Capitolo V
La voce di Lorenzo aveva conservato una qualità che Ludovico ricordava bene: riusciva a trasformare anche una richiesta di scuse in qualcosa che somigliava a una discussione d’affari.
— Hai aspettato quattro giorni.
Ludovico teneva il telefono all’orecchio con la mano sinistra. Con l’altra aveva appena liberato una piccola vite dalla scanalatura di un mobile. La depose sul banco, accanto alle altre, disponendola nella stessa direzione.
— Ti avevo detto che avrei chiamato.
— Appunto. Quattro giorni fa.
Dall’altra parte arrivò il rumore di una porta che si chiudeva, poi quello più distante di alcune voci. Lorenzo doveva essere ancora in ufficio. Ludovico riconobbe il sottofondo di una stampante industriale, il breve squillo del centralino, persino una voce femminile che chiedeva dove fosse finita una cartella.
Per quasi vent’anni quei suoni avevano costituito la trama ordinaria delle sue giornate. Adesso gli arrivavano attraverso il telefono con una nitidezza che trovò sgradevole.
— Che cosa c’è?
Lorenzo lasciò trascorrere qualche istante.
— Potresti almeno chiedermi come sto.
— Come stai?
— Lascia perdere.
Ludovico si appoggiò al bordo del banco. Davanti a lui, una cassettiera aspettava che venissero rimontate le guide. Pietro era uscito per acquistare alcune cerniere e gli aveva lasciato un foglio con tre misure, una delle quali corretta due volte.
— Ho incontrato Rinaldi.
Ludovico abbassò lo sguardo.
Conosceva quel cognome. Rinaldi aveva seguito parte della documentazione tecnica e amministrativa relativa all’intervento di Perugia. Era stato uno degli uomini ai quali, per mesi, avevano chiesto di ricostruire decisioni prese in giorni differenti da persone che, fino a quel momento, avevano lavorato insieme senza interrogarsi troppo sulle rispettive responsabilità.
— Perché?
— Aveva alcune carte da consegnarmi. Abbiamo parlato.
— Di cosa?
— Di quello che è successo. E di te.
Ludovico raccolse una vite dal banco e la fece ruotare fra il pollice e l’indice.
— Non era necessario.
— Non l’ho convocato per parlare di te. È venuto fuori il tuo nome.
Lorenzo fece una pausa.
— Mi ha chiesto se stessi bene.
— E tu?
— Gli ho detto che non lo so.
La vite smise di muoversi.
— Ludovico, sono passati quattro anni. Non possiamo continuare a parlarci soltanto attraverso documenti e persone che ci chiedono come stiamo.
— Non lo facciamo.
— Infatti. Non ci parliamo proprio.
Dalla strada arrivò il rumore di un carrello trascinato sulle pietre. Ludovico guardò verso la vetrina. Una donna con un ombrello chiuso sotto il braccio stava cercando qualcosa nella borsa, ferma davanti alla farmacia.
— Vorrei venire a trovarti.
— Perché?
— Per vederti.
Ludovico lasciò la vite accanto alle altre.
— Non tutto deve avere una ragione nascosta.
Quella frase gli provocò un moto d’irritazione che riconobbe prima ancora di comprenderlo.
— Da te, di solito, ce l’ha.
Lorenzo non rispose immediatamente.
— Vedi? Questo è il problema. Sei diventato incapace di ascoltare una frase senza cercarci dentro un’accusa.
Ludovico si raddrizzò.
— Devo tornare al lavoro.
— Lo so che lavori, Ludovico.
— Allora ci sentiamo.
— Aspetta.
Il tono era cambiato. La voce aveva perso quella sicurezza un poco aggressiva con cui Lorenzo affrontava le conversazioni difficili.
— Ho trovato una fotografia.
Ludovico rimase immobile.
— Del primo ufficio. Quello con il condizionatore che perdeva acqua. Siamo davanti alla finestra, tu hai una camicia azzurra e io tengo in mano una bottiglia di spumante. Non ricordavo nemmeno che l’avessimo comprata.
Un ricordo si ricompose senza chiedere permesso.
Il pavimento di linoleum. Il caldo di luglio. Lorenzo che aveva insistito per aprire quella bottiglia prima di firmare il loro primo contratto importante, sostenendo che le occasioni andassero celebrate anche quando non si era ancora certi di meritarle.
Ludovico ricordò di aver riso.
Era stato facile, allora.
— Te la mando?
— No.
Lorenzo inspirò lentamente.
— Va bene.
La conversazione avrebbe potuto terminare lì. Ludovico avrebbe potuto riprendere il cacciavite, rimettere in posizione la guida e lasciare che Firenze tornasse a essere una città distante.
Invece domandò:
— Tu la conservi ancora?
— La fotografia?
— Sì.
— Certo.
Ludovico guardò il legno chiaro della cassettiera.
— Allora basta.
Dall’altra parte non arrivò alcuna risposta per qualche secondo.
— Posso venire sabato?
Ludovico sentì il bisogno immediato di rifiutare. Era una reazione che conosceva bene, così rapida da precedere qualsiasi ragionamento.
Ma quella mattina gli sembrò improvvisamente faticoso continuare a difendere una distanza che non gli aveva restituito nulla.
— Ti faccio sapere.
— È già qualcosa.
— Lorenzo.
— Dimmi.
— Non portare la fotografia.
