Quando entro in una sala d’attesa, non mi siedo mai vicino alla porta.
Mai.
Anche se è l’unico posto libero.
Anche se dovrò alzarmi pochi minuti dopo.
Scelgo sempre la sedia più lontana.
Quella che costringe gli altri ad attraversare tutta la stanza prima di arrivare fino a me.
Qualcuno penserà che ami stare in disparte.
La verità è che non conosco il motivo.
O forse l’ho conosciuto così bene da aver smesso di cercarlo.
L’ambulatorio è stato ristrutturato.
Le pareti sono bianche.
Le vecchie sedie di plastica verde non esistono più.
Perfino il distributore del caffè è sparito.
Eppure c’è ancora quella finestra.
Piccola.
Alta.
Da lì entrava sempre una lama di sole che, ogni pomeriggio, attraversava il pavimento senza chiedere permesso.
Resto immobile.
Mi sembra di sentirlo ancora.
Quel silenzio particolare delle sale d’attesa.
Non è un silenzio vero.
È fatto di tosse trattenute.
Riviste sfogliate senza essere lette.
Occhi che evitano altri occhi.
Respiri che aspettano un nome.
Avevo tredici anni.
Accompagnavo mio padre.
Era una visita come tante.
O almeno così credevo.
Entrammo.
Vicino alla porta c’erano due sedie libere.
Feci per sedermi.
Lui mi fermò con una mano sulla spalla.
«Andiamo laggiù.»
Indicò il fondo della stanza.
Obbedii.
Non chiesi perché.
A quell’età si pensa che i padri sappiano sempre qualcosa in più.
In una memoria restiamo vicino alla porta.
La visita dura poco.
Torniamo a casa.
La sera guardiamo un film.
Nei giorni successivi la vita riprende il suo ritmo.
Io cresco convinto che aspettare significhi soltanto riempire un intervallo.
Una parentesi tra un prima e un dopo.
Qualcosa da sopportare.
Nell’altra memoria raggiungiamo le ultime sedie.
Accanto a noi c’è un uomo anziano.
Tiene in mano un cappello.
Lo gira lentamente tra le dita.
Mio padre lo guarda.
Sorride.
«È una bella giornata.»
L’uomo alza gli occhi.
Cominciano a parlare.
Del tempo.
Di un albero caduto durante una tempesta.
Di un cane che aspetta sempre il padrone davanti al panificio.
Di niente.
O almeno così mi sembra.
Quando arriva il nostro turno, quell’uomo stringe la mano a mio padre.
Come si salutano due persone che si conoscono da una vita.
In macchina gli chiedo:
«Lo conoscevi?»
Lui scuote la testa.
«No.»
«E allora perché gli hai parlato?»
Rimane in silenzio per qualche secondo.
Poi dice una frase che continua a invecchiare insieme a me.
«Perché ci sono attese che fanno meno paura se qualcuno decide di abitarle con te.»
Allora non la capisco.
Ho tredici anni.
Penso che stia parlando di ospedali.
Scoprirò molto tempo dopo che stava parlando della vita.
Riapro gli occhi.
La sala è quasi piena.
Vicino alla porta c’è ancora una sedia libera.
La lascio lì.
Raggiungo quella più lontana.
Un uomo entra.
Mi guarda.
Esita.
Poi viene a sedersi accanto a me.
Dopo qualche minuto mi chiede se fuori stia ancora piovendo.
Sorrido.
Rispondo di sì.
E continuiamo a parlare.
Di niente.
O almeno così potrebbe sembrare.
Perché alcune conversazioni non cambiano il destino.
Cambiano soltanto il modo in cui qualcuno attraversa un’attesa.
E, qualche volta, è già una vita diversa.

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