Il mare smette di essere davanti a me.
Lo sento salire dentro.
Avanza con il peso di tutto ciò che ho trattenuto, prende velocità nei miei silenzi e si solleva fino a raggiungere quelle parti di me che credevo al sicuro.
All’inizio vedo il faro.
Poi comprendo che non mi riconosco nella torre, nella pietra o nella sua apparente solidità.
Mi riconosco nella piccola stanza di luce sulla cima… la parte più esposta, più fragile, quella che tutti cercano quando si perdono e della quale nessuno immagina la fatica.
Per anni ho creduto che salvarmi significasse diventare roccia.
Resistere agli urti.
Non arretrare.
Offrire al dolore una superficie abbastanza dura da spezzarlo.
Ma la roccia si incrina. Il ferro arrugginisce. Persino i muri, quando il mare insiste, imparano il sapore del sale.
L’immagine mi accarezza proprio lì, nel punto in cui ho smesso di sentirmi invincibile e ho cominciato a comprendere quanto coraggio serva per rimanere vulnerabile.
Un faro non nasce per sconfiggere il mare.

Nasce per indicare una strada mentre rischia di perdere la propria.
Ed è questo che mi ferisce dolcemente.
Ripenso alle volte in cui la vita mi è arrivata addosso tutta insieme, senza concedermi il tempo di preparare il respiro. Ai giorni nei quali nessuno vedeva l’acqua salire dietro di me e io continuavo a offrire una direzione, una parola, un riparo.
Non perché fossi integro.
Perché qualcuno, anche soltanto una parte smarrita di me, aveva ancora bisogno di quella luce.
L’onda nella fotografia diventa allora tutto ciò che non sono riuscito a dire. Ogni assenza trattenuta, ogni colpa sopravvissuta al perdono, ogni dolore che ha atteso il momento giusto per tornare a reclamarmi.
Eppure lassù qualcosa rimane acceso.
Non grida.
Non promette che il mare si calmerà.
Non finge di non avere paura.
Continua semplicemente a illuminare.
Adesso so che non devo vincere l’acqua, né dimostrare di essere più forte della sua furia.
Devo soltanto custodire, mentre tutto sembra crollare, l’ultimo centimetro di luce che il mare non può reclamare.
Quello nel quale, dopo essermi perduto, potrò ancora riconoscere la strada per tornare a me.

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