Home

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La geografia segreta di chi ci fa tornare

Ho abitato luoghi che non mi hanno mai conosciuto.

Stanze nelle quali ho dormito per anni senza riuscire a sentirmi davvero presente. Case arredate con cura, finestre affacciate su panorami bellissimi, indirizzi che avrei saputo ripetere a memoria e che tuttavia non possedevano nulla di me.

Ho imparato che possiamo appartenere a uno spazio senza sentirci accolti.

Possiamo conoscerne ogni particolare, sapere quale gradino scricchiola, dove cade il sole nel pomeriggio, quanto tempo impiega l’acqua a diventare calda.

E continuare a sentirci ospiti.

Poi, un giorno, qualcuno entra nella nostra vita.

Non modifica le pareti.

Non cambia il paesaggio.

Non sposta un solo mobile.

Eppure, improvvisamente, qualcosa dentro di noi trova una collocazione.

Ascolto Home, di Alexander Stewart, e penso che l’amore possieda anche questo misterioso talento.

Trasformare una persona nel luogo in cui la nostra esistenza smette di sentirsi provvisoria.

È una canzone costruita intorno a pochissime immagini.

Una luce.

Una notte.

Una porta.

Un mazzo di chiavi.

E una dichiarazione che ritorna ostinatamente, quasi a voler dimostrare che il linguaggio, quando incontra qualcosa di immenso, può avere bisogno di pochissime parole.

Mi colpisce questa essenzialità.

Perché siamo abituati a raccontare l’amore attraverso grandi avvenimenti.

Gli incontri che modificano il destino.

Le promesse pronunciate davanti a un orizzonte.

Le separazioni drammatiche.

I ritorni inattesi.

Eppure le relazioni più profonde costruiscono spesso la propria grandezza attraverso gesti che nessuno penserebbe di raccontare.

Una lampada lasciata accesa.

Qualcuno che rimane sveglio.

Una porta che non viene chiusa.

Sono immagini domestiche.

Ma dentro di esse riconosco una delle aspirazioni più antiche dell’essere umano.

Sapere che, da qualche parte, esiste qualcuno che attende il nostro ritorno.

Non per controllarci.

Non per chiederci conto di ogni assenza.

Ma perché la nostra presenza possiede un valore che non dipende da ciò che abbiamo realizzato durante la giornata.

E allora la prima immagine della canzone diventa straordinaria.

Una luce rimane accesa affinché chi arriva sappia dove andare.

Mi fermo su questo particolare.

Perché la luce non viene descritta come un miracolo.

È un gesto.

Qualcuno ha deciso di non spegnerla.

Ha pensato a una persona che sarebbe arrivata più tardi.

Ha immaginato il suo bisogno di orientarsi.

E ha compiuto un’azione minuscola per renderle più semplice il ritorno.

Non trovo molte dichiarazioni d’amore più belle di questa.

Perché l’amore, prima ancora di diventare sentimento, può diventare attenzione anticipata.

La capacità di pensare al bisogno dell’altro prima che venga espresso.

Di riconoscere una difficoltà che non ci riguarda direttamente.

Di predisporre qualcosa affinché una persona possa attraversarla con meno fatica.

Non serve pronunciare una frase memorabile.

Basta ricordarsi che qualcuno tornerà al buio.

E lasciare una luce.

La tenerezza più profonda non è sempre quella che ci raggiunge quando chiediamo aiuto. È quella che ha già pensato a noi prima ancora che arrivassimo.

Poi il testo introduce la notte.

Qualcuno rimane sveglio quando abbiamo maggiormente bisogno della sua presenza.

E qui sento che la canzone cambia temperatura.

Perché la notte non è soltanto una parte della giornata.

Possiede una propria psicologia.

Durante il giorno siamo continuamente chiamati a rispondere.

Al lavoro.

Alle persone.

Alle responsabilità.

Agli imprevisti.

