L’anatomia della differenza

Puntata 13 — La diversità della speranza

Parlo piano, quasi come se stessi cercando di non svegliare nessuno.
Perché la speranza non è luminosa come la dipingono:
a volte è un filo sottile,
a volte un fuoco basso,
a volte un odore di fumo più che una fiamma.

Ci penso spesso…
a come la speranza non sia un bene universale.
C’è chi la riceve pronta,
chi la trova per caso,
chi la costruisce a mani nude,
e chi — per un periodo o per sempre — non riesce a trovarla in nessun angolo.

E ogni volta mi torna alla mente una storia che non ha bisogno di introduzioni:
Nelson Mandela.
Ventisette anni di prigione.
Un tempo che non entra nella testa,
un tempo che spezza,
che corrode,
che trasforma tutto in deserto.

E lì, nella cella più stretta che si possa immaginare,
il mondo si aspetterebbe la disperazione.
E invece —
c’era una speranza che non faceva rumore,
che non faceva proclami,
che non cercava di convincere nessuno.
Era solo una brace.
Una brace che continuava a vivere mentre tutto il resto si consumava.

Io, ogni volta che penso a Mandela, mi chiedo come si faccia a tenere in vita una speranza così lunga.
Non per ideale.
Non per fede politica.
Ma per resistenza umana.

Perché la verità è che ognuno spera in modo diverso.
C’è chi spera per abitudine.
Chi spera per testardaggine.
Chi spera per disperazione.
Chi spera perché smettere farebbe troppo male.
E chi spera perché, sotto tutto il resto, c’è ancora un angolo del cuore che non si arrende.

A volte mi trovo a pensare…
se la speranza sia un atto volontario o una fuga necessaria.
Non devi rispondermi.
È un pensiero che appoggio qui, accanto a te,
come una lettera chiusa che puoi aprire quando vuoi.

Perché forse lo sai anche tu:
la speranza non è sempre buona.
A volte inganna.
A volte distrugge.
A volte tiene in vita ciò che dovrebbe morire.
A volte porta avanti chi non ha più forza.

La diversità della speranza è tutta qui:
non c’è chi ne ha di più o di meno.
C’è chi la usa come zattera,
chi come arma,
chi come promessa,
chi come ferita.

Mandela uscì dal carcere con un sorriso che sembrava impossibile.
Non perché fosse felice.
Ma perché la speranza che aveva coltivato,
ogni giorno,
ogni ora,
ogni minuto,
non era stata una fuga:
era stata una costruzione.

E forse è questo il punto:
la speranza non salva sempre.
Ma a volte…
a volte ci permette di arrivare dall’altra parte.

Il resto —
il resto è cammino.

6 risposte a “L’anatomia della differenza”

  1. Concordo: la speranza è una costruzione e coincide con la reazione che scegliamo di tenere e mantenere negli accadimenti della vita.
    L’esempio che hai scelto è tra i più potenti… E forse non avresti potuto fare scelta migliore per raccontarci della speranza, della fiducia e della resistenza

    1. Hai colto il punto: la speranza non è un sentimento, è una costruzione quotidiana.
      È la postura che scegliamo di mantenere mentre la vita ci mette alla prova.
      E sì, certi esempi parlano più di mille definizioni: raccontano fiducia, resistenza e quell’istinto silenzioso che ci fa restare in piedi anche quando tutto vacilla.

  2. per ricordare Nelson Mandela… c è anche… il singolo… “Ordinary Love” degli U2… estratto dalla colonna sonora del film… “Mandela – La lunga strada verso la libertà (Long Walk to Freedom)”…

  3. 🎀 Davvero profonda e aricolata la tua dissertazione sulla speranza ~ La speranza e’ legata al respiro della vita ~ Mandela affermo’ che. durante la lunga ed ingiusta prigionia, ripercorreva, con determinazione, le parole di una splendida poesia “Invictus” dell’autore inglese William Ernest Henley ~ E’ una poesia che rappresenta le radici della speranza, non tanto come fuga o conforto, quanto piuttosto come Fiducia nel Bene e in se stessi ~ Ciascun essere umano al di la’ dell’origine demiurgica, e’ una emanazione del Bene, che lo raggiunge ovunque ~ Una parte della poesia recita: “…Non importa quanto stretto sia il varco, quanto impietoso sia lo scorrere della vita, Io sono il padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima.” ~ E’ stata tradotta in tutte le lingue e andrebbe inserita in un programma di motivazione ~ Sperare sempre, ma nel modo giusto, con decoro, con nobilta’, con la forza interiore ~ Tutto nell’Universo si regge sulla Forza ~ Buon fine settimana Francesco!
    PS Colgo l’occasione per precisare che il commento ingoiato da Wp era quello sulla “Paura”, non quello sulla “Rabbia” che tu hai gentilmente riproposto!

  4. Mai perdere la speranza, alle volte può essere difficile… ma credo che sia il sale della vita e sarebbe anche troppo comodo non sperare nonostante tutto! Sarebbe come un lasciarsi vivere il che sarebbe dire morire poco a poco e arrendersi a qualunque avversità personali e mondiali ed è proprio quando si smette di sperare che termina la nostra lotta, più nulla conta.

    1. Hai ragione: la speranza è il sale della vita.
      Ma, almeno per come la vedo io, non nasce dalla comodità anzi.
      È un atto di coraggio, quasi una scelta di resistenza.
      Perché sperare quando le cose vanno bene è facile; sperare quando tutto scricchiola è una disciplina dell’anima.

      E hai detto una cosa verissima: quando smettiamo di sperare, smettiamo anche di lottare.
      È lì che si spegne la parte migliore di noi.

      Io non sono un fan dell’ottimismo ingenuo, però credo nella testarda lucidità di chi continua a provarci, anche quando tutto suggerirebbe il contrario.
      È quella la scintilla che ci tiene vivi, non il risultato.

      Grazie per questa riflessione: è il tipo di dialogo che fa bene.

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