CAPITOLO 3
La responsabilità delle crepe
La crepa non si allargò.
Fece qualcosa di peggio: cambiò direzione.
Mattia se ne accorse alle nove e dodici, quando la luce entrò dalla finestra alta con un’angolazione diversa dal solito. Non era un’intuizione improvvisa; era il risultato di un’abitudine. Guardare ogni mattina lo stesso punto, come si guarda un volto per capire se ha dormito poco.
Il suono dell’intonaco, quando il custode bussò piano, era diverso.
Non più secco. Vuoto.
Si fermò a metà corridoio. Il piede fece quel movimento minimo, quasi un passo indietro che il corpo tenta prima della testa. Lo lasciò accadere. Poi riprese a camminare.
— È caduto altro — disse il custode. Non c’era allarme nella voce, solo una cautela che Mattia riconobbe come rispetto.
Nella sala laterale, il distacco era più ampio. Ancora niente di eclatante. Nessun crollo. Ma ora la linea era leggibile. Una traiettoria. Come se la parete avesse deciso di raccontarsi un po’ di più.
Mattia non si avvicinò subito.
Guardò le superfici laterali, come aveva visto fare a lei.
La tensione che Carlotta aveva indicato era lì. Non urlava. Insisteva.
— Avete toccato qualcosa? — chiese.
— No.
Annuì.
Bene, pensò. Peggio.
Fece chiamare l’ufficio tecnico. Aprì i protocolli. Lesse le mail arretrate. Nulla che spiegasse davvero. E poi, come sempre accade alle cose decisive, trovò ciò che cercava dove non stava cercando: una fotografia allegata a una mail vecchia di giorni, inoltrata senza commenti. L’inquadratura era sbagliata, ma il dettaglio giusto. Una linea sottile, appena percepibile.
La grafia non c’era.
Il gesto sì.
Mattia chiuse gli occhi un istante.
Non per rimorso. Per allineamento.
Capì che ora non bastava sapere.
Ora doveva scegliere di esporsi.
Convocò una riunione breve. Poche parole. Nessuna drammatizzazione. Spiegò che il rischio era sottostimato e che serviva un intervento mirato, non invasivo. Disse una frase che non amava dire, ma che riconosceva come necessaria:
— Me ne assumo la responsabilità.
La stanza si fece più silenziosa.
Qualcuno annuì.
Qualcuno esitò.
— Chi propone? — chiese una voce.
Mattia non rispose subito.
Guardò la parete, come se potesse leggerci un nome.
— Voglio un team che ascolti prima di toccare — disse. — E che lavori per strati. Non fece il nome.
Lo scelse.

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