L’anatomia della differenza

Puntata 14 — La diversità della cura

Parlo piano, stavolta ancora più piano del solito.
Perché la cura è un territorio fragile:
se la premi troppo, si rompe;
se la lasci andare, scompare.

Ci penso da anni…
a quanto sia diversa la cura per ognuno di noi.
C’è chi la vede come un dovere,
chi come un atto d’amore,
chi come una catena,
chi come un gesto che salva,
chi come un gesto che consuma.

E ogni volta, ogni singola volta, mi torna in mente una scena che non ho mai dimenticato:
Henri Cartier-Bresson, il grande fotografo, al capezzale di Martine Franck, sua moglie, durante gli ultimi mesi della sua malattia.

Lui aveva passato la vita a catturare il momento perfetto —
l’attimo, il gesto, il taglio di luce.
Ma lì, accanto a lei, non scattava più.
Non cercava la foto.
Non cercava il simbolo.
Stava.
Semplicemente: stava.

E ciò che mi ha sempre colpito è questo:
non era una cura fatta di eroismi.
Era una cura silenziosa.
Quella che nessuno fotografa,
che nessuno racconta,
che nessuno vede.
La cura di chi resta,
anche quando non serve più a niente,
anche quando non cambia nulla,
anche quando non c’è più nulla da salvare.

La diversità della cura è tutta qui.
C’è chi cura facendo.
E c’è chi cura restando.
C’è chi cura con la voce.
Chi cura con le mani.
Chi cura con i gesti minimi: un bicchiere vicino al letto, una finestra socchiusa, una coperta tirata su senza dire nulla.

E poi c’è chi non sa curare —
non perché non vuole,
ma perché nessuno gli ha insegnato come si fa.

A volte mi sorprendo a pensare…
se davvero la cura sia un talento o una conseguenza.
Non devi rispondere.
È un pensiero che lascio scivolare vicino a te, come una ciotola d’acqua lasciata davanti alla porta.

Perché forse lo sai anche tu:
non tutti ricevono la cura nello stesso modo.
C’è chi si sente amato quando gli parlano.
C’è chi si sente amato quando gli lasciano spazio.
C’è chi ha bisogno di presenza.
C’è chi ha bisogno di distanza.
C’è chi, per essere curato, deve essere lasciato libero.
E chi, invece, deve essere trattenuto.

Io, quando penso a Cartier-Bresson e Martine, vedo una lezione che non si insegna nei libri:
che la cura vera non è mai perfetta.
È un gesto storto,
un tentativo,
un’imprecisione necessaria.

Perché la cura è un rischio:
ti espone,
ti scopre,
ti mette nella posizione di chi può vedere la fragilità dell’altro…
e deve decidere cosa farne.

Parlo ancora più lento, adesso.
Perché forse la diversità della cura è questa:
non esiste un modo giusto.
Esiste un modo possibile.
Quello che hai,
quello che puoi,
quello che riesci a dare senza mentirti.

Il resto…
il resto è amore.
Nudo.
Imperfetto.
Ma reale.

3 risposte a “L’anatomia della differenza”

  1. Questo testo è uno sguardo e un sentimento a 360°.

  2. La cura puo’ avere forme diverse… Ma penso che come si impara a prendersi cura di se stessi, lo stesso riguardo riserva al prossimo. Certo, l’esempio indirizza, ma non tutti sanno coglierlo. Ed allora bisogna metterci il cuore, il proprio… Ma anche la ragione non è da sottovalutare

    1. Cuore…è la risposta sempre. Perché ci vuole sempre un grande amore per cambiare e inventarsi ogni giorno

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