La voce dell’altro si abbassò.
— D’accordo.
Quando la chiamata terminò, Ludovico rimase con il telefono in mano. Sullo schermo apparve la durata della conversazione. La osservò senza leggerla davvero, poi ripose il dispositivo nella tasca.
Pietro rientrò pochi minuti dopo, con un sacchetto di carta e alcune gocce di pioggia sulle spalle.
— Le ho trovate.
Appoggiò le cerniere sul banco e notò che Ludovico non aveva ancora rimontato il cassetto.
— Qualcosa non va?
— No.
Pietro osservò il mobile, le viti allineate, il cacciavite lasciato a metà del banco.
— Hai parlato con qualcuno?
Ludovico alzò gli occhi.
— Lorenzo.
Pietro conosceva quel nome. Non tutto ciò che vi era legato, ma abbastanza da sapere che non apparteneva alla parte più semplice della vita di Ludovico.
— Ah.
Tolse il cappotto, lo appese al gancio vicino alla porta e tornò al banco.
— Vuoi un caffè?
— Volentieri.
Pietro si avviò verso il retrobottega.
Non gli chiese altro.
E Ludovico, mentre riprendeva il cacciavite, si accorse di aver sperato che lo facesse.
Agnese aveva trascorso la mattinata cercando di convincere tre persone che una fotografia non diventava interessante soltanto perché qualcuno vi aveva scritto una data sul retro.
La prima aveva ascoltato con attenzione. La seconda aveva chiesto se fosse previsto un compenso. La terza, un uomo che possedeva una collezione di immagini della città risalenti agli anni Sessanta, le aveva spiegato per quasi venti minuti che il vero problema delle iniziative culturali era l’assenza di cultura.
Agnese gli aveva risposto che, per cominciare a risolverlo, sarebbe bastato lasciarla terminare una frase.
Non era stata particolarmente diplomatica.
Marta, seduta accanto a lei, aveva abbassato la testa sul quaderno per nascondere un sorriso.
Adesso erano rimaste sole nella piccola sala destinata agli incontri. Sul tavolo c’erano fotografie, cartelline, due tazze vuote e un foglio sul quale Agnese aveva disegnato una disposizione provvisoria degli spazi.
— Hai litigato con un collezionista — osservò Marta.
— Ho tentato di parlare con un collezionista. È diverso.
— Lui sembrava convinto che stessi organizzando una mostra per offenderlo personalmente.
Agnese raccolse una fotografia.
Rappresentava una famiglia davanti a una casa di campagna. Quattro persone, un cane e una bicicletta appoggiata al muro. Sul retro qualcuno aveva scritto soltanto: Estate, prima che cambiassero le cose.
— Guarda questa.
Marta si avvicinò.
— Chi sono?
— Non lo sappiamo ancora. La fotografia l’ha portata una signora che l’ha trovata fra le carte del padre.
— E cosa vuoi farne?
Agnese la posò sul tavolo.
— Vorrei sapere che cosa significava, per chi l’ha conservata.
Marta osservò nuovamente l’immagine.
— Magari non significava niente.
— Anche questo sarebbe interessante.
Da alcune settimane Agnese lavorava a un’iniziativa dedicata agli oggetti e alle fotografie che le persone custodivano senza riuscire sempre a spiegare perché. Non voleva allestire una raccolta di ricordi ordinati e rassicuranti. Le interessavano soprattutto le contraddizioni: ciò che si conserva per amore, per abitudine, per rimorso; ciò che non si riesce a buttare anche quando non si desidera più guardarlo.
Il progetto stava prendendo forma con lentezza. C’erano problemi di spazio, autorizzazioni ancora da definire e persone che promettevano materiali salvo poi cambiare idea quando arrivava il momento di consegnarli.
Agnese non ne era scoraggiata.
Le piaceva quel lavoro proprio perché costringeva le idee a confrontarsi con la realtà. Un progetto poteva essere bellissimo sulla carta e diventare mediocre se nessuno si preoccupava di come sarebbe stato vissuto da chi vi entrava.
— Dobbiamo trovare qualcuno che controlli i supporti — disse Marta, indicando una delle fotografie. — Alcuni pannelli sono vecchi.
— Lo so.
— Potresti chiedere a Pietro.
— Gliel’ho già chiesto. Ha detto che passerà.
Marta raccolse la borsa.
— E Ludovico?
Agnese continuò a sistemare le fotografie.
— Che cosa c’entra Ludovico?
— Lavora con Pietro.
— Pietro ha detto che passerà.
Marta la guardò per un istante.
— Ho capito.
— Bene.
— Non ho detto niente.
— Lo stavi per fare.
Marta rise, poi si avvicinò alla finestra.
Fuori aveva ricominciato a piovere. Una pioggia leggera, quasi trasparente, che rendeva lucide le pietre senza costringere ancora le persone ad aprire gli ombrelli.
— Hai più sentito Claudia?
Agnese rallentò il movimento delle mani.
— Ieri sera.
— Come sta?
— Bene. Ha deciso che il rubinetto nuovo è troppo silenzioso.
— È una lamentela?
— Dice che prima sapeva sempre quando qualcuno era in cucina.
Marta scosse la testa, divertita.
Agnese riprese a sistemare le cartelline.
Non raccontò altro.
