Quando dico «sono io», che cosa riconosci?
Le due parole arrivano appena. Tu sai già.
Mi hai trovato in una cadenza, nel modo in cui appoggio la prima vocale, in quella lieve esitazione che mi precede quando desidero sentirti. Per riconoscermi ti è bastata una porzione minuscola di suono.
Eppure io, qualche volta, impiego una vita.
Mi domando quanto di me abiti lì: nell’accento che non so cancellare, nella fretta con cui rispondo quando qualcosa mi ferisce, nella dolcezza che mi viene spontanea con te e che altrove tengo sorvegliata.
Ho una voce che conosco dall’interno. La sento risuonare nelle ossa, mescolata al pensiero. Tu ne ricevi un’altra: attraversa la distanza, arriva al tuo orecchio, incontra ciò che sai di me. Fra queste due percezioni esisto anch’io, con tutto quello che credo di esprimere e quello che, senza accorgermene, lascio intendere.
Vorrei sapere quale dei miei silenzi senti dentro una frase.
Se riconosci quando scelgo con cura una parola perché quella immediata farebbe male. Se avverti la piccola viltà di certe risposte impeccabili, dietro le quali mi metto al sicuro. Se il mio modo di chiederti come stai ti concede davvero il tempo di dirmelo.
Perché anche questo mi appartiene.
La distanza fra la persona che immagino di essere e quella che prende la parola.
Posso pensarmi generoso e interromperti. Posso dichiararmi sincero e costruire una frase nella quale ogni parola è vera, mentre l’insieme nasconde ciò che conta. Posso amarti profondamente e lasciarti, per stanchezza, una risposta così arida da farti dubitare del posto che hai in me.
Poi mi riascolto.
A volte succede subito: l’ultima sillaba è ancora nell’aria e già vorrei cambiarne l’inclinazione. Ho sentito quanto ero lontano da ciò che provavo. Quella durezza è uscita da me; devo riconoscerla, prima di poterla correggere.
La voce mi mette davanti alle mie conseguenze.
Dà un corpo anche alle intenzioni che avrei preferito lasciare indefinite. Finché penso, posso indulgere, raccontarmi che saprei essere diverso. Quando parlo a qualcuno, il mio modo di esserci lo raggiunge. Gli procura sollievo, gli impone cautela, lo invita ad aprirsi oppure gli fa cercare una via d’uscita.
C’è una postura anche nelle parole.
Mi protendo. Mi ritraggo. Occupo tutto lo spazio. Ti lascio sul margine di un discorso dove avrei dovuto farti entrare. Oppure mi siedo accanto a ciò che stai cercando di dire e, per una volta, rinuncio alla soddisfazione di avere subito una risposta.
In quel momento la mia voce cambia perché cambia la mia posizione rispetto a te.
L’ascolto le insegna una misura.
E allora penso all’anima, a questa parola così vasta che ho quasi pudore di pronunciare. La cerco nei dettagli meno solenni. In come nomino una tua debolezza quando sei assente. Negli aggettivi che riservo a chi non può essermi utile. Nella precisione con cui ricordo una cosa che mi hai confidato, e nella discrezione con cui la custodisco.
Se qualcosa di me merita quel nome, deve poter vivere anche lì.
Nel linguaggio di un giorno qualunque.
Le parole mi rivelano a poco a poco. Una frase può essere imparata, una premura imitata; occorre tempo per conoscere la fedeltà di una voce a ciò che promette. Occorre sentirla quando è contrariata, quando non ottiene, quando potrebbe umiliare e avverte la tentazione di farlo.
Lì incontro domande che mi riguardano.
Che cosa diventa la mia tenerezza quando sono deluso?
Come pronuncio il tuo nome quando non sei dalla mia parte?
Riesco ancora a parlarti riconoscendo la tua interezza, mentre una parte di te mi fa soffrire?
Vorrei che il mio «sono io» potesse contenere anche questa responsabilità. Che, riconoscendomi, tu sapessi di poter abbassare le difese. Avrai imparato i miei difetti, le giornate storte, quel tono sbrigativo di cui qualche volta mi pento. E avrai sentito anche il mio tentativo di tornare, di formulare meglio, di chiederti scusa senza mettere una giustificazione subito dopo.
Diventare me stesso richiede continue rettifiche.
Le sento nella voce quando riesco a dire una verità che avevo addolcito per convenienza. Quando ammetto di avere paura. Quando ti lascio finire e la risposta che avevo pronta, ascoltandoti, perde ogni ragione.
Accade allora una cosa lieve: mi riconosco in qualcosa che prima non sapevo fare.
La mia voce ha ancora lo stesso suono.
Ma adesso, mentre ti parla, so abitarla un poco di più.

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