Me ne stavo lì, sconfitto da qualcosa che non sapevo nominare.
Non era dolore.
Non era la paura.
Era quella stanchezza che arriva quando si è rimasti troppo tempo a fissare l’orizzonte aspettando che risponda.
Guardavo il cielo e avevo la sensazione che tutte le strade del mondo stessero convergendo nello stesso punto, lontanissimo, irraggiungibile.
Come se ogni cosa che avevo vissuto, ogni persona incontrata, ogni addio, ogni ritorno, stesse cercando di raccontarmi qualcosa che continuavo a non comprendere.
L’universo è un luogo strano: ci si perde per incontrarsi – come un mondo più vasto senza barriere.
Ci ho pensato a lungo.
Per anni ho creduto che smarrirsi fosse una sconfitta. Che perdere la direzione significasse aver fallito qualcosa. Poi la vita, con la sua eleganza brutale, mi ha mostrato il contrario. Mi ha insegnato che spesso ci allontaniamo da ciò che siamo proprio per poterci riconoscere un giorno da una distanza diversa.
Così ho camminato.
Tra notti troppo lunghe e domande che sembravano non avere risposta.
Tra stelle che apparivano vicine e poi si ritraevano appena provavo a raggiungerle.
Ci si aggrappa a una stella non perché illumini il cammino, ma perché ricordi che esiste.
E forse è questo che facciamo tutti.
Cerchiamo appigli.
Piccoli punti luminosi nel vasto disordine delle cose.
Una voce.
Un ricordo.
Un nome pronunciato piano.
Una mano che non ci salva ma ci convince che valga la pena continuare.
Intanto l’immenso cresce.
Più lo guardi e più si allarga.
Più credi di aver capito e più ti accorgi di quanto sia profondo ciò che ancora ignori.
Eppure c’è una verità che il cielo ripete ogni notte senza stancarsi mai.
Una verità semplice.
Silenziosa.
Il buio non possiede il diritto dell’eternità.
La notte può soltanto attraversarci.
Allora ho smesso di combatterla.
Ho smesso di domandarle quando sarebbe finita.
Ho lasciato che scorresse dentro di me come una stagione necessaria.
Perché certe oscurità non arrivano per distruggerci.
Arrivano per insegnarci a vedere ciò che la luce, qualche volta, nasconde.
E quando il primo chiarore ha iniziato a sciogliere i contorni del mondo, non ho trovato risposte.
Non ho trovato certezze.
Non ho trovato nemmeno la persona che credevo di essere.
Ho trovato qualcosa di più piccolo.
E forse di più importante.
La voglia di fare un altro passo.
Perché il buio, per quanto si creda immortale, non ha mai imparato a sopravvivere all’alba.
E quando l’alba arriva, non chiede spiegazioni.
Non domanda chi eri.
Non pretende di sapere quante volte sei caduto.
Ti guarda.
Ti sfiora.
E ti consegna una possibilità.
Una soltanto.
Ripartire.

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