La misura del disincanto

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Il prezzo della rispettabilità

Mi inquieta?

La facilità con cui abbiamo imparato a confondere il valore di una persona con la considerazione che gli altri le riservano.

È una distorsione antica, certamente. Ma oggi possiede una pervasività differente, una capacità quasi capillare di insinuarsi nei rapporti umani, nelle aspirazioni, perfino nell’educazione sentimentale delle nuove generazioni.

Abbiamo edificato un sistema di riconoscimento nel quale apparire credibili sembra avere maggiore importanza dell’esserlo. Dove la reputazione precede la condotta, il consenso supplisce alla competenza e l’ostentazione di una virtù finisce per dispensarci dalla fatica di praticarla.

Mi domando quanto ci sia costato, in termini di autenticità, questo incessante bisogno di essere riconosciuti.

Osservo persone costrette a giustificare la propria modestia, quasi fosse un’insufficienza caratteriale. Individui che devono dimostrare continuamente di meritare attenzione, rispetto, perfino ascolto. Esistenze misurate attraverso parametri esteriori che nulla raccontano della loro complessità, delle rinunce silenziose, dell’integrità custodita quando nessuno era presente a testimoniarla.

E intanto abbiamo conferito alla visibilità una sorta di autorità morale.

Chi possiede un pubblico sembra possedere anche una ragione. Chi dispone di prestigio viene ascoltato prima ancora di essere compreso. Chi non sa promuovere se stesso rischia di essere considerato irrilevante, indipendentemente da ciò che conosce, costruisce o rappresenta.

Non contesto il successo, né la legittima aspirazione a migliorare la propria condizione.

Contesto la nostra crescente incapacità di distinguere il merito dalla sua rappresentazione.

Perché esiste una differenza profonda tra conquistare una posizione e possedere la statura umana necessaria per abitarla.

Ed è proprio questa differenza che stiamo rendendo sempre meno riconoscibile.

Penso a un ragazzo che cresce osservando tutto questo. Alla sua necessità di appartenere, al timore di essere escluso, alla progressiva convinzione che la propria identità debba essere continuamente esibita per acquisire consistenza.

Che cosa gli stiamo insegnando, realmente?

Che la dignità è una qualità intrinseca dell’essere umano oppure un privilegio concesso dall’approvazione collettiva?

Che la conoscenza richiede studio, disciplina e discernimento oppure che basta conquistare attenzione per trasformare qualsiasi opinione in autorevolezza?

Mi sgomenta soprattutto un’altra conseguenza.

Abbiamo reso il giudizio degli altri così determinante da indurre molte persone a rinunciare alla propria autenticità pur di non perdere una rispettabilità che, in realtà, non dovrebbe dipendere da alcuna concessione.

E non riguarda soltanto gli ambienti digitali.

Accade nei luoghi di lavoro, dove l’accondiscendenza viene talvolta premiata più dell’onestà. Nelle relazioni, dove il dissenso è interpretato come una minaccia. Nelle comunità, dove chi denuncia una contraddizione rischia di essere considerato più sconveniente di chi quella contraddizione la alimenta.

È una forma di disciplinamento silenzioso.

Non ci viene necessariamente imposto di mentire. Ci viene insegnato quanto possa diventare svantaggioso dire ciò che pensiamo.

Così impariamo a calibrare le parole, a dissimulare le perplessità, a negoziare perfino i principi che dichiaravamo indisponibili.

E lentamente la rispettabilità cessa di essere la conseguenza di una condotta dignitosa per diventare il risultato di un adattamento.

Non credo che ogni compromesso costituisca una resa. La convivenza umana richiede mediazione, misura, capacità di riconoscere ragioni differenti dalle proprie.

Ma quando la mediazione pretende il sacrificio sistematico della coscienza, non stiamo più cercando un equilibrio.

Stiamo organizzando la nostra rinuncia.

Mi domando allora quale valore possa conservare una società che insegna a essere apprezzati prima ancora di insegnare a essere giusti.

Una società nella quale la rispettabilità viene accordata a chi sa preservare le apparenze, mentre chi ne incrina la superficie per mostrare una verità scomoda viene invitato a moderarsi.

Perché il degrado morale di una comunità non comincia necessariamente quando smette di riconoscere ciò che è giusto.

Comincia quando riconosce ciò che è giusto, ma considera più conveniente non praticarlo.

2 risposte a “La misura del disincanto”

  1. Da applausi 👏👏👏

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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