Aspetto la notte per dimenticare tutto.
Lo so, sembra una frase scontata. Eppure non lo è mai.
Perché la notte, per me, non significa dimenticare. Significa riordinare.
E riordinare non vuol dire cancellare ciò che è stato, ma trovare un riparo da quell’elastico teso, sfilacciato, che il giorno tende fino a lasciarlo sempre sul punto di spezzarsi.
È un nascondino che ricreo ogni sera.
Emergo.
Poi mi sotterro.
Non per paura, e nemmeno per difendermi. Quella è l’arte dello struzzo. La mia è un’altra cosa.
È l’armatura con cui torno a proteggere ciò che conta davvero: un ideale, un sogno, la volontà ostinata di non smettere mai di esprimere ciò che sono.
Ho imparato, conoscendomi, che se voglio abitare questo mondo senza tradire me stesso, con consapevolezza e senza veli che offuschino l’orizzonte, devo prima ritrovare la direzione di ciò che desidero, dopo aver attraversato il giorno con tutte le sue imprevedibili concessioni.
Per questo la notte è il mio piccolo teatro.
E io non sono l’attore principale.
Sono una comparsa che, ogni sera, torna sul palco con la speranza di meritarsi un’altra scena, un’altra battuta, un’altra possibilità di raccontare la propria verità.

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