Te lo scrivo di notte

·

Perché alcune cose possono essere dette solo piano.

Dimmi che ti piace

C’è un momento preciso.

Qualcuno viene verso di noi con qualcosa.

Un foglio.

Un piatto appena preparato.

Una fotografia.

Una cosa costruita con le proprie mani.

Una pagina scritta.

Un disegno.

Magari non dice niente.

Ce la porge.

Poi aspetta.

E noi la guardiamo.

Ma se alzassimo gli occhi proprio in quell’istante, vedremmo qualcosa di molto più interessante dell’oggetto che abbiamo tra le mani.

Vedremmo il suo volto.

Sta aspettando noi.

“Allora?”

“Che ne pensi?”

“Ti piace?”

Domande semplici.

Eppure c’è una piccola nudità dentro quel momento.

Perché quando mostriamo qualcosa che abbiamo fatto non consegniamo soltanto il risultato.

Consegniamo il tempo che ci abbiamo messo.

I tentativi.

L’idea che avevamo in testa.

La paura che sia venuto male.

Quella minuscola speranza di sentirci dire:

“È bello.”

Non da chiunque.

Da quella persona.

È questa la parte che mi commuove.

Tra tutti gli occhi disponibili nel mondo, ne scegliamo alcuni davanti ai quali desideriamo essere fieri di noi stessi.

Da bambini lo sappiamo benissimo.

Facciamo un disegno.

Corriamo.

“Guarda!”

Non importa davvero se il sole è storto.

Se la casa ha una finestra enorme.

Se quella cosa verde dovrebbe essere un cane e nessuno riuscirebbe mai a capirlo.

Aspettiamo soltanto che qualcuno guardi.

Poi cresciamo.

Impariamo a fingere che il giudizio degli altri non ci interessi.

“Dimmi sinceramente, tanto non cambia niente.”

Non è sempre vero.

Qualche volta cambia eccome.

Perché esistono persone la cui approvazione non alimenta il nostro ego.

Ci fa sentire riconosciuto lo sforzo.

È diverso.

Non abbiamo bisogno che ci dicano che siamo straordinari.

Abbiamo bisogno, ogni tanto, che qualcuno si accorga di quanto ci abbiamo provato.

Anche quando il risultato è imperfetto.

Soprattutto allora.

Un bambino

tende un foglio.

L’ho fatto io.”

L’adulto guarda

il disegno.

Il bambino

guarda l’adulto.

Soltanto uno dei due

sta davvero

aspettando

di vedere qualcosa.

Dovremmo ricordarcelo quando qualcuno ci porta ciò che ha fatto.

Non rispondere troppo velocemente.

Non dire soltanto:

“Bello.”

Guardiamo davvero.

Facciamo una domanda.

Cerchiamo il dettaglio.

“Quanto ci hai messo?”

“Come ti è venuta questa idea?”

“Questa parte mi piace moltissimo.”

Perché qualche volta una persona non ci sta chiedendo un giudizio.

Ci sta chiedendo di fermarci per qualche minuto davanti a qualcosa che per lei conta.

E non riguarda soltanto i bambini.

Gli adulti lo fanno continuamente.

Solo che hanno imparato a nasconderlo meglio.

Preparano qualcosa e osservano discretamente mentre assaggiamo.

Ci mandano una pagina e aspettano la risposta.

Sistemano una stanza e domandano con finta noncuranza se abbiamo notato qualcosa.

Raccontano un piccolo successo fingendo che non sia importante.

Ma guardali bene.

Da qualche parte, dietro gli anni, c’è ancora quel bambino con un foglio tra le mani.

Non chiede un applauso.

Vuole soltanto sapere se qualcuno ha visto.

Questa sera, se una persona ti mostra qualcosa di cui è orgogliosa, ricordati di alzare gli occhi dopo averla guardata.

Perché ciò che ti ha consegnato potrebbe essere soltanto un oggetto.

Ciò che sta aspettando davanti a te, invece, è una parte delicatissima di sé.

Sussurro

Quando qualcuno che ami ti domanda «ti piace?», guarda bene prima di rispondere: qualche volta non ti sta mostrando ciò che ha fatto, ti sta affidando per un istante il modo in cui vorrebbe riuscire a guardare se stesso.

Buonanotte. 🌙

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