Ci muoviamo attraverso una successione di gesti che ci impedisce, talvolta, di ascoltare ciò che accade nelle nostre profondità.

Poi arriva la sera.

Le attività diminuiscono.

Le stanze diventano silenziose.

E tutto ciò che avevamo rimandato torna a reclamarci.

Le preoccupazioni assumono dimensioni differenti.

Un ricordo può diventare più insistente.

Una paura, che alla luce del giorno sembrava sopportabile, acquista un peso inatteso.

Ed è proprio allora che la presenza di qualcuno può diventare preziosissima.

Non perché abbia la capacità di risolvere ogni inquietudine.

Ma perché ci permette di non attraversarla interamente da soli.

Mi viene in mente una cucina.

Sono passate le due.

Una persona è seduta al tavolo.

Davanti a sé ha una tazza ormai fredda.

Non riesce a dormire.

L’altra entra senza accendere la luce principale.

Si ferma sulla soglia.

Domanda soltanto se desideri qualcosa di caldo.

La risposta è un movimento della testa.

Allora si siede.

Non insiste.

Non domanda immediatamente che cosa sia successo.

Rimane.

Dopo qualche minuto cominciano a parlare.

Di una difficoltà.

Di un timore.

Di qualcosa che durante il giorno non aveva trovato il coraggio di diventare parola.

Non accade nulla di risolutivo.

Quando si alzano, il problema esiste ancora.

Ma la persona che prima era seduta da sola non sente più di doverlo affrontare in assoluta solitudine.

Ecco.

Per me Home abita proprio questo spazio.

Non quello nel quale qualcuno ci promette che andrà tutto bene.

Quello nel quale qualcuno ci permette di dire che, in quel momento, bene non va.

Senza sentirci un peso.

Senza doverci scusare per la nostra vulnerabilità.

Senza temere che la tristezza renda meno desiderabile la nostra compagnia.

E la voce di Alexander Stewart conferisce a questa dimensione una particolare intensità.

Mi interessa soprattutto il rapporto tra la semplicità del testo e la sensibilità del suo canto.

Stewart possiede una vocalità pop riconoscibile, capace di unire un colore morbido a un’espressività più incisiva quando la melodia si apre.

La sua interpretazione, qui, non ha bisogno di un racconto complicato per raggiungere una dimensione emotiva.

Le parole sono poche.

Il loro significato è immediato.

E proprio per questo la voce deve assumersi una responsabilità maggiore.

Non può affidare la commozione a una trama elaborata.

Deve farci sentire la differenza tra pronunciare una frase e averne realmente bisogno.

Ed è nella ripetizione del titolo che riconosco il centro espressivo della canzone.

Home.

Casa.

Una parola brevissima.

Eppure Stewart la riprende come se ogni volta desiderasse avvicinarsi maggiormente al suo significato.

Non è una ripetizione destinata semplicemente a rendere riconoscibile il ritornello.

È una dichiarazione che sembra non trovare una formulazione più esatta.

Come quando, davanti alla persona amata, tentiamo di spiegare ciò che proviamo e ci accorgiamo che qualsiasi elaborazione finirebbe per allontanarci dalla verità.

Allora ripetiamo.

Non perché abbiamo esaurito il vocabolario.

Ma perché abbiamo finalmente trovato la parola giusta.

E desideriamo che l’altro ne comprenda tutta la portata.

La voce diventa il luogo nel quale questa insistenza acquista significato.

L’apertura delle frasi, la distensione melodica, la maggiore partecipazione emotiva del ritornello: tutto contribuisce a trasformare un’espressione ordinaria in una confessione.

E c’è una qualità particolare nel canto di Stewart che mi interessa profondamente.

La vulnerabilità non viene presentata come il contrario della forza.

Ne diventa una componente.

Una voce può acquistare intensità senza dover rinunciare alla propria delicatezza.

Può sostenere una dichiarazione importante senza trasformarla in un proclama.

Può mostrare un bisogno senza farlo apparire una sconfitta.

