Il debito delle cose che verranno
A chi nascerà quando le nostre ragioni saranno diventate storia.
Non ti conosco.
Non conosco il timbro della tua voce, la conformazione delle tue mani, il paesaggio sul quale poserai gli occhi la prima volta che qualcuno ti solleverà davanti a una finestra.
Eppure una parte della tua esistenza è già cominciata.
Comincia nelle decisioni che prendiamo oggi, nelle risorse che consumiamo senza interrogarne la provenienza, nelle possibilità che custodiamo per noi stessi e in quelle che, con sorprendente disinvoltura, sottraiamo a chi non può ancora reclamarle.
È una forma singolare di convivenza: condividiamo il mondo con persone che non hanno ancora avuto occasione di abitarlo.
E quasi mai concediamo loro un posto nelle nostre deliberazioni.
Questa mattina ho assistito alla demolizione di una casa.
L’edificio occupava l’angolo di una strada secondaria. Aveva persiane color ocra, un balcone con la ringhiera corrosa e una piccola meridiana dipinta sulla facciata. Da anni nessuno vi abitava. Le finestre erano state murate, il giardino aveva smarrito i propri confini sotto una vegetazione disordinata.
Un escavatore ha affondato la benna nella parete orientale.
La muratura ha resistito qualche istante, poi ha ceduto con un fragore breve, quasi indecoroso.
Nella polvere è comparsa una stanza.
Si vedevano ancora le piastrelle della cucina, un tratto di carta da parati e l’impronta più chiara di un mobile che qualcuno aveva rimosso.
Mi ha colpito quella parete.
Non il crollo.
La parete.
Perché conservava la testimonianza di un’esistenza che non avevo conosciuto e che, nonostante questo, mi appariva improvvisamente prossima.
Qualcuno aveva scelto quelle piastrelle. Qualcuno aveva aspettato davanti a quella finestra. Qualcuno aveva probabilmente immaginato che la propria casa sarebbe durata abbastanza da accogliere persone ancora sconosciute.
Ora tutto veniva restituito alla materia.
Accanto alla recinzione, un bambino osservava i lavori tenendo stretta la mano del padre.
«Che cosa ci fanno dopo?» domandò.
L’uomo indicò il cartello del cantiere.
«Un palazzo nuovo.»
Il bambino rimase pensieroso.
«E quelli che abitavano qui?»
Il padre non rispose subito.
Io continuai a camminare.
Portai con me quella domanda.
Non perché ogni edificio debba sopravvivere alla propria epoca. Le città hanno bisogno di trasformarsi, di sostituire ciò che non è più sicuro, di accogliere nuove necessità.
Ma quella curiosità infantile aveva intercettato qualcosa che le nostre argomentazioni sul progresso tendono a trascurare.
Prima di decidere che cosa costruire, raramente ci domandiamo con sufficiente attenzione che cosa stiamo cancellando.
Ti scrivo da un secolo che possiede una straordinaria capacità di anticipare il futuro e una più modesta inclinazione a sentirsi responsabile delle sue conseguenze.
Prevediamo mercati, elaboriamo scenari, misuriamo probabilità. Sappiamo proiettare la crescita di una città, l’esaurimento di una risorsa, l’evoluzione di una tecnologia.
Eppure fatichiamo a riconoscere un principio elementare: ciò che non ci appartiene ancora non è necessariamente a nostra disposizione.
Abbiamo trasformato l’immediatezza in criterio di valore.
Ciò che produce vantaggio oggi riceve un’attenzione privilegiata; ciò che manifesterà il proprio costo fra trent’anni viene consegnato alla benevolenza di chi dovrà affrontarlo.
È una contabilità singolare.
Registriamo i benefici tra le nostre conquiste e trasferiamo le conseguenze in un bilancio che non saremo chiamati a sottoscrivere.
Non riguarda soltanto l’ambiente.
