Non chiudo mai una porta con la mano.
Mai.
La accompagno sempre fino all’ultimo centimetro.
Aspetto quel piccolo rumore.
Quel click appena percettibile.
Solo allora lascio andare la maniglia.
Se qualcuno è con me, spesso sorride.
«Puoi anche lasciarla andare.»
Annuisco.
Ma continuo a fare la stessa cosa.
Da sempre.
La casa non esiste più.
Al suo posto hanno costruito un piccolo condominio.
Del giardino è rimasto soltanto un ciliegio.
Più alto.
Più silenzioso.
Mi fermo davanti al cancello.
Chiudo gli occhi.
E sento una porta.
Non la vedo.
La sento.
Il legno.
La serratura.
La maniglia che torna lentamente al suo posto.
Alcuni ricordi non hanno immagini.
Hanno suoni.
Avevo undici anni.
Era domenica mattina.
Mio nonno stava sistemando gli attrezzi in garage.
Io continuavo a entrare e uscire.
Ogni volta lasciavo la porta sbattere.
Una.
Due.
Tre volte.
Alla quarta lui smise di lavorare.
Mi guardò.
Non era arrabbiato.
Solo curioso.
«Perché hai tutta questa fretta di andartene?»
Lo fissai.
«Non ho fretta.»
Lui sorrise.
«Allora accompagna la porta.»
Non capii.
In una memoria alzo le spalle.
Continuo a lasciarla sbattere.
Gli anni passano.
Divento un uomo veloce.
Entro.
Esco.
Finisco.
Ricomincio.
Ogni cosa è una corsa verso quella successiva.
Perfino gli addii.
Perfino i grazie.
Perfino gli abbracci.
La vita funziona.
Ma ogni tanto mi accorgo di aver vissuto persone e giorni senza davvero fermarmi a chiuderli.
Nell’altra memoria torno indietro.
Riapro la porta.
La richiudo lentamente.
La mano resta sulla maniglia fino all’ultimo istante.
Mio nonno annuisce.
Poi dice una frase che allora sembrò parlare soltanto di falegnameria.
«Le cose trattate con gentilezza fanno meno rumore.»
Passano gli anni.
Quella frase cambia mestiere.
Comincia a parlare delle persone.
Delle discussioni.
Dei saluti.
Delle promesse.
Perfino del dolore.
Scopro che non tutto ciò che finisce deve necessariamente sbattere.
Alcune cose possono semplicemente trovare il loro posto.
Riapro gli occhi.
Davanti a me il portone del condominio si richiude lentamente.
Un ragazzo lo lascia andare.
Il rumore risuona nel cortile.
Una signora anziana sobbalza appena.
Lui non se ne accorge.
Io sì.
Quando arriva il mio turno, appoggio la mano sulla porta.
La accompagno.
Fino all’ultimo centimetro.
Aspetto quel piccolo click.
Poi sorrido.
Forse mio nonno non mi ha mai detto quella frase.
Forse appartiene alla vita che non ho vissuto.
Ma continuo a credere che esista una forma di gentilezza che non cambia il mondo.
Cambia soltanto il rumore che lasciamo quando usciamo dalla vita degli altri.

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