Te lo scrivo di notte

·

Perché alcune cose possono essere dette solo piano.

Anche se me l’avevi già raccontato

Succede.

Qualcuno comincia a raccontarci qualcosa.

Noi ascoltiamo.

Dopo poche parole capiamo.

Quella storia la conosciamo già.

Ce l’aveva raccontata qualche giorno fa.

Forse persino due volte.

Potremmo interromperlo.

“Sì, me l’avevi già detto.”

Una frase innocente.

Normalissima.

E invece qualche volta non lo facciamo.

Restiamo lì.

Lasciamo che continui.

Facciamo persino una domanda.

Aspettiamo il finale che conosciamo perfettamente.

E quando arriva, sorridiamo ancora.

Mi sono chiesto perché.

Forse perché a un certo punto comprendiamo che ascoltare qualcuno non significa soltanto raccogliere informazioni.

Non siamo archivi.

Non dobbiamo continuamente aggiornarci sulle vite degli altri.

Qualche volta una persona racconta la stessa storia perché le piace tornarci.

Perché dentro quel ricordo sta bene.

Perché ha bisogno di pronunciarlo ancora.

Perché quel giorno lontano, mentre lo racconta, per qualche minuto ricomincia ad accadere.

E allora importa poco che noi sappiamo già come finisce.

L’importante è che, per qualche minuto, abbia ancora qualcuno disposto ad ascoltarla.

Ci sono racconti che invecchiano insieme alle persone.

Li sentiamo cambiare.

Un dettaglio scompare.

Un altro diventa enorme.

Qualche nome viene dimenticato.

Qualcuno dice:

“Aspetta… com’era che si chiamava?”

E noi magari lo sappiamo.

Ma aspettiamo.

Perché anche cercare quel nome fa parte della storia.

Credo esista una tenerezza immensa nel non avere sempre bisogno di dimostrare che ricordiamo.

Nel rinunciare a dire:

“Lo so.”

Per poter dire, invece:

“E poi?”

Due parole soltanto.

E l’altro continua.

Forse con gli occhi un poco più accesi.

Una storia

torna.

Ha già bussato

a questa porta.

La riconosci.

Potresti dirlo.

Invece

la fai entrare

ancora una volta.

E le offri

una sedia.

Questa sera pensa alle persone che ami raccontare.

Quelle che hanno le loro storie preferite.

Sai già quando arriverà quella battuta.

Conosci il punto esatto in cui si fermeranno.

Potresti quasi raccontarle al posto loro.

Eppure ascoltale ancora.

Soprattutto quando gli anni cominceranno ad accumularsi.

Soprattutto quando qualche ricordo diventerà più fragile.

Soprattutto quando una persona avrà sempre meno cose nuove da raccontarti e sempre più cose antiche nelle quali desidererà tornare.

Perché arriverà un tempo in cui daremmo qualsiasi cosa per sentire ancora una volta persino quella storia che avevamo ascoltato cento volte.

Con gli stessi errori.

Le stesse pause.

La stessa voce.

Allora comprenderemo che non stavamo ascoltando soltanto un racconto.

Stavamo imparando il suono di una persona mentre era ancora qui per raccontarsi.

Sussurro

Se qualcuno che ami ti racconta per l’ennesima volta la stessa storia, non avere fretta di dirgli che la conosci già: potrebbe arrivare un giorno in cui conoscerai ancora ogni parola, ma ti mancherà terribilmente la voce che la pronunciava.

Buonanotte. 🌙

2 risposte a “Te lo scrivo di notte”

  1. La tenerezza che mi facevano i miei anziani a ripetere i soliti aneddoti che avevo già sentito e risentito ma li lasciavo dire. Hai descritto perfettamente quel momento e anche quel “e poi” e medesima tenerezza che ho provato a leggere queste righe che per me oramai sono un lontano ricordo.

    1. Diciamo che sono momenti universali…per cui ricordando le mie storie, le ricordo un po tutte. Questo è il senso…far emergere qualcosa di vissuto in colui che legge..

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