Riguarda l’educazione che impartiamo, il linguaggio con cui descriviamo chi è diverso da noi, la tolleranza verso le ingiustizie che non ci colpiscono direttamente.
Riguarda il modo in cui insegniamo ai bambini a desiderare.
Possiamo consegnarti città più efficienti e, contemporaneamente, una società incapace di riconoscere il valore di chi non produce abbastanza. Possiamo offrirti strumenti di conoscenza prodigiosi e lasciarti in eredità una diffidenza così radicata da rendere sospetta perfino la gentilezza.
Nessuna innovazione, da sola, garantisce un avanzamento della coscienza.
E tuttavia sarebbe ingiusto descrivere il nostro presente come una semplice dissipazione.
Esistono persone che lavorano per risultati di cui non godranno. Ricercatori che consacrano decenni a una scoperta incerta. Insegnanti che seminano conoscenze senza poter assistere a tutte le loro fioriture. Uomini e donne che difendono un diritto pur sapendo che il suo riconoscimento potrebbe arrivare quando non saranno più qui.
In loro riconosco una forma di generosità che supera la reciprocità.
Non chiedono al futuro di ringraziarli.
Accettano di contribuire a qualcosa che non potranno possedere.
Forse è questa la più alta espressione della responsabilità: agire con riguardo verso una vita dalla quale non riceveremo nulla.
Sono tornato davanti al cantiere nel pomeriggio.
La casa era quasi scomparsa. Sulla recinzione qualcuno aveva affisso un disegno del nuovo edificio: balconi luminosi, alberi giovani, persone sorridenti davanti all’ingresso.
Un futuro già illustrato.
Mi sono soffermato sui volti di quelle figure anonime, così ordinatamente felici nella rappresentazione di un’esistenza non ancora cominciata.
Ho pensato che nessuno di noi potrà decidere quale felicità ti appartenga.
Possiamo soltanto evitare, per quanto ci è consentito, di rendertela impossibile.
Non ti dobbiamo un mondo immobile, preservato come una reliquia.
Ti dobbiamo la possibilità di modificarlo senza dover prima riparare ogni nostra negligenza.
E soprattutto ti dobbiamo qualcosa che nessun progetto urbanistico, nessuna invenzione e nessuna dichiarazione solenne potranno sostituire.
La libertà di non somigliarci.
Perché anche le migliori intenzioni possono diventare una forma di dominio quando pretendono di stabilire in anticipo quale vita debba essere considerata degna.
Tu non sei il prolungamento delle nostre ambizioni.
Non sei il risarcimento delle nostre sconfitte.
Non sei il destinatario obbligato dei sogni che non abbiamo realizzato.
Sei qualcuno al quale non abbiamo ancora chiesto il permesso di lasciare un’eredità.
Ed è proprio questa impossibilità di ottenere il tuo consenso a rendere più esigente la nostra responsabilità.
P.S. Ho cominciato questa lettera chiedendomi quale mondo avremmo dovuto lasciarti. Adesso comprendo quanto fosse incompleta la domanda. Non basta consegnarti qualcosa di migliore, se per farlo abbiamo già deciso chi dovrai diventare. La nostra eredità più generosa sarà un futuro nel quale tu possa anche scegliere di non darci ragione.
Nota a margine — Questa lettera affronta la responsabilità intergenerazionale come un dovere verso persone che non possono ancora partecipare alle decisioni dalle quali dipenderà la loro esistenza. Non propone di arrestare il cambiamento, né di idealizzare ciò che appartiene al passato. Interroga piuttosto la legittimità di un progresso che concentra i benefici nel presente e trasferisce i costi a chi verrà dopo. Ma introduce anche una distinzione ulteriore: proteggere il futuro non significa appropriarsene. Ogni generazione dovrebbe lasciare alla successiva non soltanto risorse e opportunità, ma lo spazio necessario per contestare, trasformare e perfino superare i valori ricevuti. Perché un’eredità diventa autenticamente generosa quando non pretende obbedienza da chi la riceve.

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