ERMANNO — Non sei sola, Sofia.
SOFIA — Lo so… ma sentirlo da te è diverso.
ERMANNO — Per molto tempo ho pensato di poter restare qui senza guardare indietro. Poi ho capito che il passato… non si lascia chiudere. Ti torna davanti anche quando credi di averlo sepolto.
SOFIA — E quando ti è tornato davanti?
ERMANNO — Una sera. O forse era mattina… qui non cambia mai. Ricordo il rumore della pioggia. Era… fitta. Il vetro era appannato e Carla mi chiamava da un’altra stanza.
SOFIA — Ti ha trovato lei?
ERMANNO — Non subito. C’è stato un attimo… prima. Un attimo in cui ho capito che non sarei più tornato a risponderle.
SOFIA — E cosa hai pensato?
ERMANNO — Ho pensato ad Anastasia. Non alla Carla che urlava il mio nome. Solo ad Anastasia… bambina, con le mani piene di sabbia. Ho capito che quello sarebbe stato il mio ultimo pensiero terreno.
SOFIA — E poi?
ERMANNO — Poi… il silenzio. Ma non un silenzio vuoto. Era… come se qualcuno avesse spento il mondo e lasciato accesa solo la mia coscienza.
SOFIA — È così che sei arrivato qui.
ERMANNO — È così che ho capito… di essere morto.
(Sofia lo guarda a lungo. Non c’è bisogno di altre parole: adesso entrambi hanno pronunciato la verità, e il posto in cui si trovano non può più essere lo stesso di prima.)

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