E questa è una delle cose che amo maggiormente nelle interpretazioni capaci di raggiungermi.

Non la perfezione del suono considerata isolatamente.

Ma la sua capacità di restituire una condizione umana.

Perché quando Stewart canta di qualcuno che rappresenta una casa, non sta descrivendo soltanto una persona amata.

Sta confessando un bisogno di appartenenza.

E l’appartenenza è una delle esperienze più delicate che possiamo vivere.

Desideriamo essere liberi.

Desideriamo conservare la nostra individualità.

Vogliamo poter cambiare, scegliere, allontanarci, esplorare.

E contemporaneamente custodiamo il desiderio di essere attesi.

Di sapere che esiste una presenza davanti alla quale non dobbiamo continuamente presentarci come se fossimo sconosciuti.

Qualcuno che conosca le nostre abitudini meno interessanti.

Le nostre stanchezze.

Le contraddizioni.

Il modo in cui diventiamo silenziosi quando qualcosa ci preoccupa.

La maniera in cui cerchiamo di nascondere una delusione.

E che, pur conoscendo tutto questo, continui a desiderare la nostra vicinanza.

Essere amati non significa soltanto essere scelti. Significa scoprire che la conoscenza delle nostre imperfezioni non ha cancellato il desiderio dell’altro di averci accanto.

Poi il testo introduce un’immagine immensa.

Il cielo potrebbe crollare.

Il mondo potrebbe terminare.

E tuttavia rimarrebbe un luogo nel quale posare il capo.

Mi interessa la sproporzione.

Da una parte, la distruzione dell’intero universo conosciuto.

Dall’altra, un gesto piccolissimo.

Appoggiare la testa.

È una contrapposizione bellissima.

Perché la canzone non risponde alla catastrofe con un’immagine altrettanto grandiosa.

Non promette di ricostruire il mondo.

Non immagina un’impresa eroica.

Riconduce tutto a un bisogno elementare.

Poter riposare.

Abbassare la vigilanza.

Interrompere, almeno per qualche istante, lo sforzo di sostenere la propria esistenza.

E penso a quante volte confondiamo la forza con l’incapacità di fermarci.

Ci convinciamo che essere adulti significhi riuscire sempre a sopportare.

Non chiedere.

Non mostrare incertezza.

Continuare anche quando siamo esausti.

Ma nessuno può vivere indefinitamente in uno stato di resistenza.

Abbiamo bisogno di luoghi nei quali deporre ciò che portiamo.

E alcune persone diventano preziose proprio perché non ci chiedono di essere forti in ogni momento.

Ci permettono di essere stanchi.

Di non sapere.

Di interrompere una frase perché l’emozione è arrivata prima delle parole.

Di chiudere gli occhi senza dover sorvegliare continuamente ciò che accade intorno a noi.

È questa la casa che riconosco nel brano.

Non una promessa di invulnerabilità.

Una possibilità di riposo.

E trovo che sia una differenza fondamentale.

Perché l’amore non può diventare l’unica fonte della nostra stabilità.

Non dovrebbe sostituire interamente la nostra capacità di affrontare il mondo.

Ma può offrirci un luogo affettivo nel quale recuperare le energie necessarie per tornarci.

Una relazione autentica non deve restringere la vita.

Deve renderci più capaci di attraversarla.

Poi Stewart introduce un’altra immagine.

La persona amata diventa rimedio e chiarezza.

Due parole che sembrano vicine, ma che custodiscono significati differenti.

Un rimedio interviene dove esiste una sofferenza.

La chiarezza interviene dove esiste confusione.

E mi colpisce che entrambe vengano associate alla stessa presenza.

Perché ci sono persone capaci di alleviare il dolore senza pronunciare una parola particolarmente saggia.

E altre che, attraverso una domanda semplice, ci permettono di comprendere ciò che non riuscivamo a mettere a fuoco.

Qualche volta incontriamo qualcuno che possiede entrambe queste qualità.

