Nella nostra esistenza diamo per scontate un’infinità di cose.
Non lo facciamo per ingratitudine.
Accade lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo.
Ci abituiamo.
Ed è probabilmente una delle contraddizioni più dolorose dell’essere umano: abbiamo una straordinaria capacità di desiderare ciò che ci manca e una terribile facilità nel dimenticare il valore di ciò che abbiamo accanto.
Trasformiamo la straordinarietà in abitudine.
Una voce che ascoltiamo ogni giorno diventa semplicemente una voce.
Una mano che possiamo stringere quando vogliamo diventa una presenza prevista.
Un abbraccio ricevuto mille volte smette di sorprenderci.
Una persona che ci ama entra così profondamente nella geometria delle nostre giornate che finiamo per considerarla parte del paesaggio.
Eppure niente di tutto questo è ordinario.
Niente.
La bellezza non è ordinaria.
L’amore non è ordinario.
Essere aspettati da qualcuno non è ordinario.
Avere un nome che, pronunciato da una determinata persona, suona diverso da come lo pronuncia il resto del mondo non è ordinario.
Persino la possibilità di provare un’emozione è un privilegio che trattiamo con una distrazione spaventosa.
Per questo esiste una parola che dovremmo imparare molto prima di perdere qualcosa:
cogliere.
Cogliere significa accorgersi mentre accade.
Non domani.
Non quando sarà diventato un ricordo.
Non quando una fotografia dovrà sostituire una presenza o quando una stanza conserverà soltanto la forma di qualcuno che non la attraversa più.
Cogliere significa esserci contemporaneamente alla propria felicità.
Riuscire a dirsi: questo momento sta accadendo adesso. Questa persona è qui. Questa emozione mi appartiene. Questa carezza esiste. Questo sorriso mi è stato regalato. Questa sera qualunque, che sembra identica a cento altre sere, un giorno potrebbe mancarmi terribilmente.
Ma cogliere non basta.
Perché possiamo riconoscere qualcosa di meraviglioso e, nonostante questo, lasciarlo lentamente morire.
Allora arriva una seconda parola:
custodire.
Custodire non significa imprigionare.
Significa proteggere senza possedere.
Significa comprendere che ciò che amiamo non diventa indistruttibile soltanto perché lo amiamo. Le relazioni si consumano. I sentimenti possono affaticarsi. La meraviglia può scolorire. Persino ciò che sembrava incapace di finire può diventare fragile quando smettiamo di nutrirlo.
Ed è qui che compare una parola ancora più difficile:
mantenere.
Perché innamorarsi è meraviglioso.
Mantenersi innamorati è un’arte.
Quando siamo innamorati il mondo sembra modificare la propria luce. Diventiamo più ricettivi, più disponibili all’ascolto, più delicati. Ci accorgiamo dei dettagli. Una canzone improvvisamente parla di noi. Una strada sembra più bella soltanto perché sappiamo dove conduce. Persino l’attesa acquista un significato.
L’emozione modifica il nostro modo di percepire la realtà.
Ma mantenere significa fare qualcosa di molto più coraggioso: continuare ad avere cura quando quella luce non ci aiuta più.
Nei giorni difficili.
Quando siamo stanchi.
Quando arrivano le incomprensioni, le parole pronunciate male, le preoccupazioni, le distanze, le paure.
Quando la vita smette di essere romantica e pretende semplicemente di essere vissuta.
È lì che si misura la cura.
Non durante il primo bacio, ma nel millesimo buongiorno.
Non quando abbiamo paura di perdere qualcuno, ma quando lo abbiamo accanto da così tanto tempo da rischiare di dimenticare quanto sarebbe enorme la sua assenza.
Mantenere significa questo: avere un delicato accanimento verso ciò che amiamo.
Continuare a scegliere.
Continuare ad ascoltare.
Continuare a guardare davvero.
Perché esiste una forma silenziosa di abbandono che può avvenire persino restando accanto a qualcuno: smettere di vederlo.
Ed ecco allora un’altra parola necessaria:
riconoscere.
Riconoscere una persona mentre cambia.
Riconoscere un sentimento mentre matura.
Riconoscere la felicità anche quando non fa rumore.
Abbiamo imparato a cercare le emozioni nei grandi avvenimenti, mentre una parte enorme della nostra vita si nasconde nelle cose minuscole.
Qualcuno che ci prepara il caffè come piace a noi.
Una domanda fatta perché interessa davvero la risposta.
Una porta lasciata socchiusa.
Un messaggio inutile mandato soltanto per esserci.
Una mano che nel sonno continua inconsapevolmente a cercare la nostra.
Riconoscere significa restituire importanza a ciò che la consuetudine tenta continuamente di rendere invisibile.
Ma significa anche qualcosa di più profondo.
Riconoscere ciò che proviamo aiuta, lentamente, a riconoscere noi stessi.
Perché siamo anche l’insieme delle emozioni alle quali abbiamo permesso di attraversarci.
Siamo ciò che abbiamo amato.
Ciò che abbiamo perduto.
Ciò che abbiamo perdonato.
Ciò che abbiamo aspettato.
Le persone delle quali ci siamo presi cura e quelle che hanno saputo raccoglierci quando non riuscivamo più a farlo da soli.
Ogni emozione autentica lascia qualcosa.
Non passa semplicemente.
Lavora dentro di noi.
Sposta pareti che credevamo immobili, apre stanze delle quali ignoravamo l’esistenza, modifica il nostro modo di guardare il mondo e, qualche volta, ci restituisce una versione di noi che non conoscevamo ancora.
Questa è l’ultima parola:
trasformare.
Perché vivere non dovrebbe significare soltanto accumulare giorni.
Dovrebbe significare permettere ai giorni di cambiarci.
Lasciare che l’amore ci renda capaci di amare meglio.
Che una perdita ci insegni il peso di una presenza.
Che una carezza ci renda più delicati.
Che un errore ci renda meno pronti a giudicare.
Che essere stati ascoltati ci insegni finalmente ad ascoltare.
Allora tutto acquista un senso diverso.
Cogliere ciò che arriva.
Custodire ciò che conta.
Mantenere ciò che amiamo.
Riconoscere ciò che sta accadendo dentro e intorno a noi.
Trasformare tutto questo in una parte migliore di ciò che siamo.
Perché il vero contrario della perdita non è trattenere.
È avere cura.
Avere cura mentre c’è.
Prima che una voce diventi silenzio.
Prima che una presenza diventi memoria.
Prima che una giornata qualunque acquisti improvvisamente un valore immenso soltanto perché non possiamo più tornarci.
Dovremmo imparare a sentire la mancanza delle cose un istante prima di perderle.
Non per vivere nella paura che finiscano.
Ma per amarle abbastanza mentre esistono.
E quando ci riusciremo, comprenderemo che la vita non ci aveva dato poche cose straordinarie.
Eravamo noi che, vedendole ogni giorno, avevamo cominciato a chiamarle normali.

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