Voce

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Prima di dire «no», mi si asciuga la bocca.

È una parola breve. Dovrebbe trovare facilmente la strada. Invece sento arrivare tutte le frasi con cui potrei evitarla: una spiegazione più lunga, un impegno da inventare, quel «provo» che mi ha già rovinato tante sere.

Intanto tu aspetti.

Io conosco la risposta. Sto cercando il modo di pronunciarla continuando a piacerti.

Mi succede più spesso di quanto ammetta. Una richiesta arriva e la mia voce si rende disponibile prima che io abbia avuto il tempo di interrogarmi. Ha un riflesso solerte, quasi affettuoso. Si offre, rassicura, trova una soluzione.

Poi rimango da solo con ciò che ho promesso.

Sento la stanchezza acquistare peso. Faccio spazio a un altro impegno togliendolo a qualcosa che desideravo. E provo un risentimento confuso verso chi mi ha chiesto soltanto una cosa, senza sapere quanto mi sarebbe costato accettare.

Come poteva saperlo.

Gli avevo risposto con tanta premura.

Ci sono assensi nei quali scompaio con una grazia perfetta. Nessuno avverte il rumore della rinuncia. Sorrido persino mentre parlo, aggiungo «figurati», rendo lieve il favore perché l’altro possa riceverlo senza disagio.

Il disagio lo tengo io.

All’inizio sembra poca cosa. Una sera rimandata, una preferenza taciuta. Poi mi accorgo che ho imparato a raccontare benissimo ciò che serve agli altri e con molta incertezza ciò che vorrei per me.

«Per me è uguale.»

L’ho detto anche quando avevo un desiderio preciso. Lo sentivo premere, riconoscibilissimo, e gli passavo sopra con quella frase liscia. Mi pareva un gesto generoso. A volte lo era. Altre volte desideravo soltanto risparmiarmi l’inquietudine di essere diverso da come mi volevi.

Ho confuso a lungo l’essere amato con l’essere facile da amare.

Disponibile, comprensivo, capace di adattarmi. Una presenza che non imponesse deviazioni. Se qualcosa mi feriva, cercavo una formulazione abbastanza delicata da far sembrare piccolo anche il dolore.

La mia voce aveva imparato a chiedere permesso per me.

Lo sentivo negli inizi: «Scusa, volevo solo…». Quel solo rimpiccioliva tutto in anticipo. La domanda, il bisogno, il tempo che ti stavo prendendo. Arrivavo già intento a giustificare il fatto di esserci.

Eppure, dentro, avevo una vita intera.

Preferenze ostinate. Giorni in cui non riuscivo. Affetti ai quali volevo dedicarmi senza dover recuperare dopo il tempo concesso a tutti gli altri. Avevo bisogno di poter essere stanco prima di diventare esausto.

Per questo oggi il «no» mi rimane sulla lingua.

So che, pronunciandolo, dovrò tollerare qualcosa: una tua sorpresa, un intervallo meno cordiale, la possibilità che tu debba rivedere l’idea che hai di me. Mi spaventa soprattutto quell’attimo in cui il tuo viso cambierà e io avrò voglia di riparare subito.

Dirti che ho scherzato.

Che una maniera si trova.

Riprendermi la fatica pur di vederti di nuovo contento.

Rimango lì, invece. Con il cuore che accelera per una cosa tanto comune. Provo a dare alla voce una fermezza che non conosco ancora bene. Mi esce più secca del previsto e vorrei ricominciare: persino adesso temo che il mio limite possa somigliare a una mancanza d’affetto.

Allora aggiungo poche parole. Quelle vere.

«Questa volta non me la sento.»

Sento quanto sono esposto. Ho rinunciato al riparo di un impedimento verificabile. Potresti tentare di convincermi, trovare semplice ciò che per me è gravoso. Ti sto affidando una misura che puoi conoscere soltanto credendomi.

Aspetto.

Tu abbassi appena gli occhi, rifletti. Io devo impedirmi di riempire quel momento. Lasciarti il tempo di ricevere una risposta che non avevi previsto.

Poi dici: «Va bene».

Quasi non so che cosa farne, di quella semplicità.

Resto in ascolto, come se dovesse seguire una sottrazione. Invece continui a parlarmi. Mi chiedi un’altra cosa, mi racconti un particolare della tua giornata. La confidenza è ancora lì. Posso sentirla nel modo abituale con cui mi cerchi.

Mi arriva addosso una gratitudine quieta, insieme a un dolore più antico.

Quante volte mi ero assentato da me per evitare un abbandono che non sarebbe avvenuto.

Ora la conversazione prosegue e io mi accorgo di parteciparvi con più agio. Non sto contando ciò che mi costerà domani. Ti ascolto davvero.

Quando ci salutiamo, ti dico che ho voglia di vederti.

La voce si distende su quelle parole. Non deve persuaderti, né compensare qualcosa. Posso sentirci il mio desiderio, libero dall’obbligo di somigliare a un favore.

«Quando sei libero?»

Stavolta lo sto chiedendo anch’io.

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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