Non perché conosca tutte le risposte.

Ma perché il suo modo di ascoltarci ci restituisce una prospettiva.

Ci permette di raccontare ciò che proviamo senza sentirci immediatamente giudicati.

E mentre parliamo, cominciamo a comprendere meglio noi stessi.

È una forma di intimità che considero straordinaria.

La persona amata non ci consegna necessariamente una soluzione.

Ci aiuta a ritrovare il filo del nostro pensiero.

Non decide al nostro posto.

Ci permette di riconoscere ciò che desideriamo davvero.

E allora la chiarezza non è un dono imposto dall’esterno.

È qualcosa che nasce dentro di noi grazie alla qualità di una relazione.

Mi sembra un’immagine profondamente adulta dell’amore.

Perché non trasforma l’altro in un salvatore.

Ne riconosce la capacità di renderci più consapevoli.

Poi arrivano la porta e le chiavi.

Ed è qui che, per me, Home diventa ancora più interessante.

Qualcuno aspetta sulla soglia.

Per tutto il tempo necessario.

E chi canta si ritrova con le chiavi in mano.

È un dettaglio che potrebbe sembrare soltanto romantico.

Ma possiede una forza simbolica enorme.

Perché le chiavi non sono semplicemente un oggetto.

Rappresentano la possibilità di entrare.

La fiducia.

Il permesso.

L’idea che un luogo non ci sia stato concesso soltanto per una visita.

Che qualcuno abbia desiderato renderci parte della propria quotidianità.

Mi commuove questa differenza.

Essere invitati è bellissimo.

Ma ricevere le chiavi significa qualcosa di diverso.

Significa non dover chiedere ogni volta il permesso di esistere in quello spazio.

Significa che la nostra presenza è stata prevista.

Che non costituisce un’intrusione.

Che qualcuno ha immaginato il proprio futuro includendovi la possibilità del nostro ritorno.

Naturalmente non penso soltanto a una casa reale.

Penso alle chiavi simboliche che consegniamo quando permettiamo a qualcuno di conoscerci davvero.

Raccontiamo una paura.

Confessiamo un errore.

Mostriamo una parte della nostra storia che normalmente custodiamo con estrema riservatezza.

E aspettiamo.

Perché ogni apertura comporta un rischio.

Chi entra potrebbe non comprendere.

Potrebbe giudicare.

Potrebbe utilizzare ciò che abbiamo confidato per ferirci.

Ma senza questa possibilità di accesso, l’intimità rimane incompleta.

Non possiamo desiderare di essere conosciuti e, nello stesso tempo, impedire a chiunque di avvicinarsi alle nostre profondità.

Amare significa anche imparare a distinguere tra proteggere la propria interiorità e renderla inaccessibile.

E allora quelle chiavi diventano una delle immagini più belle della canzone.

Non raccontano il possesso.

Raccontano la fiducia.

La casa non è soltanto il luogo nel quale possiamo entrare. È quello nel quale non dobbiamo continuamente dimostrare di avere il diritto di rimanere.

Mi soffermo ancora sulla voce di Alexander Stewart.

Perché un brano così breve, con un testo volutamente essenziale, affida gran parte del proprio significato alla dimensione interpretativa.

La ripetizione diventa fondamentale.

Le stesse parole ritornano.

La stessa immagine viene riproposta.

Ma il canto non deve semplicemente riprodurre un’identica emozione.

Deve permetterci di abitarla più profondamente.

E la vocalità di Stewart possiede quella qualità espressiva che rende particolarmente coinvolgenti le aperture melodiche.

La voce sa farsi più piena, più luminosa, senza perdere completamente il proprio carattere intimo.

Non avverto nel significato del brano una richiesta di spettacolarità.

Avverto il desiderio di essere creduti.

Come se la dichiarazione avesse bisogno di essere ripetuta fino a raggiungere la persona alla quale è destinata.

