La misura del disincanto

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L’obsolescenza della gentilezza

Mi domando quando abbiamo cominciato a considerare la gentilezza una forma di ingenuità.

Non quella di circostanza, disciplinata dalle convenienze e dispensata con la disinvoltura di chi conosce il vantaggio delle buone maniere. Parlo di una disposizione più profonda, di quella sensibilità che riconosce nell’esistenza altrui una dignità indipendente dall’utilità che può rappresentare per noi.

Mi inquieta la progressiva svalutazione di questa attitudine. La facilità con cui un gesto premuroso viene accolto con diffidenza, un’attenzione disinteressata interpretata come debolezza, una disponibilità sincera sottoposta al sospetto di nascondere un secondo fine.

Sembra che abbiamo smarrito perfino la capacità di credere alla gratuità del bene.

E non perché la bontà sia scomparsa.

Ma perché abbiamo costruito relazioni nelle quali la convenienza è diventata un criterio interpretativo così dominante da rendere quasi incomprensibile ciò che non pretende una contropartita.

Osservo la nostra quotidianità. La fretta con cui attraversiamo gli spazi comuni, l’insofferenza che accompagna qualsiasi rallentamento, la facilità con cui un estraneo viene trasformato in un impedimento.

Una persona anziana che impiega troppo tempo alla cassa. Qualcuno che esita nel formulare una domanda. Un individuo che commette un errore e viene immediatamente esposto alla mortificazione pubblica.

Piccole circostanze, apparentemente trascurabili.

Eppure è proprio nella loro ordinarietà che riconosco la temperatura morale di una comunità.

Perché la civiltà non si manifesta soltanto nelle grandi dichiarazioni di principio. Si rivela nella qualità del trattamento che riserviamo a chi non possiede alcun potere di ricompensarci o danneggiarci.

Mi colpisce il prestigio che abbiamo conferito alla durezza.

Ammiriamo chi sa imporsi, chi non arretra, chi risponde con aggressività a qualsiasi contraddizione. Scambiamo l’intransigenza per autorevolezza, la brutalità verbale per sincerità, l’incapacità di ascoltare per una dimostrazione di carattere.

E intanto la gentilezza viene relegata tra le qualità accessorie, gradevoli finché non interferiscono con la necessità di prevalere.

Abbiamo cominciato a chiamare forza la capacità di ferire senza esitazione e debolezza quella di possedere ancora uno scrupolo prima di farlo.

È un capovolgimento che considero culturalmente devastante.

Perché non modifica soltanto i nostri comportamenti. Altera il significato stesso delle virtù che pretendiamo di trasmettere.

Penso a un bambino al quale insegniamo a chiedere permesso, a rispettare le fragilità, a non umiliare chi sbaglia.

Poi lo accompagniamo in un mondo nel quale quelle medesime qualità rischiano di esporlo al dileggio, mentre la prepotenza ottiene spazio, attenzione, talvolta perfino ammirazione.

Quale contraddizione gli consegniamo?

Come possiamo pretendere che conservi la delicatezza se siamo noi i primi a suggerirgli che, per sopravvivere, dovrà imparare a dissimularla?

Non auspico un’umanità remissiva.

La gentilezza non impone di tollerare l’abuso, né di rinunciare alla fermezza. Esiste una nobiltà particolare nel saper opporre un rifiuto senza ricorrere all’umiliazione, nel difendere un principio senza disprezzare la persona che lo contraddice.

Ma questa distinzione richiede un’educazione emotiva che sembriamo sempre meno disposti a coltivare.

È più semplice insegnare a vincere una discussione che ad abitarla con rispetto.

Più immediato celebrare chi prevale che riconoscere la maturità di chi avrebbe potuto infierire e ha scelto di non farlo.

Mi interrogo allora su quale idea di progresso stiamo realmente perseguendo.

Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, perfezionato gli strumenti della conoscenza, abbreviato distanze che sembravano insuperabili.

Eppure continuiamo a incontrare difficoltà crescenti nell’esercizio più elementare della convivenza: riconoscere che l’altro non è un ostacolo alla nostra esistenza.

Non desidero idealizzare il passato. La crudeltà non è un’invenzione contemporanea, e nessuna epoca può rivendicare il monopolio della sensibilità.

Ma proprio perché conosciamo le conseguenze della sopraffazione, trovo ancora più difficile accettare la leggerezza con cui continuiamo a normalizzarne le manifestazioni quotidiane.

La gentilezza non salverà da sola una società dalle sue contraddizioni.

Ma la sua progressiva marginalizzazione dovrebbe preoccuparci quanto qualsiasi altra forma di impoverimento.

Perché quando una comunità comincia a considerare superfluo il riguardo reciproco, non sta semplicemente modificando le proprie abitudini.

Sta ridiscutendo, senza dichiararlo, il valore che attribuisce alla persona.

E allora mi rimane una domanda, dalla quale non riesco a sottrarmi.

Se abbiamo raggiunto un punto in cui trattare qualcuno con umanità viene considerato un gesto eccezionale, quanto deve essersi deteriorata la nostra idea di normalità?

Una risposta a “La misura del disincanto”

  1. Ti applaudo 👏

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