Da quando aveva incontrato Ludovico in casa di Claudia, le tornava spesso in mente un momento preciso: lui sulla soglia, gli attrezzi in mano, lo sguardo che aveva incontrato il suo per una frazione di secondo.
Non aveva cercato di capire.
O almeno non glielo aveva mostrato.
Era uscito lasciandole qualcosa che Agnese faticava a definire. Non sollievo, esattamente. Piuttosto la sensazione di non essere stata costretta a difendere una parte di sé.
La cosa la incuriosiva.
La infastidiva anche un poco.
Perché non sapeva nulla di quell’uomo, e tuttavia continuava a ricordare il modo in cui aveva scelto di non fermarsi.
Nel pomeriggio la pioggia cessò.
Ludovico uscì dalla bottega con una piccola busta di ferramenta che Pietro gli aveva chiesto di consegnare a un conoscente. Aveva terminato il lavoro sulla cassettiera e sentiva nelle dita quella stanchezza precisa che segue le ore trascorse a maneggiare oggetti minuti.
Attraversò una parte del centro storico senza fretta.
La città aveva assunto il colore delle giornate di novembre, quando le facciate sembrano trattenere l’umidità e le voci arrivano dalle strade laterali con una chiarezza insolita. Davanti a una libreria, un uomo stava spostando alcune cassette di volumi usati al riparo dalla pioggia. Poco più avanti, due ragazze discutevano sulla direzione da prendere, consultando lo stesso telefono.
Ludovico consegnò la busta, rifiutò il caffè che gli venne offerto e riprese la strada verso casa.
Fu davanti a una cartoleria che incontrò Agnese.
Lei usciva con un tubo di cartone sotto un braccio e una borsa di tela che sembrava contenere molto più di quanto fosse ragionevole trasportare. Aveva appena salutato qualcuno all’interno del negozio e stava cercando di infilare le chiavi nella tasca del cappotto.
Il tubo le scivolò.
Ludovico lo fermò prima che toccasse terra.
Agnese si voltò di scatto.
— Oh.
Lui le porse il tubo.
— Tieni.
— Grazie.
Lo riconobbe e, per un momento, rimase con la mano sospesa fra il cartone e il cappotto.
— Ludovico.
— Ciao, Agnese.
La pronuncia del suo nome le sembrò diversa da come l’aveva ricordata. La voce di lui era bassa, priva di qualsiasi enfasi. Non aveva la familiarità di chi cerca di accorciare le distanze, ma nemmeno la rigidità di chi desidera mantenerle.
Agnese sistemò il tubo sotto il braccio.
— Comincio a pensare che questa città abbia un numero molto limitato di abitanti.
Ludovico guardò la borsa che lei tentava di tenere sollevata.
— È pesante?
— Abbastanza da farmi rimpiangere alcune decisioni.
Lui tese una mano.
— Posso?
Agnese esitò, poi gli affidò la borsa.
— Solo fino all’angolo. Altrimenti mi sentirò obbligata a offrirti qualcosa e finirò per spendere più di quanto ho speso in cartoleria.
Ludovico la prese senza commentare.
Camminarono affiancati.
Agnese teneva il tubo stretto contro il fianco. Ogni tanto lo spostava perché le impediva di muovere liberamente il braccio. Ludovico adattò il passo al suo senza farlo notare.
Per qualche metro non parlarono.
Poi lei si fermò davanti alla vetrina di un negozio chiuso.
— A proposito di Claudia…
Ludovico si voltò.
Agnese abbassò lo sguardo sul tubo di cartone, facendo scorrere il pollice lungo il bordo del tappo.
— Volevo dirti una cosa.
— Dimmi.
— L’altro giorno. Quando sei venuto a sistemarle la persiana.
Lui attese.
— Non sapevo che fossi tu.
— Nemmeno io sapevo che saresti arrivata.
Agnese lasciò uscire un piccolo respiro.
— Questo almeno è chiaro.
Si aggiustò una ciocca di capelli che il vento le aveva portato davanti agli occhi.
— Mi sono trovata in una situazione… poco felice.
Ludovico non si mosse.
— Mi dispiace — disse.
— No, non era questo che volevo dire.
Lei alzò gli occhi.
— Anzi, è proprio il contrario. Ti sei comportato con molta delicatezza.
Ludovico abbassò appena il capo, come se quelle parole gli fossero state consegnate per errore.
— Era una cosa privata.
— Sì.
Agnese avrebbe potuto fermarsi lì.
Invece continuò.
— Il fatto è che a volte le persone, quando vedono qualcuno in difficoltà, sentono di dover fare qualcosa. Domandare, consolare, spiegare. Anche quando non sanno nulla.
Ludovico guardò per un istante il selciato bagnato.
— Non sapevo nulla.
— Appunto.
Agnese lo osservò.
Non era una risposta pronunciata per sottrarsi. Le sembrò, piuttosto, che Ludovico considerasse quella mancanza di conoscenza una ragione sufficiente per non oltrepassare un limite.
— Claudia mi ha detto che hai sistemato anche il rubinetto.
— Perdeva.
— Questo l’avevamo notato tutti.
— Adesso funziona.
Agnese abbassò il viso, trattenendo una risata.
— Sei sempre così sintetico?
Ludovico la guardò.
La domanda non aveva il tono di un rimprovero. Era attraversata da una curiosità quasi allegra.
— Di solito.
— Interessante.
Ripresero a camminare.
