La distanza aveva radici
Ti vidi dall’altra parte di qualcosa che non esisteva ancora.

Non era un albero.
Gli alberi appartengono alla terra, accettano le stagioni, conoscono il mestiere quieto del ritorno.
Quello cresceva dai nostri silenzi.
Aveva radici conficcate nelle parole taciute e una chioma tanto alta da intercettare i giorni prima che riuscissero a raggiungerci.
Io rimasi da una parte.
Tu dall’altra.
Fra noi, l’immane anatomia del tempo.
Sollevasti una mano.
Un gesto minimo, quasi un’increspatura nell’aria. Non seppi se mi stessi chiamando, trattenendo oppure restituendo alla mia lontananza.
Avrei voluto raggiungerti.
Ma esistono distanze che non si attraversano camminando. Più avanzi, più mutano forma; diventano nebbia, corteccia, memoria. Si infilano sotto la pelle e cominciano a respirare al posto tuo.
Allora compresi che quell’albero eravamo noi.
Il tronco era ciò che ci aveva divisi.
La chioma, tutto ciò che avevamo immaginato insieme.
Le radici, l’amore rimasto sepolto senza riuscire a morire.
Intorno, gli altri alberi salivano e scomparivano, come vite trascorse troppo in fretta per lasciare una fisionomia.
Noi no.
Noi restavamo.
Due minuscole resistenze ai margini dello stesso infinito.
Ti guardai attraverso la vertigine delle fronde e sentii il tuo nome compiersi dentro di me senza suono. Era ancora intatto. Gli anni non gli avevano sottratto nulla; avevano soltanto insegnato al dolore a pronunciarlo più piano.
Non venni verso di te.
Tu non venisti verso di me.
Certe volte amarsi significa custodire la distanza esatta che impedisce a un sentimento di diventare rovina.
Eppure la tua mano rimase sollevata.
Da allora vivo dentro quel gesto.
Perché ci sono persone che non raggiungiamo mai e che, nonostante questo, diventano il luogo più profondo in cui siamo esistiti.

Lascia un commento