E qui mi sembra che la musica racconti qualcosa che il testo non esplicita.

La difficoltà di comunicare la gratitudine.

Perché siamo molto più abituati a dichiarare il desiderio che a riconoscere il bene ricevuto.

Diciamo che qualcuno ci manca.

Che desideriamo incontrarlo.

Che vorremmo trascorrere più tempo insieme.

Ma quante volte riusciamo a spiegargli davvero ciò che la sua presenza ha modificato nella nostra vita?

Quante volte gli raccontiamo che grazie a lui abbiamo smesso di temere una determinata parte di noi stessi?

Che una sua attenzione ha cambiato il significato di una giornata?

Che il suo modo di accoglierci ci ha insegnato qualcosa sulla fiducia?

Non è facile.

Perché la gratitudine più profonda ci espone.

Ammette che abbiamo avuto bisogno.

Che non siamo stati autosufficienti.

Che qualcuno ci ha raggiunto in un punto nel quale non sapevamo più come orientarci.

Eppure considero questa ammissione una delle forme più nobili dell’amore.

Non perché ci renda dipendenti.

Ma perché ci rende sinceri.

Mi viene in mente un’altra scena.

Un uomo torna a casa dopo una giornata difficile.

Non è successo nulla di straordinario.

Una successione di problemi, telefonate, contrattempi.

Ha trascorso ore a cercare di risolvere questioni che sembravano moltiplicarsi.

Quando arriva davanti alla porta, rimane qualche secondo immobile.

Non ha voglia di parlare.

Non desidera spiegare.

Vorrebbe soltanto che la giornata fosse già finita.

Poi sente delle voci provenire dall’interno.

Un rumore di stoviglie.

Qualcuno che ride per una sciocchezza.

Una frase pronunciata da una stanza all’altra.

Infila la chiave nella serratura.

Apre.

Nessuno interrompe immediatamente ciò che sta facendo.

Qualcuno gli domanda come sia andata.

Lui risponde con poche parole.

Appoggia le chiavi.

Si toglie il cappotto.

E soltanto allora si accorge che la tensione accumulata durante il giorno ha cominciato ad allentarsi.

Non perché i problemi siano stati risolti.

Ma perché non si trova più nel luogo in cui deve affrontarli da solo.

E penso che questo sia il vero miracolo raccontato da Home.

Non una felicità eccezionale.

Una familiarità capace di restituirci a noi stessi.

Una presenza che non deve continuamente inventare qualcosa di nuovo per essere preziosa.

La possibilità di attraversare una soglia e riconoscere una parte della propria vita.

Eppure la canzone mi conduce anche verso una riflessione più complessa.

Che cosa accade quando cominciamo a considerare qualcuno la nostra casa?

È un’immagine meravigliosa.

Ma possiede anche una responsabilità.

Perché una casa non dovrebbe diventare una prigione.

Non dovrebbe impedirci di conoscere il mondo.

Non dovrebbe trasformare l’amore in una richiesta di immobilità.

E soprattutto non dovrebbe attribuire a una persona il compito impossibile di garantire da sola tutta la nostra serenità.

L’appartenenza più autentica non cancella la libertà.

La rende meno spaventosa.

Possiamo allontanarci senza sentirci perduti.

Possiamo coltivare desideri autonomi.

Possiamo attraversare esperienze che l’altro non condividerà interamente.

E continuare a riconoscere in quella relazione un luogo di reciproca fiducia.

Perché la casa, quando è davvero tale, non trattiene attraverso la paura.

Accoglie attraverso la scelta.

Non ci impedisce di uscire.

Ci permette di desiderare il ritorno.

Questa distinzione mi sembra essenziale.

E cambia profondamente il significato del titolo.

Non sei casa perché senza di te non potrei sopravvivere.

Sei casa perché, tra tutte le possibilità che la vita continua a offrirmi, la tua presenza rimane uno dei luoghi nei quali desidero tornare.

Non per necessità assoluta.

Per amore.

