La voce che ti lascio
«Che stupido.»
Mi cade qualcosa, sbaglio strada, dimentico un appuntamento. La frase arriva subito, pronunciata a mezza bocca. Ha una scioltezza che conosco bene. Non devo cercarla, e nemmeno decidere se sia giusta. È già lì, disponibile, prima ancora che abbia capito che cosa è successo.
Un giorno qualcuno mi sente.
«Con chi ce l’hai?»
«Con me.»
Lo dico sorridendo. Mi sembra una spiegazione sufficiente.
Poi, per qualche ragione, quella domanda mi accompagna. Torna mentre ripenso alla giornata, a tutti i piccoli incidenti ai quali ho risposto con un’offesa. Mi scopro capace di trasformare una distrazione in un giudizio sulla persona intera. Basta pochissimo. Una cosa mi riesce male e subito divento io quello sbagliato.
La voce conosce la strada.
Ha imparato dove colpire senza fare rumore. Mi parla da vicino, con l’autorità di chi sa tutto di me. Conosce i tentativi interrotti, le promesse rimandate, ciò che nascondo quando qualcuno mi domanda come procede la vita. Può richiamare ogni errore a conferma di quello appena commesso.
E io le credo anche perché ha il mio suono.
Mi domando quando abbiamo cominciato a parlarci così. Quando la mia parte più severa abbia ottenuto il diritto di usare il mio nome. Ricordo osservazioni ricevute di sfuggita, paragoni, richieste alle quali mi sembrava di arrivare sempre con qualcosa in meno. Negli anni ho aggiunto parole mie. Ho perfezionato il tono fino a renderlo quasi indistinguibile dalla lucidità.
Mi giudico e penso di essere onesto.
Intanto c’è una parte di me che ascolta tutto.
Quella che ricomincia dopo una notte difficile. Quella che prova a capire, che si applica, che teme di deludere. La sento irrigidirsi prima di un tentativo, come se l’errore fosse già in attesa di una sentenza.
Quanto deve essere faticoso vivere sapendo che, comunque vada, ci sarò io a rimproverarmi.
Me ne accorgo soprattutto quando qualcuno mi tratta con dolcezza. Fatico a riceverla. Cerco una spiegazione, immagino che conosca soltanto la parte migliore di me. Se sapesse tutto, penso, sarebbe meno indulgente.
Poi incontro i tuoi occhi e mi sorprende la possibilità che tu sappia abbastanza.
Che tu abbia visto la mia impazienza, le contraddizioni, perfino qualche meschinità, e riesca ancora a rivolgermi una parola buona. Mi guardi nella mia interezza con una misura che io continuo a negarmi.
«Puoi sbagliare», mi dici.
Mi commuove il modo in cui lasci spazio dopo quella frase. Sembra che tu ti aspetti davvero che io possa abitarla.
All’inizio mi sento impacciato. Concedermi un errore mi pare una trascuratezza, quasi stessi venendo meno a un dovere. Dentro di me qualcuno insiste che la durezza serva, che senza quel pungolo smetterei di fare attenzione, di migliorare, di meritare ciò che ho.
Eppure sono stanco.
Stanco di dovermi ferire per dimostrare che ci tengo.
Vorrei provare un altro modo di accompagnarmi. Sentire la delusione senza aggiungerle umiliazione. Riconoscere una responsabilità e dedicarmi a ciò che posso riparare. Ci sono gesti da rifare, parole da chiarire, conseguenze da accettare. Mi occorre essere presente per affrontarle.
A volte comincio da un’interruzione.
«Che stu…»
Mi fermo.
Rimane una sillaba incompiuta, un minuscolo spazio nella consuetudine. Per un istante sento quanto ero pronto a rivolgermi contro me stesso. Aspetto che il fastidio perda il suo primo slancio. Poi cerco una frase aderente a quello che è accaduto.
«Ho dimenticato una cosa.»
Mi sembra povera, quasi disarmata. Contiene soltanto un fatto. E davanti a un fatto riesco a muovermi. Posso tornare indietro, telefonare, chiedere scusa. La giornata riprende da lì.
È un apprendistato lento. Ci sono sere in cui ricado nel mio lessico più feroce. Altre in cui, finalmente, mi raggiunge un’inflessione diversa. Ha qualcosa della tua pazienza, qualcosa della mia stanchezza che ha smesso di volersi dimostrare forte.
La ascolto con una tenerezza esitante.
Poi mi chiedo quale voce lascerò a chi mi sta crescendo accanto. Quali parole gli torneranno dentro quando sarà solo e una cosa gli sembrerà troppo difficile. So quanto a lungo possano durare certe inflessioni. Vorrei consegnargli un modo di chiamarsi che gli permetta di riprovare.
Oggi mi racconta di aver sbagliato.
Abbassa gli occhi prima ancora di finire. Io sento la vecchia risposta prepararsi, solerte, piena di tutte le raccomandazioni che conosco.
La lascio passare dentro di me.
Poi gli chiedo di avvicinarsi.
«Vediamo insieme.»
Mentre lo dico, mi accorgo che sto ascoltando anch’io.

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