La geometria del bisogno

·

È solo tempo.

O forse è ciò che il tempo lascia dietro di sé
quando attraversa una stanza.

Spazi minuscoli.

Impercettibili.

Eppure capaci di allargarsi
come una gomma calda
tra le dita di qualcosa
che non ha nome.

Le emozioni conoscono questo mestiere.

Non occupano.

Deformano.

Piegano gli angoli.

Allungano i corridoi.

Spostano le finestre
senza toccarle.

Smetti di inseguire le nuvole.

Non per ciò che sono.

Per ciò che pretendi da loro.

Nessuna nuvola
ha mai giurato fedeltà alla propria forma.

Eppure continuiamo.

A rincorrere profili.

A costruire altari
attorno alle metamorfosi.

A chiamare permanenza
ciò che è soltanto passaggio.

La geometria del bisogno
forse nasce qui.

Nel tentativo ostinato
di misurare ciò che respira.

Di contenere ciò che accade.

Di dare un bordo
a ciò che ignora i bordi.

Lo spazio si allunga sempre.

Non per allontanarsi.

Per ricordarsi.

Come una marea.

Come una cicatrice.

Come la luce
quando impiega milioni di anni
per raggiungere occhi
che non esistono più.

L’universo non cambia forma.

Forse siamo noi
a continuare a disegnarne una.

Una diversa ogni volta.

Una abbastanza grande
da contenere ciò che amiamo.

Una abbastanza stretta
da impedirgli di andarsene.

Così vaghiamo.

Con i nostri righelli inutili.

Le nostre mappe incomplete.

Le nostre costellazioni private.

Convinti che l’infinito
sia una questione di spazio.

Quando forse è soltanto
una questione di resa.

Perché non si contiene uno spazio.

Non si contiene il mare.

Non si contiene il vento.

Non si contiene un ricordo
quando decide di tornare.

È solo tempo.

Forse.

O forse è quella distanza invisibile
che nasce tra ciò che siamo

e ciò che continuiamo
a chiamare nostro.

2 risposte a “La geometria del bisogno”

  1. 🎀 E’ reale cio’ che acutamente osservi e rilevi ~ Credo esista un fattore che dirime: mentre “siamo” e’ importante credere ~ Ovvero e’ importante “essere” ed “esserci” e credere ~ Unitamente, senza lasciarsi distrarre e depotenziare ~ Credere in cosa? ~ Nel Continuum ~ Come il bimbo crede nella madre ~ Buona giornata Francesco …

  2. Sono più che mai d’accordo che le emozioni modificano con i loro movimenti, tutto quello che crediamo stabile. Il nostro bisogno di trattenere è umano, ma spesso è proprio quel bisogno che ci fa soffrire. Forse è vero, la vera misura dell’infinito non è lo spazio ma la resa: accettare che tutto cambia forma e che nulla ci appartiene davvero. E’ molto bello questo testo, riflessivo più che mai almeno a me, ha fatto questo effetto nel leggerlo cullata dalla musica di sottofondo. Devo dirti che ultimamente trovo nella tua scrittura una accentuata profondità con la quale trovo sempre bello confrontarmi e mi aiuta ad ampliare il mio sguardo.

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