Ogni volta che ricevo un regalo, apro sempre il biglietto prima del pacchetto.
Sempre.
Anche quando il pacchetto è piccolo.
Anche quando so già cosa contiene.
Le persone sorridono.
«Sei curioso?»
Scuoto la testa.
No.
Non è curiosità.
È che, da qualche parte dentro di me, continuo a pensare che le parole arrivino sempre un istante prima delle cose.
E senza quelle parole, anche il dono più bello resta incompleto.
La cartoleria è diventata una caffetteria.
Le vetrine sono diverse.
Le insegne anche.
Solo la porta è rimasta la stessa.
Ha ancora quel campanello che suona con una nota troppo acuta.
Entro.
Lo sento.
E, per un momento, il tempo decide di tornare indietro.
Avevo quindici anni.
Era dicembre.
Pioveva piano.
Entrai per comprare un foglio da regalo.
Mia nonna compiva gli anni il giorno dopo.
Avevo risparmiato per settimane.
Scelsi un piccolo fermalibri di legno.
Niente di speciale.
Ma mi sembrava bellissimo.
La commessa lo incartò con cura.
Poi mi chiese:
«Vuoi anche un biglietto?»
Guardai il raccoglitore.
Erano tutti uguali.
Rose.
Fiocchi.
Auguri.
Feci per dire di no.
In una memoria esco senza il biglietto.
Arrivo a casa.
Consegno il regalo.
Lei sorride.
Lo apre.
Mi ringrazia.
Il fermalibri resta sulla mensola per anni.
Ogni volta che lo vedo penso di aver fatto una cosa giusta.
Ma qualcosa rimane incompiuto.
Come una frase lasciata senza punto.
Nell’altra memoria, proprio mentre sto per uscire, noto un cartoncino bianco.
Semplicissimo.
Senza disegni.
Senza scritte.
Lo prendo.
Pago.
Torno a casa.
Resto mezz’ora davanti a quel rettangolo vuoto.
Alla fine scrivo soltanto:
“Per tutte le storie che mi hai raccontato quando ancora non sapevo leggere.”
Nient’altro.
Il giorno dopo mia nonna apre il biglietto.
Non tocca nemmeno il regalo.
Rilegge quella frase.
Una volta.
Due.
Tre.
Poi mi guarda.
Ha gli occhi lucidi.
«Questo lo tengo nel cassetto.»
Il fermalibri finirà su una mensola.
Il cartoncino, invece, lo ritroverò molti anni dopo.
Piegato.
Consumato.
Tra fotografie che nemmeno ricordavo esistessero.
Riapro gli occhi.
Il profumo del caffè ha preso il posto dell’odore della carta.
Mi siedo vicino alla finestra.
Sul tavolo c’è una bustina di zucchero.
La giro tra le dita.
Sorrido.
Forse quel biglietto non è mai esistito.
Forse appartiene alla vita in cui ho trovato le parole giuste.
O forse l’ho scritto davvero.
Non importa.
Ogni volta che ricevo un regalo continuo ad aprire prima il biglietto.
Perché gli oggetti, con il tempo, imparano a consumarsi.
Le parole, invece, hanno uno strano modo di continuare ad aprirci anche quando la carta che le custodiva non esiste più.

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