Agnese gli lanciò un’occhiata laterale.
— Quindi, se ti chiedessi com’è andata la giornata, mi risponderesti bene?
— Probabilmente.
— E se ti chiedessi cosa hai fatto?
— Ho lavorato.
— Naturalmente.
Ludovico spostò la borsa nell’altra mano. Il manico di tela gli aveva lasciato un segno leggero sul palmo.
Agnese se ne accorse.
— Non devi portarla per forza.
— Non pesa molto.
— Prima hai chiesto se era pesante.
— Per te.
Lei si voltò verso di lui.
Non sorrise subito.
C’era qualcosa in quella risposta che le sembrò rivelare più di quanto Ludovico intendesse. Non una galanteria studiata. Una semplice attenzione alla differenza fra ciò che lui poteva sostenere e ciò che poteva risultare faticoso per un’altra persona.
— Capisco — disse.
E, per la prima volta, non aggiunse nulla.
Arrivarono a una piccola piazza dove alcuni tavolini erano rimasti all’aperto, ancora umidi. Un cameriere stava asciugando le sedie con uno strofinaccio e impilandole vicino alla parete.
Agnese rallentò.
— Ti va di bere qualcosa?
Ludovico guardò verso il locale.
— Devo rientrare.
— Subito?
— Non proprio.
Lei si fermò.
— Allora potresti concedermi dieci minuti. Prometto di non farti un interrogatorio.
Ludovico la osservò.
Agnese sollevò leggermente le sopracciglia.
— Va bene, questa promessa potrebbe essere difficile da mantenere.
Lui abbassò lo sguardo sulla borsa che ancora teneva.
— Dieci minuti.
Agnese si avviò verso il locale.
— Perfetto. Abbiamo già stabilito un limite temporale. È un ottimo inizio.
Scelsero un tavolino all’interno, vicino alla finestra.
Il locale era piccolo, con un banco di legno scuro e alcune fotografie della città appese alle pareti. Dalla cucina arrivava un odore di pane tostato. Una radio trasmetteva a volume basso una canzone che Agnese riconobbe senza ricordarne il titolo.
Ludovico sistemò la borsa accanto alla propria sedia, facendo attenzione che non ostacolasse il passaggio. Agnese appoggiò il tubo di cartone contro il muro.
Ordinarono due caffè.
Lei si tolse il cappotto e lo piegò sullo schienale. Lui rimase con il proprio addosso, aperto sul davanti.
— Hai freddo? — chiese Agnese.
— No.
— Lo chiedevo perché non ti sei tolto il cappotto.
Ludovico si guardò appena.
Poi lo sfilò e lo sistemò accanto a sé.
Agnese abbassò gli occhi verso il tavolo, divertita.
— Non volevo impartirti istruzioni.
— Non l’ho pensato.
— Bene. Perché tendo già a farlo abbastanza durante il lavoro.
Ludovico si accomodò meglio sulla sedia.
— Che lavoro fai, esattamente?
Agnese alzò gli occhi.
Era la prima domanda che lui le rivolgeva senza essere stato sollecitato.
— Organizzo progetti culturali. Mostre, incontri, iniziative con biblioteche e associazioni. A volte lavoro con le scuole. Altre volte passo settimane a convincere persone adulte che una scadenza è una data e non un’opinione.
Ludovico ascoltava.
— Adesso sto preparando una piccola esposizione — continuò lei. — Vorrei raccogliere oggetti e fotografie che le persone hanno conservato per anni. Non necessariamente cose importanti in senso economico. Mi interessano le ragioni per cui non sono state buttate.
— Le conoscono?
Agnese si fermò.
— Chi?
— Le persone. Conoscono sempre le ragioni?
La domanda la sorprese.
Appoggiò entrambe le mani intorno alla tazzina che il cameriere aveva appena portato.
— No. Ed è proprio questo il punto.
Ludovico attese.
— Alcuni conservano qualcosa perché apparteneva a una persona amata. Altri perché non hanno mai deciso cosa farne. E poi ci sono oggetti che restano nelle case per decenni, finché qualcuno li trova e si domanda perché siano ancora lì.
— A volte non c’è una ragione.
— Lo pensi davvero?
Lui guardò il caffè.
— Sì.
Agnese inclinò leggermente la testa.
— Io credo che una ragione ci sia quasi sempre. Anche quando non siamo capaci di riconoscerla.
— Può darsi.
— Non sei convinto.
— Non del tutto.
Lei appoggiò la schiena alla sedia.
— Ecco. Finalmente un’opinione.
Ludovico sollevò gli occhi verso di lei.
— Ne ho diverse.
Agnese rimase a guardarlo per un istante.
Poi sorrise.
— Comincio a sospettarlo.
Fu allora che notò qualcosa.
Ludovico non sembrava un uomo incapace di conversare. Non cercava le parole e non aveva bisogno di tempo per formularle. Quando decideva di intervenire, lo faceva con precisione, senza esitazioni inutili.
Era il passaggio precedente a costargli fatica.
La decisione di concedere qualcosa di sé.
Agnese non avrebbe saputo dire da cosa derivasse quella resistenza. Ma comprese che continuare a riempire ogni pausa non l’avrebbe aiutata a conoscerlo.
Così lasciò che il silenzio arrivasse.
