L’angelo che aveva sete
Non tutti gli angeli vengono a salvarci. Alcuni scendono soltanto per bere ciò che non abbiamo avuto il coraggio di vivere.
Lei giace di traverso sul mondo, con le gambe affidate al cielo e il capo posato sopra una pietra che, sotto il suo peso, sembra imparare la tenerezza.
Fra le dita trattiene un bicchiere.
Non contiene vino.
Contiene la parte di lei rimasta liquida: i desideri mai condotti alla bocca, le parole fermentate nel silenzio, quella felicità clandestina che appare soltanto quando nessuno pretende di darle un nome.
Di fronte, un angelo si china.
Ha le ali, ma non vola.
Ha il paradiso alle spalle, eppure osserva quel calice con la mestizia di chi ha scoperto troppo tardi che l’eternità non disseta.
Lei non lo guarda.
Sorride con gli occhi chiusi, assorta nella propria indocilità, come se conoscesse già il segreto che ha reso inquieta la creatura di pietra:
gli uomini precipitano, si spezzano, si perdono—
ma possiedono le labbra.
Possono baciare.
Possono bere.
Possono pronunciare un nome e sentirsi tremare dentro.
Gli angeli, invece, custodiscono tutto senza poter trattenere nulla.
Allora lei solleva appena il bicchiere.
Non è un brindisi.
È un’elemosina d’infinito.
Gli offre un sorso della propria caducità, perché anche il cielo comprenda quanto sia vertiginoso avere un istante soltanto e scegliere di consacrarlo all’amore.
L’angelo avvicina la bocca.
La pietra, per un istante, ha sete.
E il paradiso intero si accorge che, per conoscere davvero l’eternità, bisogna prima aver avuto qualcosa da perdere.

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