Le persone che restano

·


06:47
Roma era ancora sospesa.


L’alba non aveva finito il suo lavoro e la notte non aveva ancora accettato di andarsene.
Le strade di Trastevere trattenevano l’umidità delle ore buie e le pietre sembravano respirare lentamente, come animali antichi addormentati al sole.
Ernesto camminava.
Settantanove anni.
Una giacca blu scuro.
Le mani dietro la schiena.


Da undici anni viveva solo.
Da undici anni apparecchiava un posto in meno.
Passò davanti a una vetrina.
Per un attimo vide il proprio riflesso.
Si fermò.
Lo osservò.
Poi abbassò gli occhi.
Pensò:


“La gente crede che il contrario della morte sia la vita. Non è vero. Il contrario della morte è essere ricordati.”


Riprese a camminare.
Dietro di lui Roma si stava lentamente svegliando.
Davanti a lui c’era soltanto un altro giorno.
Eppure non sapeva che sarebbe entrato nella memoria di qualcuno.


07:12
Chiara era seduta su una panchina.
Accanto aveva una valigia verde.
Dentro c’erano vestiti.
Libri.
Fotografie.
Piccoli oggetti che nessuno considera importanti fino al momento in cui bisogna decidere se portarli via o lasciarli indietro.
Guardava la piazza.
Guardava i balconi.
Guardava i tetti.


Come si guarda il volto di qualcuno che si sta per perdere.
Quella sera avrebbe lasciato Roma.
Non perché desiderasse andarsene.
Perché restare era diventato impossibile.
Le cuffie suonavano una canzone che non stava ascoltando davvero.
Pensò:


“Forse non ho paura di partire. Forse ho paura che nessuno si accorga che me ne sono andata.”
Fu allora che vide Ernesto sedersi poco distante.
Rimasero in silenzio.


Il silenzio a volte è una forma di dialogo che non pretende spiegazioni.


Passarono alcuni minuti.
Poi l’uomo disse soltanto:
— Le città non si lasciano mai davvero.
Nient’altro.
Si alzò.
Se ne andò.


Chiara lo seguì con lo sguardo finché non sparì dietro una traversa.
Molti anni dopo avrebbe dimenticato il colore della sua giacca.
Ma non quella frase.
Mai.


09:20
Sul Lungotevere il traffico iniziava a gonfiarsi.
Le auto scorrevano come sangue dentro un organismo enorme.
Salvatore guidava il suo taxi.
Cinquantadue anni.
Una figlia lontana.
Un figlio che parlava poco.
Un matrimonio rimasto in piedi per ostinazione e affetto.
Che a volte sono la stessa cosa.


Si fermò.
Una donna salì.
Non disse dove andava.
Disse soltanto l’indirizzo.
Stringeva il telefono.
Le dita tremavano.
Salvatore lo notò dallo specchietto.
Conosceva quel tremore.
Non apparteneva alla paura.
Apparteneva all’attesa.
Che è molto peggio.
La donna guardava fuori dal finestrino.
Pensò:
“Ci sono giorni in cui una persona diventa soltanto una risposta che aspetta.”
Salvatore invece pensò:
“La gente sale sul mio taxi per andare da qualche parte. Io salgo sul mio taxi per tornare da nessuna parte.”
Arrivarono.
Lei cercò il portafoglio.
Lui scosse la testa.
— Oggi no.
— Come?
— Oggi no.
La donna rimase immobile.
Per un secondo.
Un solo secondo.
Ma certe gentilezze durano più di intere amicizie.
Scese.
E portò con sé quel gesto.
Per anni.


14:38
Roma era diventata oro.
Il sole cadeva obliquo sulle facciate dei palazzi.
Le finestre brillavano.
I motorini lasciavano dietro di sé scie di rumore.
Davanti a una libreria di Campo de’ Fiori una ragazza sfogliava un libro di poesie.
Si chiamava Marta.
Ventinove anni.
Traduttrice.
Single.
Innamorata di un uomo che non avrebbe mai saputo di essere amato.
Lesse una frase.
La rilesse.
Chiuse il libro.
Pensò:
“Forse amare qualcuno significa accettare che non ci appartenga nemmeno nei nostri sogni.”
Pagò.
Uscì.
Attraversò la strada.
Ignorando che dietro di lei Chiara stava passando con la sua valigia.
Due vite.
La stessa malinconia.
Un metro di distanza.
Nessun incontro.