Fuori, una donna attraversò la piazza stringendo al petto un mazzo di fiori avvolto nella carta. Il cameriere sistemò alcune tazzine dietro il banco. Qualcuno aprì la porta e una corrente d’aria fredda attraversò il locale.
Ludovico seguì per un istante il movimento della donna con i fiori.
Poi tornò a guardare Agnese.
— È difficile?
— Cosa?
— Convincere le persone a raccontare.
Agnese rifletté.
— Dipende. Alcune aspettano soltanto che qualcuno glielo chieda. Altre hanno bisogno di capire che cosa farai delle loro parole.
Ludovico sfiorò il manico della tazzina.
— È comprensibile.
— Sì. E bisogna accettare anche chi decide di non raccontare.
Lui sollevò appena lo sguardo.
Agnese se ne accorse, ma proseguì senza attribuire a quella reazione un significato che non conosceva.
— A volte penso che la parte più difficile del mio lavoro sia proprio questa. Rispettare ciò che le persone scelgono di tenere per sé.
Ludovico rimase in silenzio.
Poi disse:
— Non è poco.
Agnese abbassò gli occhi sulla tazzina.
Quattro parole.
Eppure, per qualche ragione, le sembrarono la risposta più attenta ricevuta durante tutta la giornata.
Parlarono ancora.
O, più precisamente, Agnese parlò e Ludovico cominciò lentamente a partecipare.
Lei gli raccontò di una signora che aveva portato all’esposizione una scatola di bottoni appartenuta alla madre, insistendo perché venisse esposta chiusa. Di un uomo che desiderava prestare una fotografia ma pretendeva di comparire personalmente accanto alla cornice durante l’inaugurazione. Di una bambina che, durante un laboratorio, aveva spiegato che gli oggetti antichi erano quelli che avevano avuto il tempo di diventare stanchi.
Ludovico ascoltava con un’attenzione che Agnese trovò insolita.
Non guardava il telefono. Non cercava intorno a sé qualcosa con cui interrompere la conversazione. Quando lei si fermava, aspettava che avesse davvero terminato.
A un certo punto le domandò come avesse scelto quel lavoro.
Agnese raccontò dei libri che leggeva da ragazza, del piacere di organizzare piccole iniziative già durante gli studi, di una prima esperienza professionale disastrosa nella quale aveva scoperto che amare la cultura non significava necessariamente saper amministrare un progetto culturale.
Ludovico le chiese che cosa fosse andato storto.
— Tutto ciò che poteva andare storto senza provocare l’intervento dei vigili del fuoco.
Lui abbassò gli occhi.
Il movimento fu minimo, ma Agnese lo vide.
Aveva pronunciato quella frase senza pensarci, come una delle tante espressioni che si usano per raccontare un piccolo disastro organizzativo.
Ludovico posò la tazzina.
— E poi?
Agnese lo osservò per una frazione di secondo.
— Poi ho imparato a preparare un piano alternativo. E a controllare personalmente le uscite delle sale.
Lui annuì appena.
La conversazione proseguì.
Ma Agnese conservò memoria di quel brevissimo mutamento. Non perché sapesse interpretarlo, bensì perché aveva avuto la sensazione che qualcosa, in Ludovico, si fosse improvvisamente allontanato.
Quando arrivarono a parlare di Pietro, l’atmosfera cambiò.
— Ti tratta bene? — domandò lei.
— Sì.
— Pietro ha un modo particolare di dimostrare affetto.
— Me ne sono accorto.
— Ti ha già detto che stai sbagliando qualcosa che hai fatto esattamente come ti aveva chiesto?
— Più volte.
Agnese rise.
— Allora sei stato accolto ufficialmente.
Ludovico lasciò affiorare un sorriso breve.
Lei lo vide e si interruppe per un istante.
Non era la prima volta che lo vedeva sorridere. Durante la giornata a Perugia, soprattutto con Nina, aveva scoperto in lui un’espressività completamente diversa.
Ma quel sorriso, così contenuto, le sembrò appartenere a un uomo che stava ancora decidendo quanto spazio concedere alla propria presenza.
— Con Nina parli molto di più — osservò.
Ludovico alzò gli occhi.
— Nina ha molte domande.
— Anch’io.
— L’ho notato.
Agnese scoppiò a ridere.
Questa volta Ludovico non distolse immediatamente lo sguardo.
La guardò mentre rideva, con il viso appena inclinato e una mano portata istintivamente vicino alla bocca. Agnese aveva un modo particolare di abbandonarsi all’allegria: per un istante sembrava dimenticare del tutto la postura che aveva mantenuto fino a quel momento.
Lui se ne accorse.
E fu costretto ad abbassare gli occhi sulla tazzina vuota.
— Nina ti ha adottato — disse Agnese, tornando a parlare. — Marta sostiene che domenica abbia raccontato di te per quasi un’ora.
— È una bambina intelligente.
— Molto. Ma anche piuttosto esigente.
— Lo so.
— Ti ha già chiesto di sposare qualcuno?
Ludovico la guardò, perplesso.
— No.
— Allora non siete ancora arrivati alla fase più impegnativa della conoscenza.
Lui si lasciò sfuggire una risata sommessa.
Agnese la riconobbe immediatamente.
Era diversa da quella cortesia che aveva incontrato fino a quel momento. Aveva qualcosa di spontaneo, quasi dimenticato.
E proprio perché durò pochissimo, le rimase impressa.
