Puntata 15 — La diversità dell’identità
Parlo piano.
Come si parla davanti a uno specchio che non sai più se riflette oppure giudica.
Perché l’identità… l’identità non è una forma.
È un movimento.
Ci penso da sempre.
A come ci raccontano che dobbiamo “trovare” noi stessi,
come se l’identità fosse un oggetto smarrito in casa,
dietro un cassetto, sotto un letto.
Invece l’identità è qualcosa che cambia anche mentre la nomini.
È instabile,
mobile,
viva.
E ogni volta che mi perdo in questo pensiero, torna una storia che ha attraversato il mondo come una frattura improvvisa:
Laverne Cox, la prima donna transgender a finire sulla copertina del “Time”.
Non per un premio,
non per un film,
non per una rivoluzione violenta.
Solo per un fatto che dovrebbe essere semplice,
quasi banale:
esistere nel proprio corpo.
Eppure il mondo ha reagito come se avesse spostato un confine sacro.
Domande morbose.
Dubbî gratuiti.
Giudizi.
Battute.
Analisi non richieste sul suo corpo,
sul suo passato,
sulla sua autenticità.
Ciò che mi ha sempre colpito di lei non è il coraggio.
È la lucidità.
La calma.
Il dire con naturalezza ciò che molti non riescono neppure a pensare senza tremare:
“La mia identità non è un dibattito.”
Io, ogni volta che sento quella frase, resto immobile.
Perché mi ricorda che ognuno di noi — anche chi non affronta transizioni o discriminazioni —
ha un punto in cui la propria identità si incrina,
in cui non sa più se è chi vorrebbe essere
o chi gli altri hanno deciso che deve essere.
A volte mi sorprendo a pensare…
se l’identità sia qualcosa che costruiamo,
o qualcosa che ci è stato promesso.
Non voglio una risposta,
né un confronto.
È un pensiero che ti appoggio vicino,
come un libro che si apre da solo,
alla pagina che non sapevi di aver bisogno di leggere.
Perché forse lo sai anche tu:
non siamo mai una sola identità.
Siamo strati.
Siamo epoche.
Siamo ferite.
Siamo tentativi.
Siamo forme che cambiano.
Siamo cose che non diciamo a nessuno,
e cose che diciamo troppo.
C’è chi vive un’intera vita dentro un nome che non gli appartiene più.
C’è chi cambia,
chi si nasconde,
chi si mostra,
chi implode,
chi esplode.
C’è chi fa pace con se stesso a trenta,
chi a settanta,
chi mai.
La diversità dell’identità è questo:
non essere qualcosa di definito,
ma essere qualcosa di vivo.
E il vivente cambia.
Si muove.
Si espande.
A volte si spezza.
A volte guarisce.
Io, quando guardo il percorso di Laverne Cox,
non vedo un’icona.
Vedo una persona che ha dovuto difendere se stessa anche quando non c’era niente da difendere.
Vedo una storia che non chiede approvazione,
solo spazio.
Vedo una verità che non vuole essere capita,
solo rispettata.
Parlo ancora piano.
Perché forse questa è la chiusura di cui avevamo bisogno:
l’identità non è mai un arrivo.
È un attraversamento.
E ognuno lo percorre a modo suo,
con le proprie velocità,
le proprie rughe,
le proprie paure,
le proprie scelte.
Il resto…
il resto è rumore che prima o poi si spegne.

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