Voce

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Il nome che ti ho dato?

Ti ho chiamata «amore» dal fondo di un corridoio.

Avevo una domanda da farti, una di quelle che il giorno consuma senza lasciarne memoria. La domanda l’ho dimenticata. Ricordo benissimo come mi è uscita la parola.

Mi è venuta con la naturalezza con cui, al buio, evito lo spigolo di un mobile. La distanza era entrata nel corpo. Sapevo quanta voce occorreva per arrivare fino a te.

Hai risposto «dimmi».

E lì, in quella risposta così feriale, mi ha raggiunto la stranezza di ciò che avevo appena fatto. Ti avevo chiamata con il nome di quello che provo. Tu ti eri voltata.

Da quando una parola così vasta ha imparato a indicare una persona sola?

All’inizio mi costava pronunciarla. Sentivo il peso della m, le labbra che si chiudevano proprio nel mezzo, costringendomi a custodire per un istante ciò che stavo per dire. Adesso la parola attraversa un corridoio. Ti raggiunge mentre cerchi qualcosa in un cassetto. La dico con il fiato corto, con la bocca piena, con la voce ancora impastata del sonno.

Ha imparato a vivere fra le nostre cose.

A volte mi spaventa la facilità con cui la uso. Posso chiamarti «amore» senza alzare gli occhi da quello che sto facendo. La parola arriva a destinazione, io rimango altrove. E quando mi rispondi avverto la differenza fra l’averti chiamata e l’essere venuto a cercarti.

La voce sa percorrere una distanza che io, qualche volta, le lascio fare da sola.

Ha imparato tutte le scorciatoie della confidenza. Sa come ottenere la tua attenzione, come sbrigare un saluto, come passare in fretta sopra una piccola incrinatura. Posso servirmi di una parola tenerissima per chiederti di essere paziente con una mia distrazione.

E posso accorgermene dal modo in cui mi rispondi.

«Dimmi» ha anch’esso le sue variazioni. Conosco quello con cui mi fai posto, quello breve di quando sei indaffarata, quello che conserva un poco di stanchezza e mi invita comunque a proseguire. Ascoltandoti scopro quanto sei diversa da un giorno all’altro. Quanta vita ti accade mentre io, per amore e per abitudine, continuo a chiamarti nello stesso modo.

Questa è la parte che mi commuove di più.

La parola rimane. Tu la oltrepassi.

Ci sono pensieri che ti appartengono interamente, giornate che conosco da un dettaglio raccontato tardi, ragioni che mi sfuggono persino quando siamo seduti vicini. Hai un modo tuo di attraversare la felicità e un altro, che ancora imparo, di attraversare la pena. A volte ti chiamo con una familiarità che sa già tutto. Poi ti sento parlare e scopro che c’è ancora una domanda da farti.

Anni insieme, e questa possibilità di sorprendermi.

Succede anche al contrario. Mi riconosci dall’altra stanza e, quando ti sono davanti, hai ancora voglia di sapere come sto. Mi conosci abbastanza da udire quando la mia solita risposta mi sta stretta. In quei momenti la voce mi serve per raggiungere una parte di me che da solo avrei lasciato in disparte. Inizio a parlarti di una sciocchezza. A metà del discorso capisco che mi era mancato qualcosa. Provo a dirtelo, e intanto lo apprendo anch’io.

Mi piace pensare che una vita a due abbia anche questa forma. Io ti presto il mio orecchio. Tu mi restituisci una persona più vasta di quella che credevo di essere. E ogni tanto, fra una cosa da fare e l’altra, ci riesce perfino di udire quanto siamo cambiati.

Stasera ti chiamo per nome.

Lo pronuncio intero, come all’inizio, quando ancora mi sorprendeva che potessi dirlo e tu potessi voltarti proprio verso di me.

«Dimmi.»

Aspetto un istante. Mi accorgo che ti ho chiamata soltanto per sentire la tua voce.

Stavolta te lo dico.

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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