E l’amore, quando conserva questa libertà, acquista una dignità particolare.

Non domanda all’altro di diventare il nostro intero universo.

Gli riconosce il valore di essere una parte insostituibile della nostra esperienza.

Poi torno alla canzone.

Alla sua durata contenuta.

Alle immagini che ritornano.

A quella voce che continua a pronunciare la medesima dichiarazione.

E mi accorgo che la ripetizione possiede un significato ulteriore.

La casa è anche ciò che si ripete.

La medesima porta.

Gli stessi gesti.

Le abitudini che conosciamo così bene da non doverci più pensare.

Il bicchiere lasciato sempre nello stesso punto.

Una voce che chiama da un’altra stanza.

Il rumore di qualcuno che rientra.

Sono ripetizioni.

Eppure non le consideriamo necessariamente monotone.

Perché attraverso di esse costruiamo un senso di continuità.

La vita cambia continuamente.

Le persone crescono.

Le circostanze si modificano.

Le certezze vengono messe alla prova.

Ma alcune piccole consuetudini ci aiutano a riconoscere la nostra esistenza mentre tutto il resto si trasforma.

E allora comprendo che anche la struttura ripetitiva di Home sembra appartenere al suo significato.

La dichiarazione ritorna.

Come ritorniamo a casa.

Non perché non esistano altre parole.

Ma perché alcune verità hanno bisogno di essere ritrovate.

Ogni giorno.

In condizioni differenti.

Con una consapevolezza nuova.

E mi colpisce che Alexander Stewart non abbia bisogno di una grande quantità di immagini per raccontare tutto questo.

La canzone rimane fedele al proprio centro.

Una persona.

Una presenza.

La sensazione di essere finalmente arrivati.

E proprio questa concentrazione rende il brano così emotivamente riconoscibile.

Perché ciascuno di noi può collocare dentro quella parola un volto differente.

Una persona amata.

Un compagno di vita.

Qualcuno che ci ha accolto durante un periodo difficile.

Una presenza familiare.

Un essere umano davanti al quale abbiamo imparato a non nascondere continuamente ciò che siamo.

La canzone non impone un’unica storia.

Ci consegna una parola abbastanza vasta da contenerne molte.

E penso che sia questa la ragione per cui certe melodie diventano intime così rapidamente.

Non ci raccontano qualcosa che non conosciamo.

Riescono a dare una forma precisa a qualcosa che abbiamo sempre sentito senza saperlo nominare.

Mi domando allora quante case abbia attraversato nella mia vita.

Non quelle costruite con mattoni.

Quelle fatte di persone.

Alcune sono rimaste.

Altre hanno chiuso le proprie porte.

Altre ancora continuano a esistere soltanto attraverso il ricordo.

Eppure ciascuna mi ha insegnato qualcosa sul significato dell’appartenenza.

Ho imparato che possiamo sentirci accolti per una sola sera e ricordare quella sensazione per anni.

Che una conversazione può diventare un rifugio.

Che qualcuno può offrirci una forma di pace senza rendersene conto.

E che talvolta comprendiamo quanto una presenza ci abbia fatto sentire a casa soltanto quando ci troviamo nuovamente lontani.

Ma non vorrei che questa riflessione diventasse malinconica.

Perché Home non è, nel suo nucleo, una canzone sull’assenza.

È una dichiarazione di riconoscimento.

La persona amata esiste.

È lì.

Lascia una luce.

Rimane sveglia.

Aspetta.

E chi canta desidera che sappia quanto tutto questo sia importante.

Mi sembra un invito bellissimo a non rimandare la gratitudine.

A non attendere che un gesto diventi ricordo per comprenderne il valore.

A non considerare scontata una presenza soltanto perché abbiamo avuto la fortuna di incontrarla molte volte.

Perché l’abitudine possiede un’ambivalenza.

Può rendere l’amore più profondo.

Ma può anche renderci distratti.

Possiamo smettere di osservare ciò che continua a sostenerci.

