Silenzio fotografico

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Guardo questa fotografia e non so più quale dei due volti mi appartenga.

La loro vicinanza cancella il confine.

Non vedo due persone, ma la stessa esistenza ripetuta in due respiri, come se una vita avesse cercato nell’altra la propria copia per non rimanere sola.

Questa immagine mi entra dentro.

Mi riporta a tutte le volte in cui mi sono confuso con ciò che mi circondava, mischiandomi spasmodicamente a un mondo di repliche, fino a diventare anch’io un replicante stonato dentro una notte ubriaca.

Ho mescolato la mia voce con quella degli altri.

Le mie paure con le loro.

I miei desideri con ciò che mi veniva chiesto di desiderare.

Come due liquidi versati nello stesso recipiente, ho perduto lentamente il mio colore, fino a non distinguere più ciò che nasceva da me da ciò che avevo soltanto imparato a imitare.

Ho chiamato appartenenza la paura di essere diverso.

Ho lasciato la mia unicità nell’abbandono, consegnandola a un’epoca sofferente che ci vuole vicini, uguali, facilmente sostituibili.

Eppure il silenzio possiede una crudeltà precisa.

Prima confonde.

Poi ricorda al posto mio.

Confondere.
Ricordare.
Confondere ancora.

Fino a quando memoria e dimenticanza assumono lo stesso volto e io non riesco più a comprendere quale delle due mi stia proteggendo e quale, invece, mi stia cancellando.

La fotografia continua a sprofondare dentro di me.

Mi lascia impantanato in quel delirio che ho continuato innocentemente a chiamare vita: un luogo nel quale sono rimasto unito a tutto ciò da cui cercavo di distinguermi, mai abbastanza distante da riconoscermi davvero.

Quei due volti rimangono insieme.

Non so più dove termini l’uno e cominci l’altro.

Ed è lì che riconosco il mio inquieto destino.

Non perdermi nell’altro, ma separarmene senza sapere più quale dei due volti portare con me.

Una risposta a “Silenzio fotografico”

  1. Una bella immersione

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