19:51
Sul Gianicolo un bambino rincorreva un pallone.
Aveva nove anni.
Correva come corrono soltanto i bambini.
Senza economia.
Senza misura.
Senza pensare che il fiato possa finire.
Cadde.
Si sbucciò il ginocchio.
Iniziò a piangere.
Una signora anziana si avvicinò.
Gli porse un fazzoletto.
Gli accarezzò la testa.
— Passa.
Disse soltanto questo.
Passa.
Il bambino annuì.
La donna sorrise.
Riprese il suo cammino.
Lui la guardò allontanarsi.
Pensò:


“Da grandi dimenticano come si cade. Per questo hanno così paura.”
Dopo pochi minuti tornò a giocare.


Come fanno i bambini.
Come dovrebbero fare tutti.


23:17
Roma accese le sue ultime luci.
I tavolini si svuotarono.
Le serrande si abbassarono.
Le finestre iniziarono a spegnersi una alla volta.
Come stelle che tornano nel mare.
Ernesto stava leggendo.
Chiara guardava il finestrino del treno.
Salvatore dormiva sul divano.
Marta aveva lasciato il libro sul comodino.
La donna dell’ospedale stringeva finalmente una risposta.
Il bambino sognava.
Nessuno di loro sapeva di essere entrato nella vita di qualcun altro.
Nessuno immaginava di essere diventato una frase.
Un ricordo.
Una presenza.
Eppure accade ogni giorno.
Le persone che ci cambiano raramente lo scoprono.
Passano accanto a noi.
Dicono qualcosa.
Fanno un gesto.
Restano pochi minuti.
A volte pochi secondi.
E poi spariscono.
Ma continuano ad abitare dentro di noi.
Come certe luci di Roma.
Quelle che non vedi più.
Eppure illuminano ancora la strada che stai percorrendo.
Forse l’anima è proprio questo.
Un luogo costruito da persone che non sanno di averci lasciato qualcosa.
E che, senza volerlo, restano.

Riavvolgimento


23:17
La città spegne le luci.
Noi accendiamo i ricordi.
Perché è questo che fanno le giornate quando finiscono.
Smettono di essere tempo.
Diventano memoria.
E la memoria non conserva tutto.
Conserva soltanto ciò che ha lasciato un segno.


19:51
Un bambino cade.
Una donna gli porge un fazzoletto.
Lui dimenticherà il dolore.
Forse dimenticherà il volto.
Ma ricorderà che qualcuno si è fermato.
E quando un giorno vedrà qualcun altro cadere, forse si fermerà anche lui.
Le azioni viaggiano più lontano delle persone che le compiono.


14:38
Una donna compra un libro.
Un’altra attraversa la strada con una valigia.
Non si incontrano.
Nemmeno si vedono.
Eppure condividono la stessa nostalgia.
Esistono anime che si somigliano senza conoscersi.
La vita è piena di incontri che non accadono.
Eppure lasciano ugualmente una traccia.


09:20
Un tassista rinuncia a una corsa.
Una donna riceve un frammento di gentilezza.
Il denaro scompare.
Il gesto rimane.
Perché il cuore umano ha una memoria curiosa.
Dimentica le cifre.
Ricorda le carezze.


07:12
Un uomo pronuncia una frase.
Una ragazza la porta con sé.
Le parole sono creature strane.
Abitano per pochi secondi la bocca di chi le dice.
Possono abitare per decenni la vita di chi le ascolta.


06:47
Un anziano osserva il proprio riflesso.
Pensa che il contrario della morte non sia la vita.
Ma il ricordo.


Forse aveva ragione.
Perché nessuno sopravvive davvero nel tempo.
Sopravvive negli occhi che lo hanno visto.
Nelle mani che ha sfiorato.
Nelle storie che ha attraversato.
E adesso il nastro è tornato all’inizio.
Le strade sono di nuovo vuote.
La città dorme ancora.
Le vite non si sono ancora sfiorate.
Le parole non sono ancora state pronunciate.
I gesti non sono ancora accaduti.
Eppure noi sappiamo già come andrà a finire.
Perché ogni essere umano lascia qualcosa dietro di sé.
Sempre.
Una frase.
Un sorriso.
Una rinuncia.
Una presenza.
Un coraggio.
Una gentilezza.
Noi crediamo di attraversare il mondo.
Ma accade anche il contrario.
Il mondo attraversa noi.
E quando ce ne andiamo, resta ciò che abbiamo lasciato negli altri.
Forse per questo siamo tutti ricordi.
Ma prima ancora siamo azioni.
Perché i ricordi sono soltanto azioni che hanno rifiutato di morire.

Una risposta a “Le persone che restano”

  1. Una storia che ricorda che siamo tutti passaggi brevi, ma mai inutili: ogni gesto diventa memoria, ogni incontro diventa traccia, e il bello di questo racconto è che è proprio vero riflettendoci, quante volte mi sono rimasti impressi piccoli sorrisi, conforti ricevuti per caso da persone che non conoscevo. Buona giornata Fra.

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