Dimenticare di ringraziare.

Considerare naturale che qualcuno sia sempre disposto ad ascoltarci.

E non accorgerci più della quantità di attenzione necessaria per costruire quella naturalezza.

E allora vorrei che questa canzone diventasse anche un gesto.

Un modo per dire a qualcuno che la sua presenza non è passata inosservata.

Che la luce lasciata accesa è stata vista.

Che le notti condivise hanno avuto un significato.

Che ogni piccolo gesto di accoglienza ha contribuito a costruire qualcosa di molto più grande.

Se dovessi affidare una confessione a questa canzone, sarebbe questa.

Ho cercato casa in molti luoghi.

Ho confuso la stabilità con la permanenza, la sicurezza con il controllo, l’appartenenza con il possesso.

Ho creduto che bastasse conoscere un indirizzo per sapere dove tornare.

Poi ho compreso che esistono persone capaci di restituirci una forma di pace che nessuna architettura potrà mai progettare.

Persone davanti alle quali possiamo arrivare stanchi.

Persone che non pretendono una versione impeccabile di noi.

Persone che conoscono il rumore delle nostre giornate difficili e non considerano la nostra presenza meno desiderabile per questo.

E se oggi dovessi spiegare che cosa significhi davvero sentirsi a casa, non parlerei di pareti.

Parlerei di quella straordinaria tranquillità che provo quando non devo più cercare un modo per essere accolto.

Quando Alexander Stewart ritorna ancora una volta alla parola Home, mi sembra che l’intera canzone abbia finalmente raggiunto la propria destinazione.

Non attraverso un avvenimento.

Non attraverso una promessa grandiosa.

Attraverso un riconoscimento.

Qualcuno ha saputo diventare un luogo di fiducia.

E qualcun altro ha trovato il coraggio di dirglielo.

È una forma di amore che non ha bisogno di essere complicata per essere immensa.

Perché alcune delle esperienze più profonde della nostra esistenza sono costruite intorno a bisogni semplicissimi.

Essere attesi.

Essere riconosciuti.

Poter tornare.

E sapere che, quando arriveremo, non dovremo ricominciare ogni volta a spiegare chi siamo.

Ho impiegato molto tempo a comprendere che casa non è necessariamente il luogo nel quale la vita ci ha condotti.

È la persona davanti alla quale possiamo finalmente smettere di cercare un posto nel mondo.

E quando quella persona ci apre la porta, non abbiamo più bisogno di domandare se siamo arrivati.

Lo sappiamo dal modo in cui, per la prima volta dopo una giornata interminabile, riusciamo a respirare.


[Intro]
Mi sento come a casa
Mi sento come a casa
Mi sento come a casa

[Strofa 1]
Lasci una luce accesa
Così so dove andare
Resti sveglia tutta la notte, mm
Quando ho più bisogno di te

[Ritornello]
Anche se il cielo cade e il mondo intero finisce
Anche se non rimane altro che il posto dove appoggio la testa
Sei il mio rimedio, la mia chiarezza, l’unica cosa di cui ho bisogno
Spero tu sappia, mi sento come a casa

[Post-Ritornello]
Mi sento come a casa

[Strofa 2]
Aspetti alla porta
Per tutto il tempo di cui ho bisogno
Non mi sono mai sentito così prima, oh
Mi hai fatto tenere le chiavi

[Coro]
Anche se il cielo cade e il mondo intero finisce
Anche se non resta altro che il posto dove appoggio la testa
Tu sei il mio rimedio, la mia chiarezza, l’unica cosa di cui ho bisogno
Spero tu sappia, mi sento a casa

[Post-Coro]
Spero tu sappia
Mi sento a casa (Mi sento a casa)
Spero tu sappia
Mi sento a casa

2 risposte a “Home”

  1. Bellissima la tua interpretazione e tutte le sfumature che gli hai aggiunto.

    1. Grazie Giusy…come sempre

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