Quando uscirono, il cielo si era schiarito verso occidente.
La luce attraversava le strade con un’inclinazione bassa, depositandosi sui muri e sui vetri delle finestre. L’umidità rendeva l’aria più fredda, ma Agnese non sembrava avere fretta di rientrare.
Ludovico riprese la borsa di tela prima che lei potesse sollevarla.
— Ti accompagno all’angolo.
— L’angolo era quaranta minuti fa.
Lui guardò verso la strada.
— Allora ho sbagliato i tempi.
Agnese sorrise.
Camminarono lentamente.
Lei gli indicò un edificio nel quale, da ragazza, aveva seguito un corso di disegno. Raccontò di un insegnante che pretendeva di far riprodurre agli allievi lo stesso vaso per settimane, sostenendo che la difficoltà non fosse imparare a disegnare, ma imparare a guardare.
Ludovico osservò la facciata.
— Aveva ragione.
— Disegni?
— No.
— Allora come fai a saperlo?
Lui impiegò qualche secondo a rispondere.
— Vale anche per altre cose.
Agnese si voltò verso di lui.
— Per esempio?
— Il mio lavoro.
Lei seguì il suo sguardo, che si era fermato sulle pietre della facciata.
Quel modo di osservare un edificio le ricordò Perugia. Durante la gita lo aveva visto soffermarsi sui particolari di una costruzione, riconoscere interventi e materiali che a lei sarebbero passati inosservati. E ricordava anche il libro che Ludovico aveva esaminato in libreria: quando gli aveva chiesto se fosse legato al suo lavoro, la risposta le aveva lasciato intuire che dietro la bottega di Pietro esistesse un’esperienza professionale ben più lunga.
Pietro, inoltre, le aveva detto che Ludovico veniva da Firenze.
Agnese rallentò appena.
— Il lavoro che facevi prima, a Firenze… ti piaceva?
Ludovico non rispose subito.
Continuò a osservare l’edificio. Il suo sguardo risalì lentamente dalla pietra del basamento fino alla cornice di una finestra, dove una vecchia riparazione aveva lasciato una lieve differenza di colore.
— Sì.
Agnese aspettò.
— Molto?
Lui abbassò gli occhi.
— Molto.
La risposta la sorprese per la sua nettezza.
— Pietro mi aveva detto che venivi da Firenze. E a Perugia, quando guardavi quella facciata e poi quel libro, avevo capito che dovevi aver lavorato a lungo in quell’ambiente.
Ludovico tornò a guardarla.
— Ci ho lavorato per molti anni.
— Si vede.
Lui non sembrò comprendere immediatamente.
— Da cosa?
— Dal modo in cui osservi le cose. Quando guardi un edificio, cambi espressione. È come se stessi leggendo qualcosa che gli altri non riescono a vedere.
Ludovico riportò lo sguardo sulla facciata.
— È questione di esperienza.
— Anche. Ma non credo sia soltanto questo.
Lui rimase in silenzio.
Agnese non insistette. Lasciò trascorrere qualche passo, poi domandò:
— Ti manca?
Ludovico si fermò quasi impercettibilmente.
— Il lavoro?
— Sì.
Un uomo uscì da un portone poco distante, richiudendolo con attenzione. Li superò salutando Agnese, che ricambiò con un cenno.
Ludovico aspettò che si fosse allontanato.
— Alcune cose.
— Quali?
Lui osservò le proprie mani.
— Il lavoro in sé. Vedere un progetto prendere forma.
Agnese accolse quelle parole senza interromperlo.
— Dev’essere una sensazione particolare — disse. — Pensare a qualcosa che ancora non esiste e poi vederla diventare reale.
Ludovico sollevò lo sguardo.
— Lo è.
— E adesso, con Pietro, ritrovi qualcosa di quella sensazione?
— In modo diverso.
— Migliore?
Ludovico considerò la domanda.
— Più semplice.
Agnese lo osservò per qualche istante.
Non le sembrò che avesse scelto quella parola con leggerezza. Semplice poteva voler dire molte cose. Poteva essere una qualità, un sollievo, oppure il nome dato a una rinuncia.
Ma sul volto di Ludovico non c’era nulla che le permettesse di scegliere fra quelle possibilità.
Ripresero a camminare.
Arrivarono davanti alla strada che conduceva verso l’abitazione di Agnese.
Lei si fermò.
— Sono arrivata.
Ludovico le restituì la borsa.
— Grazie per il caffè — disse.
— Grazie a te per aver sopportato tutte le mie domande.
— Non erano troppe.
Agnese lo guardò con un’espressione divertita.
— Questo è quasi un complimento.
Ludovico accennò un sorriso.
Lei prese la borsa, ma non si mosse subito.
Aveva ancora una domanda.
Le era venuta in mente mentre parlavano del lavoro a Firenze. Ludovico aveva ammesso di averlo amato, e quella risposta aveva reso ancora più difficile comprendere perché avesse scelto di lasciarlo.
Fino a quel momento Agnese aveva evitato di chiedergli qualcosa di troppo personale. Non voleva trasformare il loro incontro in un’indagine.
Eppure, dopo aver parlato tanto, le sembrò naturale desiderare di conoscere almeno una parte del percorso che lo aveva condotto lì.
— Ludovico?
— Sì?
Agnese sistemò il manico della borsa sulla spalla.
