Dove declina il giorno
quando il tuo volto ne trattiene l’ultima scaturigine?
Nella diafana orografia delle tue ciglia
o nell’arcana fosforescenza
che i tuoi occhi sottraggono all’imbrunire?
Non conosco meridiani
nell’anatomia di ciò che provo.
Soltanto limiti permeabili,
terre ancora senza pronuncia,
una cartografia di soglie
che si dischiudono
nell’istante stesso in cui sembrano estinguersi.
Ogni epilogo custodisce
l’incunabolo di un’altra eternità.
E tu,
ignara della tua stessa vastità,
attraversi le mie ore
senza appartenere ad alcuna.
L’amore non possiede cronometri.
Ha la consistenza delle cose
che mutano senza traslocare,
la tacita ostinazione dell’acqua
che modifica la pietra
senza sottrarle il nome.
Così ti guardo.
E ciò che ieri riconoscevo
oggi mi appare straniero,
non per lontananza
ma per quell’inesauribile prodigio
che rende sconosciuto
perfino ciò che abbiamo amato da sempre.
C’è una segreta palingenesi
nel ritrovarti identica
e non averti mai veduta abbastanza.
Allora il giorno può anche dissolversi,
abdicare alla propria luce,
consegnare all’occidente
la sua ultima particella d’oro.
Io rimango
sulla soglia indivisibile del tuo viso,
dove ogni tramonto
è soltanto un’alba
che ha dimenticato
da quale parte del cielo nascere.
E se un giorno il tempo dovesse finire,
non saprei accorgermene.
Starei ancora imparando
il primo modo di guardarti.
