Perché alcune cose possono essere dette solo piano.
Il tuo posto
Non c’è scritto il tuo nome.
Eppure è tuo.
Quella sedia.
Quel lato del divano.
L’angolo del tavolo dove ti siedi quasi sempre.
Nessuno lo ha deciso.
Non ricordo nemmeno quando sia successo.
All’inizio ci sedevamo dove capitava.
Poi, lentamente, ognuno ha cominciato ad avere una piccola geografia.
Tu lì.
Io qui.
E questa sera qualcuno si è seduto al tuo posto.
Non ho detto niente.
Non avrebbe avuto senso.
È soltanto una sedia.
Eppure, per qualche secondo, qualcosa mi è sembrato fuori asse.
Ho guardato quella persona e ho pensato:
Lì di solito ci sei tu.
Mi ha fatto sorridere.
Perché significa che le persone, restando, modificano perfino lo spazio.
Non occupano soltanto una stanza.
La insegnano ai nostri occhi.
Ci abituano a trovarle in un punto preciso.
A voltare la testa in una direzione.
A sapere dove arriverà una voce.
Dove comparirà una mano per prendere il pane.
Dove finiranno gli occhiali appoggiati sul tavolo.
Poi basta che quel posto venga occupato diversamente e ce ne accorgiamo.
Non manca una sedia.
Manca il modo in cui qualcuno sapeva starci dentro.
È incredibile quante cose impariamo delle persone senza studiarle.
Sappiamo come si siedono.
Come incrociano le gambe.
Dove appoggiano il telefono.
Se tengono la tazza con una mano o con due.
Quanto spazio lasciano tra loro e noi.
Sono dettagli che non avremmo saputo raccontare.
Eppure li conosciamo.
Il corpo li ha imparati prima della memoria.
Una sedia.
Quattro gambe.
Uno schienale.
Niente di più.
Poi arrivi tu,
ti siedi,
lasci qualcosa sul tavolo,
dici una frase.
E da quel momento
non è più
una sedia.
È il punto esatto
in cui i miei occhi
hanno imparato
a trovarti.
Pensiamo che siano i luoghi a contenere le persone.
Una casa.
Una cucina.
Un bar.
Una panchina.
Credo accada anche il contrario.
Sono le persone a contenere un pezzo dei luoghi.
Li cambiano.
Li rendono riconoscibili.
Una cucina può essere bellissima, ma diventa quella cucina perché sappiamo chi si appoggia al piano mentre aspetta il caffè.
Un divano diventa quel divano perché conosciamo il corpo che si rannicchia sempre nello stesso angolo.
Un tavolo smette di essere soltanto legno quando impariamo la disposizione delle persone che amiamo intorno ad esso.
E allora questa sera guarderei con attenzione i posti abituali.
Non quelli spettacolari.
Quelli che non fotografiamo mai.
La sedia consumata.
Il cuscino leggermente schiacciato.
Lo spazio lasciato libero senza nemmeno accorgercene.
Perché certe presenze entrano nella nostra vita in un modo talmente profondo che, alla fine, perfino gli oggetti cominciano ad aspettarle.
E credo ci sia una tenerezza immensa nel sapere di avere, da qualche parte nel mondo, un posto che nessuno ci ha assegnato.
Un posto che è diventato nostro soltanto perché siamo tornati abbastanza volte da insegnargli la nostra forma.
Sussurro
Non saprei indicarti il giorno in cui sei diventato importante. So soltanto che, da qualche tempo, quando non ci sei, perfino una sedia riesce a pronunciare il tuo nome senza fare alcun rumore.
Buonanotte. 🌙

Rispondi