La misura del disincanto

·

C’è una forma di impoverimento che mi inquieta più della miseria materiale: quella che sottrae agli esseri umani perfino la facoltà di immaginare una condizione migliore.

Non avviene improvvisamente. Non possiede la brutalità delle imposizioni manifeste, né il fragore delle grandi ingiustizie. Procede per sottrazioni impercettibili, attraverso una pedagogia della sopportazione che abbiamo finito per considerare una componente inevitabile della maturità.

Ci viene insegnato ad accontentarci.

A ridimensionare le aspettative, a chiamare realismo la disillusione, a interpretare qualsiasi aspirazione eccedente il consentito come un’ingenua incapacità di comprendere il mondo.

E ciò che maggiormente mi turba non è l’esistenza dei limiti. È la disinvoltura con cui abbiamo cominciato a considerarli naturali anche quando sono il prodotto di precise responsabilità umane.

Osservo giovani ai quali chiediamo intraprendenza mentre consegniamo un orizzonte sempre più angusto. Pretendiamo preparazione, flessibilità, disponibilità al sacrificio. Poi definiamo privilegio ciò che dovrebbe costituire il fondamento di un’esistenza dignitosa: un lavoro che non umili, una casa accessibile, il tempo necessario per vivere oltre la propria funzione produttiva.

Abbiamo trasformato la precarietà in un esercizio di adattabilità.

E l’adattabilità in una virtù così celebrata da rendere quasi sconveniente domandarsi perché sia diventata indispensabile.

Non ignoro le complessità economiche, le trasformazioni del lavoro, l’impossibilità di garantire a chiunque una vita immune dalle difficoltà. Sarebbe intellettualmente disonesto pretendere soluzioni elementari per problemi che elementari non sono.

Ma riconoscere la complessità non significa assolvere ogni conseguenza.

Esiste una distanza morale considerevole tra spiegare una condizione e legittimarne la permanenza.

È in questa distanza che, troppo spesso, smarriamo il senso della responsabilità collettiva.

Mi colpisce soprattutto il linguaggio con cui abbiamo imparato a descrivere le privazioni.

Chi rinuncia a curarsi per ragioni economiche deve imparare a organizzarsi. Chi lavora senza riuscire a costruire un’autonomia deve avere pazienza. Chi non dispone delle opportunità necessarie deve reinventarsi.

Sempre l’individuo. Sempre la sua capacità di resistere, correggersi, adeguarsi.

Raramente la domanda si rivolge alle condizioni che rendono quella resistenza necessaria.

Abbiamo perfezionato una società capace di chiedere sacrifici con straordinaria autorevolezza e di assumersi responsabilità con altrettanta esitazione.

E intanto qualcosa si deteriora nella nostra concezione della dignità.

Perché la dignità non consiste soltanto nella capacità di sopportare le avversità. Comprende anche il diritto di non essere costantemente costretti a dimostrare quanto dolore siamo disposti a tollerare pur di essere considerati meritevoli.

Penso ai genitori che insegnano ai figli a studiare, impegnarsi, comportarsi correttamente. Alla fiducia con cui affidano loro l’idea che la dedizione possa aprire possibilità.

E mi domando quale lacerazione si produca quando quegli stessi figli scoprono che l’impegno, pur necessario, non è sempre sufficiente; che le opportunità non vengono distribuite con equità; che il talento può rimanere inascoltato mentre altre circostanze decidono il destino delle persone.

Non è la fatica a scandalizzarmi.

È la sua glorificazione quando diventa il pretesto per non correggere ciò che la rende inutilmente gravosa.

Abbiamo persino cominciato a guardare con sospetto chi rivendica condizioni migliori. Come se desiderare una vita meno mortificante significasse disconoscere il valore del sacrificio. Come se la gratitudine per ciò che possediamo dovesse impedirci di riconoscere ciò che manca.

Eppure una società civile dovrebbe misurare il proprio progresso anche dalla quantità di sofferenza evitabile che riesce a sottrarre all’esistenza dei suoi cittadini.

Non soltanto dalla ricchezza che produce.

Non soltanto dalla velocità con cui innova.

Ma dalla possibilità concreta che offre a una persona comune di attraversare la propria vita senza doverne consumare ogni energia per conquistare il minimo indispensabile.

Mi spaventa questa lenta contrazione delle aspettative. Il momento in cui smettiamo di desiderare ciò che sarebbe ragionevole e cominciamo a considerare eccessivo perfino ciò che ci spetterebbe.

Perché allora la rinuncia non rappresenta più una scelta dolorosa.

Diventa un’educazione.

E una volta interiorizzata, non occorre nemmeno che qualcuno continui a imporcela.

Una società ha raggiunto una delle forme più profonde della propria decadenza quando non deve più negare alle persone una vita dignitosa.

Le basta averle convinte che desiderarla sia pretendere troppo.

3 risposte a “La misura del disincanto”

  1. Ho letto queste parole con molta partecipazione perché danno voce a un disagio che spesso percepiamo senza riuscire a nominarlo. Mi ha colpito soprattutto la distinzione tra l’esistenza dei limiti e l’abitudine ad accettarli come inevitabili. C’è una profonda umanità nel tuo richiamo alla dignità e alla responsabilità collettiva, così come il coraggio di ricordarci che adattarsi non dovrebbe significare rinunciare a immaginare un futuro migliore. Un testo lucido, amaro e necessario, che lascia molto su cui riflettere.

  2. È tra le rubriche che preferisco

    1. Abbiamo gli stessi gusti cara Rita. Da sempre

Lascia un commento

Il mio Blog

Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

Iscriviti