voce che culla conosce questa pazienza. Lascia trascorrere il tempo senza chiederci di riempirlo. Ci consente di abbandonare il peso della fronte, la tensione della mandibola, il pensiero rimasto acceso.

E noi impariamo di nuovo ad affidarci.

Mi piace pensare che conserviamo nel corpo una memoria antichissima dell’essere chiamati. Di un suono che si avvicina mentre il mondo è ancora incomprensibile. Prima del significato, ne riconosciamo l’intenzione: quella morbidezza ci riguarda. Qualcuno sta piegando la propria voce per raggiungerci senza farci male.

Da adulti, una simile dolcezza può ancora commuoverci fino allo smarrimento.

Soprattutto quando arriva dove eravamo diventati duri.

Basta sentir pronunciare il nostro nome con una cura inattesa e si allenta qualcosa che tenevamo stretto da anni. Per pochi secondi possiamo smettere di meritarci un posto. Ci è stato offerto. È lì, nell’inflessione di chi ci chiama, nel tempo che dedica a quelle poche lettere.

La voce dà durata all’affetto.

Gli permette di indugiare, di tornare, di farsi riconoscere dentro una frase qualunque. E lascia in noi una traccia singolare: ricordiamo come ci siamo sentiti mentre la ascoltavamo. La calma scesa sulle tempie. Il desiderio di avvicinarci. Un dolore che, finalmente udito, aveva smesso di occupare ogni cosa.

Di chi ci ha parlato conserviamo anche questo: il modo in cui ha avuto cura della nostra presenza. In quella memoria affiora qualcosa della sua persona, di ciò che ha saputo essere con noi.

Per questo alcune voci continuano a parlarci anche nell’assenza.

Ne sappiamo ritrovare l’accento. Il piccolo intervallo prima di una risposta. Il modo di sorridere dentro una parola. Le portiamo con noi in una zona sensibile della memoria, dove basta pochissimo per sentirle di nuovo vicine.

Lì vuole abitare Voce.

Fra ciò che una frase dice e ciò che, pronunciandola, lascia conoscere di noi. Nel legame fra un sentimento e il modo in cui lo affidiamo a qualcuno. In quel tratto intimo dove la voce prende la forma del nostro essere, con le sue aperture, le sue esitazioni, le parti ancora difficili da raggiungere.

Una pagina può avere questa intimità.

Puoi leggerla e accorgerti che il ritmo del tuo respiro è cambiato. Che hai rallentato su una riga. Che una parola, rimasta sola, ha fatto risuonare qualcosa.

Allora lasciale spazio.

La frase successiva può attendere.

C’è ancora una vibrazione, dentro di te, che chiede di finire.

Ascoltala.

È così lieve, certe volte, il suono della vita quando si sente amata.

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Il mio Blog

Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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