È la tua voce si fa respiro: tu non la leggi, la ascolti da dentro.
Scrivo per non morire di quiete,
perché il silenzio, se non lo tocchi,
diventa muro,
e io ho bisogno di finestre.
Ogni parola che nasce, incampa nella precedente,
la raccoglie, la accarezza, la confonde,
poi si lascia cadere tra i righi,
come un filo che non vuole essere cucito.
Il tempo non cammina, respira.
Respira in me, in te,
in ciò che abbiamo dimenticato di sentire.
Ogni vocale è un passo nell’aria,
ogni consonante un tentativo di restare,
ogni pausa un abbraccio tra pensieri che si fingono estranei.
Non cerco un senso,
cerco il suono che lo preczde.
Cerco la carezza che la parola trattiene
quando non osa dirsi amore.
E mentre scrivo, non scrivo più:
sono il filo che si tende,
la curva che si chiude,
il respiro che si piega sul proprio eco.
E tutto ritorna
sempre
nello stesso punto:
dove finisce la voce
e comincia la poesia.

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