Te lo scrivo di notte

·

Perché alcune cose possono essere dette solo piano.

Non guardarmi, che rido

Succede in mezzo agli altri.

A tavola.

Durante una riunione.

In una sala d’attesa.

Qualcuno dice qualcosa.

Niente di particolarmente divertente.

Forse è proprio il modo in cui l’ha detto.

Forse c’è una storia precedente che soltanto voi conoscete.

Forse non dovrebbe far ridere affatto.

E allora fai la cosa peggiore possibile.

Cerchi con gli occhi quella persona.

Lei sta già guardando te.

È finita.

Abbassi lo sguardo.

Ti mordi il labbro.

Fingi di sistemare qualcosa.

Bevi, sperando che serva.

Non serve.

Perché sai che dall’altra parte sta succedendo esattamente la stessa cosa.

E basta incontrarsi ancora per un secondo perché tutto ricominci.

Mi piace moltissimo questa forma di vicinanza.

Non ha bisogno di dichiarazioni.

Non pretende profondità.

Non deve risolvere niente.

Esiste soltanto perché due persone, per qualche istante, stanno abitando lo stesso minuscolo pensiero.

La complicità è forse la forma più allegra dell’intimità.

È una lingua che nasce frequentandosi.

Un sopracciglio sollevato.

Un’espressione.

Quel modo particolare di inclinare la testa.

Una parola pronunciata apposta.

E l’altro capisce.

Gli altri continuano a parlare.

Voi avete appena avuto una conversazione intera.

Senza emettere un suono.

Ci sono persone con cui possiamo discutere per ore senza riuscire davvero a incontrarci.

E poi ce ne sono altre alle quali basta guardarci da una parte all’altra della stanza per sapere già dove siamo.

Forse perché ci conoscono.

Forse perché hanno imparato il nostro umorismo.

Le nostre stranezze.

Quella parte un po’ infantile che davanti al resto del mondo teniamo composta.

Con loro, invece, può uscire.

Può fare una smorfia.

Può ridere nel momento meno opportuno.

Può dire:

hai visto anche tu, vero?

Senza averlo detto.

Una stanza

piena di voci.

Due occhi

si incontrano.

Un secondo.

Poi entrambi

guardano altrove.

Nessuno

ha sentito niente.

Eppure

si sono detti

tutto.

Questa sera pensa alle persone con cui hai una lingua segreta.

Non necessariamente un amore.

Può essere un amico.

Una sorella.

Un fratello.

Un figlio.

Qualcuno con cui hai attraversato abbastanza vita da costruire un piccolo vocabolario che appartiene soltanto a voi.

Custodiscilo.

Perché siamo abituati a riconoscere l’amore nelle cose serie.

Nell’esserci quando fa male.

Nel sostenersi.

Nel raccogliersi nei giorni difficili.

Ed è giusto.

Ma voler bene a qualcuno significa anche aver riso insieme fino a non riuscire più a spiegare perché.

Avere battute che fuori da voi non fanno ridere nessuno.

Ricordare episodi assurdi.

Incontrarsi con gli occhi mentre il mondo continua tranquillamente a parlare.

Anche quella è intimità.

Forse una delle più preziose.

Perché non tutto ciò che ci lega deve necessariamente salvarci.

Alcune persone fanno qualcosa di altrettanto importante.

Ci ricordano quanto è bello essere stupidi insieme per qualche minuto.

E in una vita che pretende continuamente da noi serietà, efficienza, controllo e risposte corrette, trovare qualcuno davanti al quale possiamo tornare improvvisamente leggeri è una fortuna enorme.

Sussurro

Tra le persone che ti hanno tenuto la mano quando stavi male, non dimenticare quelle che hanno dovuto lasciarla perché stavate ridendo così forte da non riuscire più a respirare.

Buonanotte. 🌙

2 risposte a “Te lo scrivo di notte”

  1. Che meraviglia la complicità e la lingua segreta, verbale o non. Una parola che già fa comprendere un discorso eterno, uno sguardo che vale più di mille parole, un gesto che significa tutto.
    Un qualcosa che gli altri non comprendono e per noi invece c’è un universo di comunicazione.
    Piccoli eventi che diamo per scontato e invece fanno capire chi vale la pena avere vicino a noi…
    …anche nel silenzio.

    1. È proprio quel «anche nel silenzio» che contiene tutto.

      Perché la complicità vera, comincia esattamente quando smettiamo di avere bisogno di spiegare. Quando una parola basta perché porta con sé cento conversazioni precedenti, uno sguardo anticipa una risposta e persino un gesto apparentemente insignificante possiede un significato che appartiene soltanto a due persone.

      È una lingua che non si studia e non si decide… si costruisce vivendo. Poco alla volta, quasi senza accorgersene.

      E hai ragione, spesso diamo per scontati proprio questi piccoli eventi, forse perché sembrano troppo semplici per essere considerati importanti. E invece credo siano tra le prove più autentiche della vicinanza tra due persone.

      Perché è relativamente facile trovare qualcuno con cui avere molto da dire.

      Molto più raro è trovare qualcuno con cui non sia necessario dire tutto.

      E quando accade, persino il silenzio smette di essere assenza di parole…

      diventa una conversazione che soltanto due persone sanno ascoltare.

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