— Posso chiederti una cosa ancora?
Lui attese.
— Perché ti sei trasferito a Città di Castello?
La domanda rimase fra loro.
Ludovico non abbassò subito lo sguardo.
La guardò, e Agnese ebbe la sensazione precisa di aver raggiunto un punto che fino a quel momento era rimasto accuratamente protetto.
Non cambiò espressione in maniera evidente. Non irrigidì le spalle, non fece un passo indietro. Ma la mano destra si chiuse lentamente intorno al bordo del cappotto, all’altezza della tasca interna.
Agnese seguì quel movimento senza volerlo.
Ludovico lasciò andare il tessuto.
Dalla strada arrivò il rumore di una bicicletta. Un uomo salutò qualcuno da una finestra al primo piano. La città continuava a vivere intorno a loro, indifferente alla domanda che Agnese aveva appena pronunciato.
Lui guardò verso il tubo di cartone.
— È per la mostra?
Agnese impiegò un momento a comprendere.
— Cosa?
— Quello che hai comprato.
Abbassò gli occhi sull’oggetto che teneva sotto il braccio.
— Sì. Sono alcune stampe di prova.
Ludovico annuì appena.
— Spero venga bene.
Agnese lo osservò.
Aveva cambiato argomento con una semplicità così deliberata da rendere impossibile non accorgersene.
Avrebbe potuto ripetere la domanda.
Avrebbe potuto chiedergli se fosse successo qualcosa, se non desiderasse parlarne, se avesse lasciato Firenze per lavoro o per ragioni personali.
Non lo fece.
— Anch’io — rispose.
Ludovico infilò le mani nelle tasche del cappotto.
— Devo andare.
— Certo.
Lui accennò un saluto.
— Buona serata, Agnese.
— Buona serata, Ludovico.
Si allontanò lungo la strada.
Agnese rimase ferma abbastanza da vederlo raggiungere l’incrocio. Non si voltò. Camminava con il passo regolare di chi conosce la direzione, ma lei ricordava il breve movimento della sua mano sul cappotto.
Non le era sembrato il gesto di un uomo infastidito.
Le era sembrato quello di qualcuno che, per un istante, aveva dovuto trattenere qualcosa.
A casa, Agnese appoggiò la borsa sul tavolo e sistemò il tubo di cartone contro la parete.
Si tolse il cappotto, accese la luce della cucina e riempì un bicchiere d’acqua.
Il pomeriggio le tornò incontro attraverso dettagli che non avrebbe saputo ordinare.
La mano di Ludovico che aveva fermato il tubo prima che cadesse. Il modo in cui aveva portato la borsa senza farne un gesto da esibire. La sua attenzione mentre lei parlava del progetto. Quella domanda sulle persone che conservavano oggetti senza conoscerne il motivo.
E la risata.
Breve, sommessa, quasi sottratta a una consuetudine più antica.
Agnese bevve un sorso d’acqua.
Aveva conosciuto uomini silenziosi che utilizzavano il silenzio per esercitare una forma di superiorità. Altri che tacevano perché non avevano interesse per ciò che veniva detto. Ludovico non le sembrava appartenere a nessuna delle due categorie.
Ascoltava.
E proprio per questo il suo rifiuto di rispondere le appariva ancora più significativo.
Ripensò alla domanda.
Perché ti sei trasferito a Città di Castello?
Non era stata indiscreta, almeno nelle sue intenzioni. Era una curiosità naturale, dopo una conversazione durata molto più dei dieci minuti concordati.
Ma il modo in cui lui aveva evitato la risposta le fece comprendere che, per Ludovico, quel trasferimento non era soltanto un cambiamento di indirizzo.
Aprì il tubo di cartone e ne estrasse le stampe.
Le distese sul tavolo, una accanto all’altra.
La prima rappresentava una fotografia di famiglia. La seconda una vecchia bottega. La terza un cortile attraversato da una fila di panni stesi.
Le osservò a lungo, ma il suo pensiero continuava a tornare altrove.
A un certo punto prese il telefono.
Aprì la conversazione con Marta.
Oggi ho incontrato Ludovico.
Rimase a guardare la frase.
Poi aggiunse:
Abbiamo preso un caffè.
La risposta arrivò dopo qualche minuto.
E com’è andata?
Agnese si sedette.
Bene.
Marta rispose quasi subito.
Questo è tutto?
Agnese lasciò il telefono sul tavolo.
Lo riprese.
È una persona particolare.
In che senso?
Agnese cercò una definizione.
Ne scartò diverse.
Alla fine scrisse:
Credo che ascolti molto più di quanto parli.
Marta inviò un ultimo messaggio.
Non mi sembra un difetto.
Agnese guardò lo schermo.
Nemmeno a me.
Spense il telefono.
Poi raccolse le stampe e cominciò a sistemarle secondo l’ordine previsto per l’esposizione.
Ma quando arrivò alla fotografia del cortile, si fermò.
Sul retro era riportata una data di molti anni prima. Accanto, una frase scritta a mano: Qui abitavamo prima di trasferirci.
Agnese la lesse due volte.
Pensò a quanto poco raccontasse, in realtà, la parola trasferirsi.
Poteva significare una casa più grande, un lavoro nuovo, una famiglia che cresceva.
Oppure una vita dalla quale si era diventati incapaci di continuare.
Rimise la fotografia sul tavolo.
