A chi verrà dopo di noi
A chi erediterà le nostre esitazioni.
Non sappiamo quale sembianza avrà il vostro tempo. Conosciamo, invece, l’indole del nostro: un’epoca prodigiosamente capace di moltiplicare le possibilità e sorprendentemente restia ad assumersene le conseguenze.
Abbiamo costruito strumenti per abbreviare le distanze, ma non abbiamo saputo sottrarre un solo istante all’indifferenza. Ci siamo attribuiti il merito della velocità, confondendola con la direzione; abbiamo celebrato la libertà senza interrogarci abbastanza sulla responsabilità che la rende abitabile.
Eppure non siamo stati soltanto questo.
In qualche cucina, mentre il mondo proclamava le proprie urgenze, qualcuno ha rinunciato al sonno per vegliare un malato. Una donna ha restituito dignità a un uomo che non poteva ricambiare. Un bambino ha diviso la propria merenda senza conoscere il significato della parola solidarietà.
È accaduto senza testimoni.
Ed è precisamente ciò che ci impedisce di consegnarvi una condanna definitiva della nostra epoca.
P.S. Se un giorno ci giudicherete, non domandatevi soltanto che cosa siamo riusciti a costruire. Domandatevi quante persone abbiamo dovuto lasciare indietro per chiamarlo progresso.
Nota a margine — Il progresso non possiede un valore morale autonomo: dipende dalle vite che rende più degne e da quelle che sacrifica. La questione non è scegliere tra avanzare e fermarsi, ma riconoscere chi sostiene il costo del nostro avanzamento.

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