Non conosceva la ragione per cui Ludovico avesse lasciato Firenze.
Sapeva soltanto che, quando glielo aveva chiesto, qualcosa si era chiuso.
E per la prima volta si domandò se il suo silenzio non fosse una forma di protezione.
Non necessariamente verso se stesso.
Ludovico arrivò a casa quando la luce del giorno aveva già abbandonato il cortile.
Appese il cappotto vicino alla porta, poi lo riprese.
Dalla tasca interna estrasse la piccola pietra che Nina gli aveva regalato a Perugia.
Era rimasta lì per tutta la giornata.
La tenne sul palmo, facendo scorrere il pollice sulla venatura bianca che attraversava la superficie grigia.
La bambina gliel’aveva consegnata con la serietà riservata alle cose importanti.
Però non perderla.
Ludovico la posò sul tavolo.
Si tolse le scarpe e andò in cucina. Aprì il frigorifero, osservò ciò che conteneva, poi lo richiuse. Non aveva ancora deciso cosa preparare per cena.
Il telefono vibrò.
Era Lorenzo.
Sabato posso partire dopo pranzo. Se preferisci, ci vediamo altrove.
Ludovico lesse il messaggio.
Lasciò il telefono accanto alla pietra e aprì un cassetto della cucina. Prese una pentola, la riempì d’acqua e la sistemò sul fornello.
Mentre aspettava che si scaldasse, tornò al tavolo.
Riprese il telefono.
Scrisse:
Vieni pure.
Rilesse.
Poi inviò il messaggio.
Lorenzo rispose quasi immediatamente.
Va bene. Ti chiamo quando parto.
Ludovico spense lo schermo.
Era una decisione piccola soltanto in apparenza. Da mesi aveva costruito la propria quotidianità in modo da ridurre al minimo ogni contatto con ciò che aveva lasciato a Firenze. Non aveva interrotto tutti i rapporti, ma li aveva resi sufficientemente distanti da non doverli affrontare davvero.
Adesso Lorenzo sarebbe arrivato.
Avrebbe attraversato le stesse strade, visto la bottega, forse conosciuto Pietro.
Avrebbe portato con sé una parte di quella vita che Ludovico aveva cercato di lasciare fuori dalla porta.
Il pensiero non gli piacque.
Ma non ritirò l’invito.
Dalla cucina arrivò il rumore dell’acqua che cominciava a bollire.
Ludovico si alzò, abbassò la fiamma e versò la pasta nella pentola.
Fu mentre mescolava che gli tornò in mente Agnese.
La vide davanti alla cartoleria, con il tubo di cartone che le scivolava dal braccio. Poi al tavolino del bar, mentre cercava di fargli raccontare qualcosa. Ricordò la sua espressione quando aveva parlato del lavoro a Firenze, la curiosità autentica con cui aveva ascoltato le poche cose che lui era riuscito a dirle.
E infine la domanda.
Perché ti sei trasferito a Città di Castello?
Ludovico posò il cucchiaio sul bordo della pentola.
Avrebbe potuto rispondere in molti modi.
Dire che desiderava una vita diversa. Che Firenze era diventata troppo rumorosa. Che aveva bisogno di allontanarsi dall’impresa, dagli impegni, dalle persone che continuavano a riconoscere in lui un uomo che non sentiva più di essere.
Erano tutte risposte possibili.
Alcune persino vere.
Ma Agnese lo aveva guardato con un’attenzione che rendeva quelle spiegazioni insufficienti.
Ludovico ricordò il momento in cui aveva deciso di cambiare argomento.
Non era stato difficile trovare una frase.
Era stato difficile pronunciarla sapendo che lei avrebbe capito.
Si avvicinò alla finestra della cucina.
Nel cortile, una donna stava ritirando alcuni panni rimasti all’aperto. Li raccoglieva uno alla volta, scuotendoli leggermente prima di riporli in una cesta.
Ludovico seguì quel movimento finché la donna non rientrò.
Poi tornò al tavolo.
La pietra era ancora lì.
La raccolse e la rimise nella tasca interna del cappotto.
Per qualche istante rimase con la mano appoggiata sul tessuto.
Non pensava a Teresa Alunni.
Non in quel momento.
Pensava ad Agnese, alla facilità con cui era riuscita a riempire un pomeriggio senza pretendere che lui diventasse diverso da ciò che era.
E alla domanda che le aveva lasciato senza risposta.
Quella sera comprese una cosa che non gli procurò alcun sollievo.
Avrebbe desiderato incontrarla ancora.
Ma non sapeva come continuare a conoscerla senza permetterle, prima o poi, di avvicinarsi proprio a ciò che aveva deciso di non raccontare.
Lasciò il cappotto sull’attaccapanni.
Tornò in cucina.
L’acqua bolliva ancora, e la pasta aveva superato il tempo di cottura.
Spense il fornello.
Per qualche secondo osservò la pentola, poi prese lo scolapasta.
Non cercò di recuperare quei minuti.
Cenò ugualmente.
E quando, più tardi, spense la luce, il pensiero di Agnese era ancora lì, accanto alla certezza che sabato Lorenzo sarebbe arrivato.
Due parti della sua vita stavano cominciando ad avvicinarsi.
Ludovico non conosceva ancora la distanza che le separava.
Né quanto poco sarebbe bastato, un giorno, perché quella distanza scomparisse.

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